Greccio e gli altri santuari della Valle di Rieti (Poggio Bustone,
Fontecolombo e La Foresta) rappresentano momenti significativi per la
vita di san Francesco d’Assisi.
A Greccio, borgo medievale a 705 metri di altitudine, nel mezzo della
catena boscosa dei monti Sabini, si erge il Santuario del Presepe,
uno dei monumenti più importanti della storia del francescanesimo. Si
tratta del luogo nel quale, la notte di dicembre 1223, san Francesco
volle che si rappresentasse la poverà del luogo in cui nacque nostro
Signore Gesù Cristo. Nella Grotta si conserva un affresco di scuola
giottesca del XIII secolo che rappresenta il Natale di Betlemme
e il Natale di Greccio.
Percorrendo uno stretto corridoio si arriva ai luoghi abitati dal
santo e dai primi frati: il refettorio, il dormitorio e la roccia su
cui dormiva san Francesco. Salendo al piano superiore si può visitare
la prima chiesa dedicata a san Francesco dopo la sua canonizzazione,
avvenuta nel 1228 a soli due anni dalla morte.
Le fonti francescane narrano che Francesco aveva scelto proprio questi
luoghi per vivere in solitudine e rielaborare la regola. Era infatti
seriamente preoccupato per l’organizzazione e l’orientamento
dell’Ordine che andava crescendo di numero. La regola sarà portata a
termine solo nel novembre 1223.
La rappresentazione dal vivo della povertà del presepe recherà a
Francesco una grande consolazione spirituale. Il santo chiese
all’amico Giovanni Velita, signore di Greccio, di preparare il
necessario per rappresentare la nascita di Gesù. «Francesco voleva
vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la
mancanza di quanto occorre ad un neonato e soprattutto le difficoltà
che la Madre poverella dovette affrontare» (TOMMASO DA CELANO,
primo biografo del santo).
La notte di Natale, Francesco, rivestito dei paramenti diaconali,
canta il Vangelo: «Quella voce forte e dolce, limpida e sonora
rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole
dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di
Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di
amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme” e quel “Betlemme”
lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero
affetto, pronunciando un suono come belato di pecora. E ogni volta che
diceva “Bambino di Betlemme” passava la lingua sulle labbra, quasi a
gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole» (Vita
prima, capitolo XXX, 86-87).
Da allora numerose sono state le rappresentazioni della natività di
Gesù in tutto il mondo e la Chiesa incoraggia questa diffusa
consuetudine che ravviva la memoria dell’incarnazione del Verbo e
alimenta la pietà cristiana. La preparazione del presepe nelle
abitazioni domestiche in cui sono coinvolti particolarmente i bambini,
«diviene occasione perché i vari membri della famiglia si pongano
in contatto con il mistero del Natale, e si raccolgano talora per un
momento di preghiera o di lettura delle pagine bibliche riguardanti la
nascita di Gesù» (Direttorio su pietà popolare e liturgia, 104).
Con questo caro ricordo della rappresentazione del presepe la
nostra Redazione augura a tutti Buon Natale!
