La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

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Nella Cena del Signore

Giovedì santo - 24 Marzo 2005

• Prima lettura: Es 12,1-8.11-14 • Salmo responsoriale: Sal 115,12-13.15-18
• Seconda lettura:
1Cor 11,23-26 • Vangelo: Gv 13,1-15

 


Affresco eseguito dall’iconografo Antonio Bongiorno. Sala della prima comunità neocatecumenale,
Parrocchia S. Giovanni M. Vianney (Lecce).

 

«Li amò sino alla fine»

La prima lettura è dedicata alla celebrazione della Pasqua ebraica. Il rito qui anticipa l’evento e ne indica il senso di generazione in generazione. La Pasqua è una festa le cui origini si perdono nella notte dei tempi, una festa legata ai riti dei pastori nomadi e seminomadi che in primavera compivano la transumanza, accompagnando questo passaggio alla ricerca di nuovi pascoli con riti di carattere propiziatorio, come l’offerta di un agnello del gregge al demone del deserto con significato apotropaico, da cui viene l’usanza di mettere il sangue sugli stipiti delle porte. Questo rito, legato ai cicli della natura, le cui origini sono sconosciute, come pure incerta è l’etimologia della parola «Pasqua » (saltare, danzare, zoppicare), viene ad un certo punto della storia di Israele sottratto al ciclo delle stagioni, che si ripetono automaticamente tutti gli anni, e collegato invece ad un evento unico, che dice riferimento ad una storia in cui Dio si rivela. Il rinnovamento non viene dal ciclo naturale, in fondo, prevedibile, ma dal Signore che si rende presente in un evento di liberazione. Questo è il volto di Dio che Israele scopre e che celebra nel memoriale, che rende attuale per ogni generazione il fatto a cui solo pochi poterono partecipare. Allora i vari elementi del rito antico vengono storicizzati: il sangue sugli stipiti delle porte non ricorda più il dèmone del deserto, Azazel, al quale veniva sacrificato un agnello affinché egli poi permettesse a tutto il gregge di passare indenne, ma ricorda invece il sangue dell’agnello che protegge le case degli israeliti; gli azzimi ricorderanno la fretta con cui Israele è stato liberato e che ha impedito alla pasta di lievitare, e le erbe amare saranno il segno dell’amarezza della schiavitù, ecc. La presenza di Dio nella storia risignifica tutto il passato, senza abolirlo, ma trasformandone interiormente il senso.
Questa stessa logica soggiace alla lettura cristiana della Pasqua. Gesù, per indicare la novità del suo dono, si innesta sulla Pasqua antica di cui dichiara compiuto il senso. La liberazione dell’Esodo è solo una figura che rimanda al vero evento della liberazione che è la morte di Gesù che non viene ucciso, ma dona la sua vita e, così facendo, libera l’uomo dal suo male e lo riammette alla comunione con Dio. Si realizza così il senso dell’alleanza che significava la comunione tra Dio e il popolo. Adesso questa comunione è possibile perché ogni uomo può aderire al progetto di Dio, grazie al dono di sé che Gesù ha realizzato.
Già l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, riporta gli elementi fondamentali di questo mistero, facendo riferimento ad una tradizione: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso». Nessuno di noi inventa la fede, ma si inserisce in una catena fatta di attestazioni di fede, di cui ciascuno partecipa e che, a sua volta, contribuisce a far proseguire.
Noi ricordiamo che «nella notte in cui Gesù fu tradito », dai suoi, da noi, egli comunque donò la vita. Il suo amore fu più grande del nostro rifiuto che ricordiamo durante ogni celebrazione eucaristica, non per sentirci umiliati, ma per sottolineare la gratuità del dono d’amore che non abbiamo meritato.
Questo dono è descritto in modo simbolico dal Vangelo che racconta l’episodio della lavanda dei piedi. La lavanda dei piedi simboleggia il servizio che Gesù ci of
fre, non come esempio di umiltà, ma come rivelazione teologica: Dio è colui che lava i piedi anche al discepolo che lo tradirà, che lo rinnegherà, che fuggirà. Il dono di Dio si esprime come dedizione incondizionata di sè, che mette in crisi ogni nostra rappresentazione di Dio che potremmo definire «simmetrica»: contrariamente a quello che noi pensiamo, infatti, Dio non è buono con i buoni e cattivo con i cattivi, ma «fa sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti», ama anche colui che lo uccide. Di fronte a questa rivelazione, e non potrebbe essere altro che oggetto di rivelazione questo modo di essere di Dio, noi ci difendiamo. Come Pietro, rifiutiamo che Gesù ci lavi i piedi, perché già intuiamo che questo comportamento dovrà guidare anche il nostro modo di essere e di vivere nei confronti degli altri. Alla domanda di Pietro, che già appare generosa, «Quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte? », si oppone sia la risposta di Gesù che propone l’ideale di un perdono illimitato («Fino a settanta volte sette ») sia l’episodio della lavanda dei piedi che propone il modello di un amore senza misura, incondizionato.
Gesù lava i piedi ai discepoli nella piena consapevolezza di essere Signore e Maestro, quindi dall’alto della sua autorità. Si cinge con l’asciugatoio, ma poi non si dice che se lo toglie, quando ha finito di lavare i piedi. Riprende le sue vesti, mantenendo l’asciugatoio che lo qualifica come servo. Interessante anche la parola con cui Gesù commenta il gesto che ha appena compiuto: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Non dice: «Dovete lavare i piedi e me», ma dovete vivere la stessa modalità di servizio nei confronti degli altri. Gesù non chiede al discepolo una prestazione di tipo rituale, cioè di compiere certi sacrifici, o di recitare determinate preghiere, ma lo rimanda alla relazione con l’altro, e ad una relazione connotata in un certo senso, come servizio reciproco. Sappiamo che, se è difficile accettare di lavare i piedi agli altri, è altrettanto difficile lasciarsi lavare dagli altri, cioè lasciarsi amare gratuitamente.
L’Eucaristia che celebriamo il giovedì santo, allora non è un rito sganciato dalla vita, ma, al contrario, si celebra ritualmente per poterne poi esprimere il senso nella vita di tutti i giorni. Dall’Eucaristia si attinge la forza per lavare i piedi agli altri e per imparare anche come si fa. Ci sono forme di servizio, infatti, che legano gli altri a sè, che creano dipendenza, che mirano a mettersi in mostra, ad ostentare le proprie qualità, ad autogratificarsi, ecc. Non è questo il senso del servizio cristiano, che affonda le sue radici nell’imitazione di Cristo e che ha una connotazione espressamente teologica: non si servono gli altri perché si è buoni, ma perché Dio si è cinto con l’asciugatoio e non se lo è più tolto! Questa celebrazione esige da noi un’autentica conversione sia per quel che riguarda l’immagine di Dio che per quel che riguarda il modo di concepire la vita cristiana, che qui è come ridotta all’osso, ad un unico comandamento che, se preso sul serio, è più impegnativo dei seicentotredici precetti che l’Ebreo osservante doveva compiere! Non è previsto un limite infatti al servizio, né un limite temporale («quante volte?»), né spaziale («in quali luoghi?»), e l’orizzonte è universale: ogni altra persona è oggetto di servizio, non solo il mio fratello di fede.
La conversione che ci viene richiesta non è di tipo morale. Non siamo infatti noi a doverci sforzare per migliorare le nostre prestazioni, ma siamo piuttosto invitati ad accogliere il dono che ci viene fatto. L’Eucaristia questo dice: l’accoglienza di un dono che ci precede, al quale noi acconsentiamo, attingendo da lì la forza per vivere la stessa logica di servizio. Non in noi, ma nel Signore noi attingiamo le risorse che ci servono, ma che non possediamo. L’unica cosa che ci viene chiesta è di non resistere, di non rifiutare il dono e di non ritenerlo erroneamente rivolto a noi e non ad altri. Dio si dona a tutti e a ciascuno, anche a coloro che noi consideriamo nemici, e che invece ci è richiesto di servire, amandoli. Quando riceviamo l’Eucaristia rispondiamo «Amen»; esprimiamo così la nostra adesione al progetto di vita che l’Eucaristia significa e, se non ci sentiamo di assicurare la nostra capacità di corrispondervi pienamente, almeno ci dichiariamo disponibili a farlo.                  Donatella Scaiola

 

 

 

Viaggio… nel testo
La veste

«Gesù… si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita» (Gv 13,4).
L’abito anche nella Bibbia distingue persone e circostanze, protegge, nasconde e rivela. Il corpo vale più del vestito (cf Mt 6,25), anche se c’è una nudità segno dell’abbandono di Dio, della separazione da lui (cf Ez 16,39; Lc 8,27), c’è una nudità che non può separare da Cristo coloro che gli appartengono (cf Rm 8,35).
L’abito rivela l’identità degli angeli (cf Lc 24,4; At 10,30), dei profeti (cf Zac 13,4; Mt 3,4), dei re (cf At 12,21; Mt 18,8), dei ricchi e delle vedove (cf Gc 2,2; Gen 38,14), dei lebbrosi e delle prostitute (cf Lv 13,45; Gen 38,14-15). Gli abiti dei sacerdoti sono dettagliatamente descritti in Es 28 e in Lev 16,32.
La luminosità della veste di Gesù nella trasfigurazione, la tunica senza cinture, la veste e il manto rosso di cui viene ricoperto durante la passione, la fascia d’oro che porta nella visione dell’Apocalisse rivelano la sua divinità e la sua missione sacerdotale, regale e profetica (cf Mt 17,2; Lc 23,11; Gv 19,23; Ap 1,13).
Chi riveste un abito nuovo manifesta la novità della vita. Nella parabola degli invitati al banchetto di nozze (cf Mt 22,1-14) colui che non riveste l’abito nuziale è cacciato fuori, mentre nel racconto del padre misericordioso il figlio che ritorna a casa è rivestito con l’abito più bello (cf Lc 15,22). Pensiamo all’importanza di questa affermazione per il battesimo cristiano, in cui la creatura viene rivestita di Cristo (cf Gal 3,27; Rm 13,14).
Nel mistero che celebriamo oggi Gesù depone le vesti; in questo modo anticipa il gesto che i soldati compiranno prima della crocifissione (cf Gv 19,24). Il suo è un gesto di sovrana libertà che gli permette di rivestire l’identità del servo, evidenziata dall’asciugatoio di cui si cinge, e di donare se stesso amando fino al compimento.
* Il giovedì santo è liturgicamente caratterizzato da due momenti forti: la Messa crismale, al mattino e la celebrazione in Coena Domini, al pomeriggio. Entrambi esprimono in modo particolare la comunione ecclesiale tra il vescovo, i presbiteri e il popolo cristiano.
* Nella Messa del crisma il vescovo, che concelebra con i presbiteri della sua diocesi, consacra il crisma e benedice gli oli degli infermi e dei catecumeni. Questa celebrazione manifesta la partecipazione del vescovo e dei presbiteri all’unico sacerdozio di Cristo. Gli oli possono essere accolti nelle comunità parrocchiali in un tempo opportuno, precedentemente preparato e programmato, in modo da favorire ai fedeli la comprensione dell’uso e dell’efficacia di essi nella vita sacramentale.
* Con la celebrazione in Coena Domini ha inizio il Triduo pasquale. Le disposizioni ecclesiali esortano a celebrare una sola Messa vespertina, in un orario che favorisca una maggiore partecipazione di fedeli. In questa Messa si ponga attenzione, anche durante l’omelia, ai misteri ricordati: l’istituzione dell’Eucaristia, dell’ordine sacro, il comandamento della carità e del servizio reso visibile dal tradizionale gesto della lavanda dei piedi e dalla processione offertoriale, durante la quale, mentre si esegue il canto proprio, «Dov’è carità e amore», designato per questo momento, insieme al pane e al vino, si portano doni per i poveri, possibilmente frutto delle rinunce fatte nel tempo quaresimale.
Il gesto della lavanda dei piedi non dev’essere improvvisato, né interpretato come una rappresentazione teatrale, la liturgia non è mai teatro. È un segno che rimanda ad una verità profonda, la Chiesa è chiamata a vivere lo stile di donazione e di servizio vissuto dal suo Sposo e Signore: «anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14).
Al termine dell’orazione dopo la comunione processionalmente si portano le specie consacrate all’altare della reposizione (precedentemente preparato e addobbato). I nostri lettori certamente già sanno che non è bene parlare di «sepolcro» e che il Santissimo non deve essere esposto in un ostensorio ma custodito dentro un tabernacolo chiuso. In questo luogo si prolungherà l’adorazione solenne fino alla mezzanotte. Dove l’adorazione continua oltre quest’ora, è bene ridimensionare almeno le luci, perché già inizia il giorno della passione del Signore.
Al termine della celebrazione viene spogliato l’altare e così rimarrà fino al momento della comunione con i doni presantificati del venerdì santo.                            P. R.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro