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Venerdì santo - 25 marzo 2005
• Prima
lettura:
Is 52,13-53,12
• Salmo
responsoriale:
Sal
30,2.6.12.13.15-17.25
•
Seconda lettura:
Eb 4,14-16; 5,7-9
•
Vangelo:
Gv 18,1-19,42

Figlio e Re
La liturgia del venerdì santo abbonda particolarmente di
contenuti che risulta difficile far emergere tutte le sue ricchezze, non
solo nello spazio limitato di alcune pagine, ma proprio nella complessità
degli intrecci che vengono suggeriti o anche solo evocati, e che andrebbero
percorsi con pazienza. Ci può consolare il fatto che la liturgia del Triduo
pasquale è sempre uguale, quindi anche il prossimo anno liturgico saremo
invitati a meditare gli stessi testi. Se è vero, poi, come dicevano i Padri,
che «la Scrittura cresce con chi la legge», possiamo augurarci di
crescere nella nostra comprensione della Parola così da scoprire in essa
tesori sempre nuovi.
Personalmente ci sentiamo come intimiditi da testi come quello proposto
nella prima lettura, il quarto canto del servo sofferente di Isaia. Nel
brano si alternano voci diverse. All’inizio ascoltiamo la voce del Signore
che dà un giudizio estremamente lusinghiero su questo servo: «Avrà
successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente». Interviene poi
una voce corale, un «noi», che esprime invece una valutazione assai più
critica, descrivendo l’umiliazione e la sofferenza di questa persona,
«disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il
patire », e che suscita un senso di repulsione in chi lo guarda. Se
soffre così tanto, vuol dire che se l’è meritato, quindi che ha molto
peccato. È l’idea che esprimono gli amici di Giobbe, ritenendo che tanta
sofferenza si spieghi unicamente come castigo per una colpa ugualmente
grande. Eppure questa lettura del noi corale, per quanto sostenuta da
una certa teologia, risulta inadeguata. Ciò che si comprende riflettendo in
modo più profondo è che il servo è innocente, la sua sofferenza non chiede
vendetta, il suo silenzio è voluto, perché parlare avrebbe significato
accusare chi l’aveva percosso e umiliato. Tutto questo risulta
misteriosamente vitale per gli altri: «Il giusto mio servo giustificherà
molti».
Egli è insieme la vittima che con la sua presenza denuncia l’assurdità
del male che gli è stato fatto, e colui che, mediante il silenzio, non
condanna i suoi accusatori. Questo li rende giusti, cioè può essere per loro
una via per riconoscere il male che hanno ingiustamente fatto e per
convertirsi, per cambiare vita. Il servo non dice nulla; altri parlano di
lui, esprimendo giudizi molto diversi. Cosa diremmo noi? Quale tipo di
valutazione daremmo della sofferenza del servo? Ci allineeremmo sulla
posizione che il Signore esprime, o daremmo credito piuttosto alla voce
corale, che considera il servo una sorta di capro espiatorio che con la sua
morte restituisce la pace alla convivenza umana?
Quello che il testo sembra dire, nonostante le sue oscurità, è che non si
sta parlando né di una storia inventata, né di una vicenda da interpretare
in senso figurato, metaforico. Il testo si riferisce ad un evento che non è
possibile ricostruire nei suoi dettagli, ma che comunque è estremamente
reale. La sua indeterminatezza fa sì che si possa riferire a tante storie
concrete, tanto è vero che il servo è stato interpretato come figura del re
Giosia, o del profeta Geremia, ecc.
La tradizione cristiana ha, fin dal tempo del Nuovo Testamento, applicato
questo testo alla storia di Gesù.

«Egli è l’agnello
che non apre bocca, fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato
verso sera, sepolto nella notte»
(Melitone di Sardi, Omelia sulla Pasqua).
Questo non vuol dire che Isaia pensasse a Gesù, ma che
comunque la vicenda della passione non
è estranea ad una serie di elementi che già ritroviamo nella
profezia di Isaia, e che forse gli evangelisti hanno anche esplicitato.
La seconda lettura già ci orienta verso questa interpretazione, presentando
la vicenda di Gesù, uomo e Dio. Gesù ha vissuto nella «carne» (Eb 5,7), cioè
è stato, come noi, un essere sensibile, emotivo, ha provato gioia e dolore,
serenità e ansia. In questa condizione, egli ha dovuto, come noi «fare la
volontà di Dio» (10,7), imparando l’obbedienza (5,8). Noi spesso
pensiamo che Gesù, essendo Dio, abbia vissuto la vicenda umana come una
specie di passeggiata, che gli fosse chiaro tutto e da subito, che non fosse
travagliato da dubbi, esitazioni, ecc. La nostra riflessione cristologica ha
molto insistito sull’aspetto divino, a scapito però della dimensione umana,
che è stata un po’ sacrificata. La lettera agli Ebrei restituisce invece
l’immagine di «Cristo che nei giorni della sua vita terrena offrì
preghiere e suppliche con forti grida e lacrime», e che, «Pur essendo
Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì».
Gesù è stato colui che ha saputo unificare tutta la sua vita in un atto di
volontà unica, colui che ha servito il Padre con cuore indiviso, ma non
perché sapesse fin dal principio già tutto, bensì perché ha lottato
intimamente per vivere fino in fondo nell’ascolto obbediente del Padre. In
questo senso egli è il servo di cui Isaia parla, colui che esprime
pienamente la vocazione che tutto il popolo d’Israele è chiamato a vivere,
la vocazione di ascolto obbediente che è proposta come ideale da incarnare
ad ogni credente.
Non rifugiamoci nell’idea un po’ romantica e senz’altro rassicurante che per
Gesù tutto fosse facile, mentre per noi non lo è, e quindi si capisce che
lui era fedele, e noi no. Non a caso il servo è una figura anonima, che
trova in Gesù un modello esemplare di riferimento, ma che può essere
incarnata anche da ciascuno di noi, che nel Figlio impara cosa vuol dire
vivere con cuore indiviso per il Signore.
Il Vangelo ci invita a meditare il racconto della passione secondo Giovanni.
Anche qui ritroviamo alcuni elementi su cui abbiamo già riflettuto mentre
altri se ne aggiungono. Intanto il racconto inizia con una scena un po’
misteriosa, di carattere teofanico, che richiama, al v 11, l’esperienza del
Getsemani. Le guardie, mandate ad arrestare Gesù, indietreggiano e cadono a
terra appena sentono pronunciare da Gesù il nome sacro di Dio: «Io sono
». Senza volerlo, riconoscono la sua divinità, che non si impone con la
forza, tanto è vero che Gesù critica il gesto sconsiderato di Pietro che
colpisce con la spada il servo del sommo sacerdote. In modo discreto, ma
eloquente, Gesù confessa la sua identità, prendendo anche le distanze dal
modo abituale in cui gli uomini si rappresentavano Dio, come colui che
agisce con forza per sbaragliare i suoi avversari e si impone prevalendo
sugli altri. Non è questa l’immagine di Dio che Gesù rivela. Al contrario,
egli è il pastore che difende i suoi.
Nella scena seguente Gesù si confronta con Anna. Assistiamo di nuovo ad un
contrasto marcato tra Gesù che confessa apertamente chi è, menzionando la
sua attività fondamentale che è consistita nel parlare, nel portare al mondo
la sua parola di rivelazione, e Pietro, figura del discepolo che rinnega il
Maestro. Al centro della scena (18,12-27) si trova lo schiaffo che la
guardia dà a Gesù e che costituisce la risposta del mondo al suo
insegnamento.
Analogo comportamento di Gesù troviamo nella scena successiva, nella quale
si trovano Gesù e Pilato. Il Signore si proclama qui il testimone che ha il
compito di rendere testimonianza alla verità, una questione che Pilato
liquida sbrigativamente: «Che cos’è la verità? » Senza averne
l’intenzione, però, Pilato è «costretto» a riconoscere la verità di Gesù,
proclamando l’Uomo e il Re. Il termine «uomo», che in bocca a Pilato ha
probabilmente un significato generico, viene interpretato dall’evangelista
come un titolo messianico, sulla base del testo di Dan 7,13-14: quest’uomo
Gesù, nella sua debolezza e impotenza, è colui che possiede il potere del
giudice escatologico. Egli viene riconosciuto da Pilato anche re, in un
quadro solenne, quasi liturgico. I Giudei, però, rifiutano in maniera decisa
questo re, un rifiuto simile a quello espresso dallo schiaffo del servo del
sommo sacerdote. Assistiamo dunque più volte alla medesima dinamica: Gesù
proclama la sua divinità, viene riconosciuto come giudice escatologico e
come re, ma tale rivelazione viene respinta e rifiutata con forza da vari
personaggi. Ad esempio, Pilato fa scrivere in tre lingue sul cartello della
croce che Gesù è re, e i sommi sacerdoti protestano.
Eppure la regalità di Gesù da qualcuno viene riconosciuta, da Giuseppe d’Arimatea
e Nicodemo, che seppelliscono Gesù in un giardino, come si usava fare per i
re, in un sepolcro nuovo, utilizzando una quantità di mirra e di aloe che
solo ai re era destinata.
La passione comincia e finisce in un giardino. Nel silenzio siamo invitati
ad avvicinarci e ad aderire a questo mistero, prendendo a nostra volta
posizione tra i vari personaggi, schierandoci tra quelli che rifiutano,
rinnegano o che accolgono il re, come hanno fatto la Madre di Gesù e il
discepolo amato. Donatella Scaiola
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Viaggio… nel testo
La croce
«Gesù… portando la croce, si avviò verso il
luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero»
(Gv 19,17s).
La crocifissione come pena capitale, è attestata nell’antichità presso i
greci e i cartaginesi. Da questi ultimi deve essere passata ai romani.
Anche al tempo di Gesù, questa punizione veniva inflitta solo agli
schiavi e agli stranieri per colpe veramente gravi, soprattutto per i
delitti contro lo stato. In tal senso rappresentava un’efficace
deterrente per i tentativi di ribellione contro la potenza romana, a tal
fine veniva praticata in luoghi pubblici.
La croce di Cristo, riassume tutta la teologia su Dio, è evento
salvifico, intervento e Parola di Dio, messaggio liberante e al contempo
vincolante. Illumina la nostra vita intesa come servizio e dono costante
di sé, insegna il cammino, infonde speranza. È per noi cristiani motivo
di gioia e di gloria perché in essa siamo salvati.
* Il venerdì santo è giorno di silenzio, di digiuno, d’intensa
contemplazione del dono supremo del nostro Signore Gesù Cristo. Per
antichissima tradizione oggi la Chiesa non celebra l’Eucaristia. La
celebrazione liturgica di questo giorno santo si apre con la preghiera
silenziosa di tutta l’assemblea. In silenzio entrano i presbiteri
accompagnati dal risuonare dei loro passi, giunti davanti al presbiterio
si prostrano, mentre l’assemblea sosta in ginocchio.
La celebrazione si svolge in tre momenti:
- la liturgia della Parola. Oltre i testi biblici,
particolarmente illuminanti del mistero celebrato, comprende la
bellissima preghiera di intercessione che esprime la potenza universale
della passione di Cristo. Per la proclamazione del Vangelo si preferisca
la forma lunga che consente di penetrare integralmente il mistero.
- l’adorazione della croce. Prevede due momenti, l’ostensione e
l’adorazione personale. Questo momento sia vissuto con sobrietà e
solennità, senza fretta, dando ai fedeli la possibilità di esprimere la
propria venerazione nel modo ad essi più consono. Durante questo tempo
si alternino momenti di silenzio al canto di antifone e dei «lamenti del
Signore ». La croce resterà esposta per l’adorazione e la preghiera dei
fedeli tutto il sabato fino a quando l’aula liturgica verrà preparata
per la grande veglia.
- la comunione eucaristica. Si prepara l’altare ricoprendolo con
la tovaglia, si canta la preghiera del Signore, poi i ministri e i
fedeli comunicano al pane eucaristico consacrato il giovedì santo.
Finita la comunione la pisside viene portata in un luogo adatto, fuori
dall’aula liturgica e l’altare viene nuovamente spogliato. P. R. |


La
Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo
Alberione nel 1951
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro
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