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La
Vita
in Cristo
e nella Chiesa |
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5a di Quaresima - anno A - 13 Marzo 2005
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Prima lettura:
Ez
37,12-14 •
Salmo
responsoriale:
Sal 129,1-8
«Credi tu questo?» Nelle domeniche precedenti Gesù si è qualificato come il pane, l’acqua, la luce, il buon pastore, ecc. Ha riferito a sé non solo i simboli fondamentali dell’Antico Testamento, ma anche le realtà da cui dipende la nostra esistenza. Adesso si presenta come colui che sconfigge la morte e dona la vita eterna. La morte rappresenta l’umana impotenza e il limite estremo davanti al quale l’uomo non può nulla. Possiamo solo tentare di dilazionare la morte, ma non ci è consentito evitarla. Questa tematica è stata sviluppata anche nei miti antichi, per esempio nell’epopea di Gilgamesh, re di Uruk, in parte uomo e in parte dio. Questo re intraprende un lungo viaggio, con valore iniziatico, stimolato proprio dall’evento della morte del suo amico, Enkidu. Gilgamesh parte alla ricerca della pianta dell’immortalità, una ricerca dalla quale vari personaggi da lui incontrati lungo il viaggio, cercano di dissuaderlo. «La vita che tu cerchi », gli viene ricordato ad esempio dalla taverniera Siduri, «non la troverai; gli dèi l’hanno tenuta per sé». Incurante degli avvertimenti che riceve, Gilgamesh prosegue il suo cammino, fino a raggiungere l’eroe (Utanapishtim) che era sopravvissuto al diluvio, il corrispettivo della figura biblica di Noè. Costui, come prima cosa, a mo’ di saluto, lo rimprovera per aver osato spingersi fino a quel punto, travalicando il limite umano. Poi però gli indica dove trovare la pianta della vita che Gilgamesh prende e porta con sé, ma che un serpente gli rapisce per fatalità, mentre egli sta facendo il bagno. Così Gilgamesh si trova al punto di partenza, costretto a fare i conti con la morte, non solo degli altri, ma anche con la propria. Il racconto termina descrivendo il re che guarda le mura della sua città, sapendo che esse gli sopravviveranno. Questo ed altri miti raccontano il senso di frustrazione e di impotenza che l’uomo sperimenta di fronte alla morte. Gesù, nel Vangelo, invece si presenta come l’unica persona che può cambiare questa situazione. Quello che Gesù opera nei confronti di Lazzaro è però solo un segno, Lazzaro, di fatto, morirà di nuovo; ciò dimostra che la morte non rappresenta un limite per lui e che egli ha potere su di essa. La preghiera che Gesù rivolge al Padre davanti al sepolcro di Lazzaro è innanzitutto un ringraziamento a Dio. Può apparirci strano il fatto che il ringraziamento non venga dopo il miracolo ma prima. Eppure questa scansione si trova anche in altri testi, ad esempio dell’Antico Testamento, ed esprime una fede incrollabile nella potenza di vita che Dio è, una vita che intende comunicarsi agli uomini. Gesù, dunque, ringrazia il Padre, non perché egli personalmente abbia dubitato di essere esaudito, ma perché quello che gli sta a cuore è che la gente creda. Gesù non intende esibirsi, produrre un atto capace di stupire i più, ma vuole che i presenti accedano alla fede, perché solo se credono in lui, egli può compiere la sua opera. Questo aspetto merita una riflessione ulteriore. Noi viviamo in un’epoca in cui si avverte con forza, da parte di molti, il desiderio di assistere a miracoli, di incontrare persone capaci di guarire, uomini (e soprattutto donne) che ritengono di essere depositari di una rivelazione segreta, ecc. C’è un ritorno ad espressioni di fede che appaiono un po’ magiche, poco centrate sull’ascolto della Scrittura, la vita ecclesiale, la carità, ecc. Si tratta di fenomeni, a nostro avviso, preoccupanti, perché sottolineano delle dimensioni che appaiono straordinarie, tralasciando la sequela, umile, ma concreta, che ha nell’evento della croce il suo punto di riferimento fondamentale e il suo criterio di discernimento ultimo. In quest’epoca si ritiene spesso che il miracolo possa suscitare la fede. «Se io vedessi un segno straordinario, crederei senz’altro», si potrebbe dire. Il racconto evangelico ci dice il contrario, e cioè che solo all’interno di una logica di fede il segno diventa comprensibile. Se uno non ha fede, l’evento prodigioso resta muto o addirittura produce incredulità. È emblematico il fatto che, alla fine del racconto (la liturgia ha eliminato questi versetti), i farisei presenti prendono la decisione di uccidere Gesù proprio perché faceva molti segni, e addirittura di uccidere anche Lazzaro perché era il testimone evidente della capacità che Gesù ha di vincere la morte! Il miracolo viene interpretato in modo corretto solo da chi ha fede, e sostiene la fede stessa, non la sostituisce, né la produce. Per questo Gesù nella sua preghiera di ringraziamento parla della fede di coloro che assistono al segno. Di fronte alla morte si manifestano reazioni diverse: Tommaso affronta la morte di Lazzaro, che anticipa quella dello stesso Gesù, con un sentimento tragico. Dice agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui». In realtà, tale generosità appare lodabile, ma un po’ inconsapevole, tanto è vero che Tommaso, come gli altri, abbandonerà Gesù nel momento estremo ed inoltre mancherà all’appuntamento col Risorto. Maria sta in casa ad elaborare il suo lutto, Marta invece, fedele al suo ruolo piuttosto attivo ed intraprendente, si rivolge a Gesù, esprimendo in modo forse un po’ ruvido la sua fede: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Marta poi, interrogata da Gesù, esprime la confessione di fede più alta del Vangelo, l’equivalente della confessione di Pietro nei Vangeli sinottici: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo». Tale confessione di fede precede il miracolo vero e proprio, ne anticipa il senso, e resterebbe valida anche senza il segno della risurrezione di Lazzaro. Gesù nel racconto appare come colui che è profondamente coinvolto nelle emozioni che la morte di Lazzaro, suo amico, provoca. Gesù non è descritto come colui che sapendo anticipatamente tutto quello che sarebbe successo, si mostra indifferente verso il dolore che la morte suscita. Si dice infatti che egli «si commosse profondamente », «si turbò», consapevole anche del fatto che la risurrezione di Lazzaro avrebbe avuto come conseguenza la sua propria morte. Gesù non è presentato come le divinità del mondo greco, impassibili e imperturbabili, ma come una persona che partecipa intimamente al dolore degli altri, ha compassione della sofferenza. In questo senso è interessante notare che Gesù chiede di togliere la pietra dal sepolcro. Si avvicina alla morte abbastanza da sentire il fetore che da essa emana. Non fa il miracolo a distanza, come si racconta in altri episodi, ma si lascia toccare non solo dal dolore delle sorelle, ma anche dalla morte. Da questa profonda partecipazione viene la nostra trasformazione, la nostra vita. Lazzaro, come si diceva già a proposito del cieco nato nel commento alla liturgia della domenica precedente, non è qui presentato come oggetto passivo dell’intervento di Gesù. Al contrario, il Signore gli grida: «Lazzaro, vieni fuori» e il morto esce. Anche Lazzaro deve partecipare alla sua rinascita, che è insieme il prodotto di quello che Gesù fa e di quello che lui stesso fa, come risposta obbediente all’iniziativa di vita di Dio. Gesù si pone anche davanti a noi e ci grida, come a Lazzaro, «Vieni fuori!». Vieni fuori dall’indifferenza, dall’accidia, dall’egoismo, dalla disperazione, credi alla parola che ti richiama alla vita, e mettiti in cammino. Questo è anche il senso della profezia che il profeta Ezechiele aveva rivolto agli Ebrei deportati a Babilonia, i quali si sentivano morti, senza speranza, ossa aride, disseminate nella valle. Il profeta annuncia, al futuro, un intervento di Dio che, come all’inizio della creazione, dà vita al mondo, in questo caso rianima coloro che si sentivano intimamente sfiduciati. Lo Spirito è in grado di dare vita a tutti coloro che si affidano a lui, nonostante siano scoraggiati e stanchi, forse come noi, che da tanti anni celebriamo la Quaresima e la Pasqua, sperando in un cambiamento interiore che mai si verifica! L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ricorda che la vita che lo Spirito dona non si esprime necessariamente in forme di esaltazione un po’ scomposta, ma nella capacità di essere intimamente rinnovati. Donatella Scaiola
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