La Vita
in Cristo e nella Chiesa

   

 

 

 

 

 

MENSILE DI FORMAZIONE LITURGICA E INFORMAZIONE

 
 

 


Epifania del Signore

6 gennaio 2006

I re magi attorno alla Vergine con il Bambino in trono.
Affresco XII sec., catino absidale, chiesa S. Maria di Tahull (Catalogna).

Prima lettura: Is 60,1-6 Salmo responsoriale: Sal 71,1-2.7-8.10-13
Seconda lettura: Ef 3,2-3.5-6 Vangelo: Mt 2,1-12

La manifestazione dell’amore

Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra: è il ritornello del salmo responsoriale della liturgia odierna; esso sintetizza in modo efficace il senso di questa solennità.
La
prima lettura, tratta dalla terza parte del libro del profeta Isaia, presenta toni chiaramente universalistici: «Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere». Non sono molti i testi veterotestamentari che si esprimono in questo modo, e l’elemento che li unisce è la prospettiva futura che in essi si respira. L’Antico Testamento si esprime in termini universalistici in testi che non descrivono il presente, ma un futuro indeterminato, che assume caratteristiche escatologiche. Anche nel nostro brano molti verbi sono al futuro: «cammineranno i popoli..., sarai raggiante..., palpiterà e si dilaterà il tuo cuore..., si riverseranno... » ecc.
Questo futuro ha Dio come soggetto e come punto di arrivo. Dio realizzerà questi eventi straordinari e l’effetto che produrrà la sua azione sarà il riconoscimento da parte dei popoli che solo lui è il Signore. Dio verrà adorato e lodato, quando tutte queste cose si realizzeranno.
Questo futuro indeterminato è legato ad un tempo, che Dio solo conosce, ad un evento che noi celebriamo come già avvenuto: la nascita del Figlio. Questo evento ci ha introdotto nella pienezza del tempo. Ormai sono iniziati gli ultimi tempi, quelli escatologici, per cui la promessa futura, in realtà, si sta realizzando. Per questo motivo, il
Vangelo racconta che i re pagani, lontani, partono da luoghi remoti per andare ad adorare il Bambino. Il tempo si è riempito, le promesse si realizzano, il Figlio si è manifestato a tutti coloro che sono disposti ad accoglierlo. Il mistero si è realizzato, ma non si impone a nessuno. Si è manifestato, ma ognuno deve reagire di fronte ad esso e non è scontato che l’unica reazione sia quella positiva dei re magi! Anzi, il racconto evangelico delinea diverse possibili reazioni. C’è la reazione di chi conosce le Scritture e le interpreta in modo corretto. I sommi sacerdoti e gli scribi leggono il Libro e danno la risposta corretta alla domanda: dove deve nascere il Messia? Ma poi non si muovono da Gerusalemme, non vanno a Betlemme. La loro conoscenza, la sapienza che incarnano è astratta, teorica. Dicono cose giuste, ma queste non arrivano al cuore, non cambiano la vita. Restano chiusi nei loro palazzi, senza uscire alla luce, senza mettersi in cammino.  
Capita anche a noi, talvolta, di leggere le Scritture in modo estetizzante, culturale, attenti ai dettagli di tipo storico, geografico, sociologico, ma restando all’esterno del messaggio religioso che in esse è contenuto. Ci difendiamo dalla provocazione ad uscire, a metterci in cammino, a cercare ciò che le Scritture contengono, e ci limitiamo ad una interpretazione, magari formalmente corretta, però, in ultima analisi, sterile.
C’è anche la reazione di quelli che, come Erode, si sentono minacciati dal Messia. Ci fa sorridere questa paura, perché, dopo tutto, si tratta, per ora, di un bambino, e in seguito, di un uomo mite, non violento, senza eserciti né potere. Spesso però i potenti della terra si sentono minacciati, come Erode, dal Vangelo e dai suoi testimoni, che cercano di ridurre al silenzio in vari modi: o corrompendoli, o denigrandoli, oppure uccidendoli. Il racconto evangelico contiene una nota ironica: nonostante i suoi intrighi, le sue menzogne e il suo potere, Erode non riesce ad avere la meglio. Le sue menzogne in qualche modo si ritorcono contro di lui che viene, a sua volta, ingannato. Per il momento sorridiamo, anche se conosciamo come la storia va a finire!
C’è la reazione di Maria sua madre, che, come in altri testi, tace e contempla. La sua contemplazione silenziosa, nutrita pazientemente dalle Scritture che cerca di comprendere insieme agli eventi di cui è stata protagonista e spettatrice, anticipa l’adorazione dei re magi.
E infine ci sono loro, questi personaggi misteriosi, questi magi che il testo non chiama re, come farà invece la tradizione, precisandone anche il numero (tre), il nome (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre), e la razza di appartenenza. Essi sono le primizie dei popoli che vengono da lontano, dall’oriente, per adorare il Messia. Essi sono presentati come il compimento della profezia contenuta nel libro di Isaia e in altri testi. Dei magi, o maghi, parla anche altrove la Bibbia, a volte in senso positivo altre invece piuttosto critico. La magia, bianca o nera, era una delle materie di studio previste dagli antichi curricula, una disciplina legata al mondo sapienziale, cioè a quello degli intellettuali del vicino oriente antico. Sia in Egitto che a Babilonia c’erano maghi, con i quali i vari personaggi biblici si incontrano o si scontrano. Ricordiamo, ad esempio, che Mosè aprirà un duro confronto con i maghi dell’Egitto, che si svilupperà in varie «piaghe», segni che Mosè realizza per mezzo del bastone di Dio e che hanno la funzione di accreditare la sua parola, ma che pure i maghi del faraone, fino a un certo punto, almeno, riprodurranno a loro volta. Prima di lui Giuseppe, sempre in Egitto, si era confrontato con i maghi del faraone, incapaci di interpretarne i sogni. A differenza di loro, Giuseppe, senza essere andato a scuola, ma istruito dallo spirito di Dio, è riuscito nell’impresa nella quale essi avevano fallito. Tuttavia non c’è polemica nel racconto, ma solo l’affermazione della superiore sapienza che viene da Dio, e che Israele dunque possiede in maniera sorprendente.
Nel libro dei Numeri (capp 22-24) si racconta la storia dell’indovino Balaam, chiamato dal re di Moab per maledire Israele. È presentato come colui che detiene poteri occulti capaci di influire sulle sorti della battaglia. Tuttavia, nonostante il suo potere, non riesce a prevalere su Israele, ed è costretto, suo malgrado, a benedire il popolo.
Più avanti, Daniele si confronterà a sua volta con gli indovini di Nabucodonosor che non riescono ad interpretare il sogno del re, impresa che invece Daniele, sempre assistito dalla sapienza e dallo spirito di Dio, compirà brillantemente.
Sono tutti esempi che si leggono nel testo biblico per indicare che più volte Israele si è confrontato con la cultura pagana, a volte in modo conflittuale, in altri casi con rispetto e ammirazione, ma sempre sottolineando che c’è una sapienza che viene da Dio, superiore all’arte imparata a scuola. Nel racconto del Vangelo odierno abbiamo una presentazione positiva di queste figure di saggi, forse di re, che sanno utilizzare le loro conoscenze per mettersi in cammino, per andare alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, che personalmente non conoscono ancora, ma da cui sono attirati. La sapienza delle genti è una via per incontrare il Signore. Essa possiede i suoi segni, la stella, ma ha tuttavia bisogno della Parola per orientare in modo corretto il cammino. Infatti gli scribi di Gerusalemme interpretano in modo corretto la Scrittura, come abbiamo detto, ma ironicamente, sanno guidare altri, i pagani, alla grotta, non se stessi.
C’è una ricerca di Dio che parte da lontano, forse dalla curiosità, o dall’utilizzazione di strumenti scientifici, una ricerca che sa affrontare numerosi rischi e che, tenacemente, viene portata avanti fino al momento dell’incontro. Molto bella la reazione di gioia che viene qui sottolineata e che esprime il carattere che l’incontro con Dio deve avere. Se l’incontro con Dio non ci dà gioia, dovremmo chiederci perché: forse siamo troppo concentrati su noi stessi per incontrare veramente il Signore? Forse ci illudiamo di averlo incontrato solo perché abbiamo una pratica religiosa?
S. Paolo, nella seconda lettura, aggiunge un tocco ulteriore al percorso che abbiamo delineato: una volta che il mistero di Dio è stato manifestato, occorrono persone disposte a farlo conoscere. La solennità odierna descrive le genti, nella figura dei magi, che si rivolgono al Signore e lo adorano. Oggi, affinché questo incontro si realizzi per tutti, ci vogliono persone che, come Paolo, si facciano carico di un ministero particolare, di annuncio, di evangelizzazione, di testimonianza. Questa missione appartiene alla Chiesa e tutti siamo invitati ad assumerla, ciascuno secondo il suo carisma particolare.      Donatella Scaiola

 

Per celebrare

L’odierna solennità dell’Epifania riprende e sviluppa il mistero del Natale: «Poco dopo la festa della nascita di Cristo, ecco che la solennità della sua manifestazione ci ha inondati di luce; e il mondo conosce in questo giorno colui che la Vergine partorì in quello»1.
Oggi il Padre rivela il Figlio Unigenito quale Salvatore di tutti gli uomini. Nei magi i popoli rispondono alla chiamata di Dio, individuano e riconoscono il Bambino di Betlemme come loro Salvatore. Gesù inizia l’opera dell’unificazione dei popoli e la fondazione della comunità della famiglia umana.
L’opera della manifestazione del Salvatore e della comunicazione della salvezza a tutti i popoli è vista dall’odierna antifona d’ingresso come esercizio della regalità universale del Signore2: «È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria» (cf Ml 3,1; 1 Cr 19,12).
A questa antifona il Graduale romanum accosta il Salmo 71,1.10.11 suggerendo il canto di un inno regale dallo spiccato carattere messianico e profetico. Nei re che giungono dall’oriente per adorarlo, la Chiesa vede compiersi la parola profetica del salmo «Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. In lui saranno benedette tutte le stirpi della terra e tutti i popoli lo diranno beato» (vv 10.17b).
«La Chiesa si considera appartenente a quella regale e nobile stirpe, perché nei re dell’oriente vede accorrere a Cristo le primizie dei popoli pagani, che in lei, lungo i secoli, vedranno la luce della fede»3 e diventeranno «una moltitudine immensa… di ogni nazione, razza, popolo e lingua» che nessuno potrà contare (Ap 7,9). Se sarà difficile individuare un canto che riprenda i testi e i temi accennati, si potrà salvaguardare almeno il tema della regalità del Signore come, per esempio, La luce della stella (Natale-1 gennaio-Epifania, Ed. Paoline) e Osanna al figlio di David (Nella Casa del Padre 455). Una buona alternativa potrebbe essere un canto adatto al tempo di Natale come Adeste, fideles - Venite, fedeli (Nella Casa del Padre 484).
Per il momento della comunione l’antifona riprende il testo evangelico di Matteo 2,2: «Noi abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti con doni per adorare il Signore».
Come sant’Efrem spiega, «i magi, che adoravano gli astri, non avrebbero deciso di andare verso la luce se la stella non li avesse attratti col suo splendore. La stessa attrasse il loro amore, legato ad una luce di poca durata, verso la luce che non tramonta»4.
Nel fare la comunione eucaristica la solennità dell’Epifania impegna a riconoscere meglio l’identità di Gesù, «luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), accogliendo, come fu per i magi, il dono della perenne attività di contemplazione e l’invito a realizzare il nostro compito di creature nell’offerta di noi stessi a Dio.
Il salmo 71 qui riproposto aiuta a «celebrare le meraviglie della grazia nella vita interiore dell’uomo e il lavoro che il Signore vi compie per mezzo del suo Spirito»5.
Anche per questo momento celebrativo la scelta di un canto che riprenda i testi accennati probabilmente sarà difficile. Potrà risultare più facile la scelta di sostenere il tema della contemplazione eucaristica come, per esempio, in Pane del cielo (Cantinfesta 273). D.P.
 

NOTE
1
LEONE MAGNO, Sermo 32, 1.
2
Cf Anamnesis 6. L’Anno liturgico, Assisi (PG) 1994, pp 188-189.
3
SPIRITO R., I Salmi. Preghiera di Cristo e della Chiesa, Torino 1999, p 398.
4
EFREM, Diatessaron, II, 5, 18.25.
5
SPIRITO R., Op. cit., p 399.

 

 

       
       
       

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Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal beato Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro