La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

Archivio  -  Email  -  Home

 

 

 


La domenica “della Passione del Signore”

20 Marzo 2005 - anno A

• Prima lettura: Is 50,4-7 • Salmo responsoriale: Sal 21,8-9.17-20.23-24
• Seconda lettura:
Fil 2,6-11• Vangelo: Mt 26,14-27.66

 

Gerusalemme, processione di pellegrini dal Monte degli ulivi.

Con questa domenica inizia solennemente la Settimana Santa. La liturgia offre una ricca messe di testi, sottolineando i vari aspetti del mistero che ci apprestiamo a celebrare. La celebrazione eucaristica è preceduta dalla Commemorazione dell’ingresso del Signore a Gerusalemme con la processione delle palme. Il rito della benedizione delle palme, con la processione ad essa connessa, prevede la proclamazione di un testo evangelico. Nel ciclo A (quello che stiamo celebrando quest’anno) è proposto l’Evangelo secondo Matteo (21,1-11).
Può sembrare un brano in cui si insiste eccessivamente su dettagli marginali, come il riferimento al puledro, figlio di un’asina, che i discepoli sono mandati da Gesù a prelevare. Il fatto che può apparire tutto sommato poco significativo, è collegato esplicitamente ad una citazione dell’Antico Testamento (Zc 9,9). In realtà si tratta di dettagli assai significativi. Qualche domenica fa richiamavamo l’attenzione sul fatto che la monarchia in Israele non si afferma in modo «naturale », ma dà adito ad una serie di discussioni, tra Samuele e il popolo, che porteranno infine alla scelta di un re, Saul, che però non corrisponderà all’ideale incarnato in seguito da Davide. In questo contesto si comprende il senso della citazione del profeta Zaccaria che parlava del re Messia, descrivendolo come colui che cavalca un’asina. Bisogna sapere, per comprendere questo discorso, che nel vicino Oriente antico, e di conseguenza, nella Bibbia, il cavallo era un animale esclusivamente collegato alla guerra.


«Dall’animale domestico di Dio impara a portare Cristo» (Sant’Ambrogio).

Non c’erano corse di cavalli, i quali non venivano nemmeno utilizzati per il lavoro nei campi. Il cavallo era riservato alla guerra, e rappresentava un’arma molto potente. Gli Israeliti, ad esempio, combattevano a piedi, quindi erano più lenti e si affaticavano di più, mentre il faraone è descritto come un uomo di guerra, sempre collegato a carri e cavalli. Chi possiede carro e cavalli si assicura una supremazia bellica, che funziona da deterrente, come oggi avviene con le armi nucleari, nei confronti di altri popoli, i quali potrebbero eventualmente attentare alla sicurezza nazionale. Dunque soprattutto il faraone era descritto come colui che ha carri e cavalli, che sono come il simbolo di un impero ricco e potente, che però rende schiavi altri popoli, pur di poter mantenere il suo potere e la sua supremazia.
Il re d’Israele, invece, nel testo programmatico di Dt 17, è descritto come colui che «non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli né far tornare il popolo in Egitto per procurarsi gran numero di cavalli» (Dt 17,16). Deve cioè costituire un’alternativa al modo corrente di rappresentarsi colui che detiene il potere, ieri e oggi. Nella sua preghiera il re dice: «Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio» (Sal 20,8).
Per questo motivo il profeta Zaccaria parla del re Messia dicendo che cavalca un asino, perché intende esprimere un tipo di potere diverso. Gesù si riferisce esplicitamente a questo orizzonte di pensiero, scegliendo di cavalcare un asino, scegliendo cioè di essere privo di ogni forma e manifestazione esteriore di potere. La gente lo acclama re, e tuttavia attribuisce a questo titolo un significato diverso da quello che Gesù intendeva. Gesù non si concede alle aspettative della gente, ma cerca di purificarle, dichiarando che, pur essendo re, non intende instaurare un regno secondo il modello di Davide.
La riflessione prosegue nella liturgia della Parola, che ci presenta innanzitutto un testo tratto dal profeta Isaia, il terzo canto del servo. Fin dai primi secoli della Chiesa, la figura anonima e un po’ misteriosa del servo, è stata letta in senso cristologico. Il servo esprime la vocazione di tutto il popolo d’Israele, una vocazione di servizio reso al Signore, che assume la forma dell’obbedienza alla Parola. Il servo non vive qualcosa di straordinario, ma esprime in prima persona e in maniera assoluta quello che tutto il popolo è chiamato a vivere: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati».
L’ascolto della Parola di Dio suscita dei comportamenti che la gente tende a rifiutare. La sequela spesso impone di fare delle scelte che appaiono controcorrente, profetiche. La coerenza tra ciò che si ascolta da parte di Dio e le scelte che ne derivano spesso costringe a non cercare il consenso, ma, al contrario, suscita opposizione. A quel punto ci si potrebbe domandare: chi me lo fa fare? Il servo è invece colui che vive fino in fondo la sua vocazione, come afferma anche la seconda lettura. L’apostolo Paolo probabilmente non è l’autore di questo inno, che egli trova già circolante nella comunità ed inserisce nella lettera ai Filippesi. La storia di Gesù è qui raccontata in forma innica. Stupisce la capacità che l’autore (o la comunità) ha avuto di esprimere in modo completo e sintetico (dalla preesistenza in Dio all’esaltazione finale) il senso dell’esistenza di Gesù. Si tratta di un inno liturgico, e anche questo è degno di attenzione, perché significa che effettivamente la liturgia possiede un’intrinseca capacità mistagogica, introduce al mistero di Dio in modo personale e pregnante, senza nulla invidiare alla riflessione teologica dotta, che, tra l’altro, verrà prodotta solo in seguito.
L’inno racconta la storia di Gesù, descritta in cinque tappe. Si comincia da una riflessione fatta da Gesù quando esisteva ancora nella condizione di Dio. La riflessione prende la forma di una valutazione: «non considerò », ritenne cioè che ciò che egli possedeva per natura («essendo nella forma di Dio»), non dovesse essere da lui mantenuto e difeso come si difende una
proprietà, un tesoro. Gli antichi hanno letto in questo testo il contrario di quello che fece il primo uomo, il quale cercò di appropriarsi di una natura, quella divina, appunto, che non gli spettava. L’inno descrive dunque una valutazione delle cose da cui scaturiscono delle conseguenze: Gesù ragionò in termini di solidarietà, «spogliò se stesso» per farsi uomo. Si noti che l’inno non descrive un arco che ha agli estremi Dio- uomo, bensì, Dio-servo. Gesù avrebbe potuto essere un uomo diverso, invece scelse di farsi servo, di incarnare cioè un modo concreto di essere uomo, caratterizzato dall’abbassamento in senso sociale e dalla sottomisisone in senso religioso. Ha scelto quindi di essere solidale con l’ultimo degli uomini, e non per indicare un ideale di umiltà, bensì per esprimere una verità teologica: Dio è colui che serve; altre rappresentazioni o immagini diverse devono fare i conti con questa figura radicale. Tant’è vero che Dio approva il suo stile di vita e la qualità della sua testimonianza, esaltandolo e dandogli il nome che è al di sopra di ogni altro nome. È questa rivelazione teologica che Dio approva, in essa si riconosce, ed essa rimane come punto di riferimento imprescindibile della sequela del credente. Comportandosi così Gesù dimostra di essere veramente Figlio, come il racconto della Passione che segue dirà in modo più ampio e articolato.
Di questo lungo racconto vorremmo sottolineare soltanto un elemento che ci sembra costituire la chiave di lettura della passione e di tutto il Vangelo. Gesù affronta la passione indicando il tipo di rapporto che lo lega al Padre, e lo fa nelle preghiere che incorniciano la narrazione. All’inizio della passione è situato dai tre Vangeli Sinottici l’episodio del Getsemani (Mt 26,36-46) nel quale Gesù prega il Padre, chiamandolo «Padre mio», e mostrandosi disponibile ad affrontare tutto quello che seguirà.
Sulla croce rivolge un forte grido a Dio (27,46), citando il salmo 21, che è il salmo responsoriale di questa Messa, il quale comincia con una domanda inquietante: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », ma che termina con la lode. Secondo l’usanza antica, si citava l’inizio del salmo, intendendo però proclamare tutto quello che esso conteneva. È dunque significativo che Gesù esprima oltre al dolore, l’abbandono confidente a Dio, «nonostante tutto», si potrebbe dire, che si apre anche alla lode. In questi momenti cruciali della passione si manifesta dunque il legame costante che lega Gesù al Padre e che, al di là di ogni lettura doloristica della passione (e non mi riferisco solo agli esperimenti cinematografici), ne rappresenta la verità ultima.    Donatella Scaiola

 

 

 

Viaggio… nel testo

L’asino

«Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina» (Mt 21,5).
Fin dall’antichità, nel Medio Oriente, l’asino addomesticato è un animale di grande utilità sia per il trasporto che per il lavoro. È infatti in grado di portare pesi notevoli, come animale da tiro era anche usato per far girare le macine dei mulini (cf Is 30,24; 32,20; Mt 18,6). Più tardi in Egitto gli asini vennero impiegati anche per far girare le ruote dei pozzi.
L’episodio dell’asina di Balaam (cf Nm 22,23-35) mostra che l’uomo ragionevole può essere più chiuso a Dio dell’animale irragionevole che prima del suo padrone avverte la presenza dell’angelo di Dio e si rifiuta di andare avanti.
L’asino e il cavallo simboleggiano rispettivamente la pace e la guerra. Il Messia, principe di pace, entra in Gerusalemme cavalcando un’asina, egli farà sparire i cavalli e i carri da guerra (cf Zc 9,9-10). Secondo il racconto di Luca Gesù cavalca un asinello sul quale nessuno è mai salito prima (cf Lc 19,30).
Sulla base di un testo del profeta Isaia (1,3) l’asino, insieme al bue, prende parte della scena della natività nel presepe, per ricordare che sulla croce il verbo incarnato ha portato su di sé i peccati del mondo. Secondo S. Ambrogio l’asino è simbolo dell’uomo umile che impara ad offrire se stesso a Cristo e a portarlo nel mondo.
* Con questa domenica, chiamata delle Palme o di Passione, ha inizio la grande settimana che più intensamente ci prepara a vivere il mistero centrale della fede cristiana.
* La celebrazione oggi, almeno la Messa principale, si apre con la processione che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. L’assemblea si raduna in un luogo adatto fuori dalla chiesa e dopo il saluto del celebrante e la proclamazione del Vangelo che ricorda l’evento, si avvia verso la chiesa portando rami d’ulivo o palme e pregando o cantando i salmi 24 e 47 e l’inno prescritto che acclamano al Signore re di tutti i popoli, re mite, buono e clemente. Arrivati in chiesa la celebrazione prosegue con la colletta. Nelle celebrazioni in cui non si fa la solenne processione, venga ricordato l’evento in forma semplice con il canto o la proclamazione dell’antifona d’ingresso.
* Si abbia cura di preparare per tempo tutti i lettori, specialmente quelli che insieme al celebrante proclameranno il Vangelo della Passione secondo Matteo.            P. R.
 

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro