|
|
Battesimo del Signore
8 gennaio 2006
• Prima lettura:
Is 55,5-11 • Salmo
responsoriale: Is 12,2-6
• Seconda lettura: 1 Gv 5,1-9
• Vangelo: Mc 1,7-11

Battesimo di Cristo.
«Uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui
come colomba» (Mc 1,11).
L’acqua e lo Spirito
L’evento del battesimo di Gesù è
stato raccontato dai tre Vangeli sinottici e appartiene sicuramente ad una
tradizione storica che ogni evangelista racconta in modo personale. Così
facendo, si raggiungono due obiettivi: da una parte, non possiamo
rappresentarci il fatto in modo troppo materiale, perché i racconti sono in
parte diversi. Siamo cioè invitati a comprendere il significato spirituale
di quell’evento, senza soffermarci in maniera quasi ossessiva sui singoli
dettagli. Dall’altra, avendo almeno tre diversi racconti dello stesso fatto,
possiamo apprezzarne somiglianze e differenze, così da conseguire
un’intelligenza più ricca e articolata di ciò che è avvenuto.
Per comprendere meglio il Vangelo, la liturgia si apre con una
lettura del profeta Isaia. È una pericope tratta dalla parte finale del
cosiddetto Deuteroisaia, un profeta anonimo, risalente al periodo
dell’esilio, che avrebbe composto i capp 40-55 del libro di Isaia. Il
periodo dell’esilio, nel quale vive questo profeta appunto anonimo, ha
rappresentato per il popolo di Giuda deportato a Babilonia una grande sfida
sul piano propriamente religioso. Le condizioni di vita a Babilonia non
erano eccessivamente dure per i deportati, i quali però stentavano ad
interpretare il senso della catastrofe che avevano vissuto: la perdita della
terra, del re, dell’indipendenza politica, del tempio. Perché era
successo tutto questo? Varie risposte sono state
elaborate e quella del Deuteroisaia è
una delle tante, più accreditata di altre in quanto risalente ad una voce
profetica, quindi da qualcuno che aveva la pretesa di parlare in nome di
Dio. Nel brano che la liturgia odierna propone alla nostra riflessione, il
profeta intende incoraggiare i suoi uditori affermando alcune verità
incontrovertibili. In primo luogo, ricorda che le vie di Dio e quelle degli
uomini sono diverse. Il modo di pensare di Dio, ci si conceda questo
antropomorfismo, non corrisponde sempre o necessariamente, alle logiche
umane. Su questo punto noi e gli uditori del profeta probabilmente
concordiamo. Da ciò il profeta trae la conseguenza che bisogna fidarsi di
Dio, affidarsi alla sua Parola, perché è sicuramente efficace, paragonata
com’è a fenomeni naturali, come la pioggia e la neve, che gli uditori
conoscevano bene. La Parola, in terzo luogo, chiede di cercare il Signore. È
vero che le sue vie sono imperscrutabili, ma noi abbiamo comunque un compito
da portare avanti. Senza pensare di poter esaurire il mistero di Dio,
possiamo comunque cercarlo, ascoltare quello che dice, lasciarci pian piano
educare e trasformare da questo ascolto. La condizione è di essere assetati,
cioè di desiderare tutto ciò. L’ostacolo all’incontro con Dio forse non sta
sul versante divino della relazione, ma piuttosto su quello umano, spesso
troppo sazio o saturo per desiderare veramente di incontrare il Signore.
Possiamo capire meglio, allora, quello che Giovanni il Battista diceva ai
suoi ascoltatori: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale
io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io
vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
Giovanni fa appello ad una ricerca, a un desiderio, e non teme di utilizzare
un linguaggio vagamente minaccioso e intimidatorio per suscitare l’attesa da
parte del suo pubblico. Il battesimo conferito «con Spirito Santo» fa
pensare alla rigenerazione del popolo annunciata dai profeti per gli ultimi
tempi (cf Is 32,15-16; 44,3-4; Ez 11,19; ecc.). Giovanni rappresenta il
profetismo d’Israele, presentato sinteticamente come la voce che prepara la
strada del Signore, che viene qui superato da quello che esso preparava:
«il più forte che viene dopo di me».
Le parole di Giovanni di fatto si realizzano perché Gesù viene «in
quei giorni». Quali giorni? Bisogna saperli riconoscere. Bisogna
avvertirne la straordinarietà all’interno di percorsi ordinari. Per questo
occorre lo Spirito. L’evento del battesimo è raccontato dall’evangelista
Marco come un’esperienza personale di Gesù. Non si menzionano le folle, tra
le quali Gesù si inserisce, e nemmeno viene riportato un dialogo tra
Giovanni e Gesù. Tutto resta sullo sfondo per evidenziare la particolare
esperienza che Gesù fa. È lui che vede aprirsi i cieli, vede lo Spirito e
ascolta una voce dal cielo. Questo modo di descrivere l’evento rende
l’episodio simile a un racconto di vocazione, ma anche a una teofania perché
Gesù vede aprirsi i cieli, cioè contempla il mistero di Dio.
Gesù «sale» dall’acqua, un verbo che evoca il passaggio del Mar Rosso e
l’attraversamento del Giordano da parte del popolo di Israele nell’Antico
Testamento, cioè fa sue le esperienze fondamentali del popolo col quale si
identifica, e riceve la missione dalla voce celeste. Alla voce di Giovanni
si sovrappone la voce di Dio, che riconosce Gesù come colui che realizza la
figura del servo di cui aveva parlato Isaia: «Ecco il mio servo che io
sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio; ho posto il mio spirito su di
lui» (Is 42,1). La voce celeste utilizza la seconda persona: «Tu sei
mio figlio», rileggendo il canto del servo di Isaia alla luce del salmo
2, testo messianico. Gesù inoltre è definito «prediletto», termine
usato da Dio parlando con Abramo a proposito del figlio Isacco (cf Gen
22,2.16). In questo breve testo evangelico vengono citati tre testi
dell’Antico Testamento mediante i quali Gesù viene presentato come l’unto
regale, consacrato come signore delle nazioni (cf Sal 2), come il servo
destinato a rivelare la salvezza (cf Is 42), e come il figlio diletto che
sarà offerto in sacrificio (cf Gen 22).
L’evangelista, attraverso la sovrapposizione di diverse figure, ci offre la
sua interpretazione della persona di Gesù nel momento inaugurale della
missione, momento collegato a Giovanni che fa da ponte tra Antico e Nuovo
Testamento. La Scrittura ci dà la chiave per comprendere in modo meno
inadeguato il mistero di Gesù, il quale riceve insieme la rivelazione della
sua identità e la missione da parte di Dio.
Nella seconda lettura viene delineato un percorso analogo anche per i
credenti. La fede che il credente professa manifesta una condizione
fondamentale e invisibile, che viene paragonata ad una generazione. Questa
condizione, segno dell’amore che Dio ha per noi, si deve esprimere
attraverso l’osservanza dei comandamenti. L’amore di Dio non si riduce ad un
vago sentimentalismo, ma inaugura uno stile di vita caratterizzato da una
prassi d’amore. Non si tratta di una pratica opzionale, ma piuttosto di una
condizione imprescindibile e di una verifica della fede professata: «In
questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti».
Fede e amore sono intimamente connessi; identità e vocazione si richiamano a
vicenda. Così è stato per Gesù, così è per il credente.
Il medesimo Spirito che ha accompagnato Gesù nella sua missione sostiene
oggi il nostro cammino di fede. Celebrare la festa del battesimo di Gesù ci
richiama con forza alla responsabilità connessa al nostro battesimo, punto
di partenza di un’esistenza chiamata a rigenerarsi continuamente mediante la
pratica dell’amore. Donatella Scaiola

|
Per celebrare
Al
termine del tempo natalizio, la festa odierna del Battesimo del
Signore si pone in continuità con quella dell’Epifania riprendendo
il tema della manifestazione della salvezza data agli uomini: il
peccato è distrutto e ai vivi è offerta l’adozione filiale.
L’antifona d’ingresso invita ad aprire la celebrazione
eucaristica proprio volgendo lo sguardo alla scena centrale del
racconto salvifico odierno: «Dopo il battesimo di Gesù si
aprirono i cieli, e come colomba lo Spirito di Dio si fermò su di
lui, e la voce del Padre disse: “Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”» (cf Mt 3,16-17).
Viene descritta una manifestazione trinitaria: su Gesù, Figlio di
Dio, che si trova nell’acqua e viene battezzato da Giovanni,
scende lo Spirito in forma di colomba e Dio Padre fa udire la
propria voce rivelante la filiazione divina di Cristo.
Gesù nella sinagoga di Nazaret ha parlato del suo battesimo come
di una unzione con lo Spirito Santo, citando e applicando a sé il
detto del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me,
per questo mi ha unto» (Lc 4,18; Is 61,1).
San Pietro, alludendo al battesimo di Gesù nel discorso in casa di
Cornelio, dice: «Dio unse di Spirito Santo e potenza Gesù di
Nazaret» (At 10,38). Così lo Spirito unge Gesù, cioè lo
santifica e lo abilita per l’opera profetica e messianica di
salvezza e attraverso di lui santifica le acque per il sacramento
del battesimo.
Sant’Ireneo scrive: «Nel nome di Cristo si sottintende Colui
che lo unse, Colui che fu unto e la stessa unzione con cui fu
unto. Infatti il Padre unse e il Figlio fu unto nello Spirito che
è l’unzione. Come dice il Verbo mediante Isaia: “Lo Spirito di Dio
è su di me, perciò mi unse” (Is 61,1; Lc 4,18), indicando il Padre
che unse, il Figlio che fu unto e l’unzione che è lo Spirito»1.
San Basilio pure scrive: «Nominare il Cristo è professare il
tutto, è mostrare Dio che unge, il Figlio che è unto e l’unzione
che è lo Spirito»2.
Sarà, allora, quanto mai opportuna la proposta di un canto
d’ingresso capace di introdurre in modo chiaro il mistero del
Battesimo di Gesù come, per esempio, Battesimo del Signore
(Armonia di Voci 2, 2005).
Le antifone di comunione richiamano il racconto evangelico
del Battesimo del Signore, dando rilievo a Giovanni Battista nel
ruolo di testimone.
In particolare, la prima antifona dice: «Questa è la
testimonianza di Giovanni: “Io l’ho visto, e ho attestato che egli
è il Figlio di Dio” (Gv 1,32.34)». Così «la testimonianza che,
secondo i sinottici, il Padre diede di Gesù in occasione del
battesimo, diventa qui la stessa del Battista»3.
La seconda antifona, quella propria dell’anno B, richiama il testo
evangelico odierno: «Giovanni disse: “Io vi ho battezzato con
acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo” » (Mc 1,8).
Sembra voglia far eco alle parole del prefazio che interpreta
quanto è accaduto in occasione del Battesimo di Cristo al Giordano
come «segni prodigiosi» del Padre «per manifestare il mistero del
nuovo lavacro». Giovanni, infatti, adempiendo la sua missione con
l’annuncio del più forte che verrà dopo di lui, intende indicare
il «Salvatore che attuerà l’avvenimento al quale… poteva solo
servire da preparazione: il “battesimo con lo Spirito Santo”… Egli
crede fermamente che colui che è venuto ad annunciare disporrà di
questa forza dello Spirito di Dio e la distribuirà ai suoi
fedeli»4.
Al momento della comunione, allora, si è chiamati a rivivere gli
atteggiamenti spirituali del Battista, cosicché comunicare al
corpo e al sangue del Signore sarà azione di riconoscimento nella
fede dell’identità di Gesù come il Salvatore e nuova accoglienza
del dono dello Spirito Santo.
Si consigliano i seguenti canti: Cristo Gesù Salvatore
(Nella Casa del Padre 633); Pane vivo spezzato per noi
(Nella Casa del Padre 699); Quanta sete nel mio cuore
(Nella Casa del Padre 705).
D.P.
NOTE
1
IRENEO DI LIONE,
Contro le eresie,
III, 18,3.
2
BASILIO DI CESAREA,
Sullo Spirito Santo,
XIV, 28.
3
FAUSTI S.,
Una comunità legge il Vangelo di Giovanni,
vol. I, Bologna-Milano 2003, p 34.
4
SCHNACKENBURG R.,
Vangelo secondo Marco,
Roma 1994, pp 20-21. |
|
|