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La domenica del paralitico
7a del t.o. - anno B - 19 febbraio 2006
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Prima lettura:
Is
43,18-19.21-22.24b-25
• Salmo
responsoriale:
Sal 40,2-3,4-5,13-14
• Seconda
lettura:
2 Cor 1,18-22 •
Vangelo:
Mc 2,1-12
 
La Chiesa è chiamata a manifestare
l’amore e la sollecitudine di Cristo verso quanti soffrono.
Interpretare
Vangelo
P er una corretta
interpretazione di tutti i testi del Vangelo secondo Marco non bisogna mai
perdere di vista il suo scopo determinante: rispondere alla domanda: «Chi
è Gesù?». Tutto il testo di Marco conduce gradualmente alla confessione
definitiva del centurione pagano: «Veramente quest’uomo era Figlio di
Dio» (Mc 15,39). Ora, il secondo capitolo di Marco, dal quale è tratto
il brano odierno, riporta le controversie di Gesù con gli scribi e i
farisei. È proprio da queste controversie che l’evangelista fa emergere la
vera identità del Messia, chiamato a rivelare il volto di Dio così diverso
da quello che aveva finito per emergere e prevalere dalla tradizione degli
scribi, dei dottori della legge e di tanti farisei. In questo secondo
capitolo ogni controversia o azione di Gesù, sovente in contrasto con la
tradizione rabbinica, si conclude con una rivelazione sull’identità di Gesù.
Egli è colui che può rimettere i peccati (il racconto odierno del
paralitico); è il medico che cerca i peccatori (la cena a casa di Levi il
pubblicano); è lo sposo che porta a compimento l’alleanza (la controversia
sul digiuno che i discepoli di Gesù non osservano); è il Signore del sabato
(i suoi discepoli strappano le spighe in questo giorno). Questo itinerario
ha un seguito anche nei primi sei versetti del capitolo terzo: Gesù è
presentato come il liberatore da ogni schiavitù (la guarigione dell’uomo
dalla mano inaridita). In questa domenica l’attenzione è posta sul fatto che
in Gesù si realizzano gli oracoli escatologici che annunciano il regno di
Dio come perdono dei peccati (cf Os 4,5; Mi 7,18-19; Ger 31,34; ecc...). Con
questo miracolo Marco intende ribadire l’annuncio con il quale inizia il suo
Vangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e
credete al Vangelo» (1,15).
Prima lettura e salmo
Questo brano appartiene al cosiddetto
Deuteroisaia (capp 40-55), il profeta che, sulle orme del primo Isaia,
descrive il ritorno dalla schiavitù di Babilonia come un secondo esodo,
anche più glorioso di quello dall’Egitto. In questa descrizione, infatti, il
ritorno a Gerusalemme, superando la realtà storica del presente, assume una
forte dimensione profetica. Esso diventa annuncio di un «terzo esodo»,
quello che sarà operato da Cristo nel mistero pasquale, cioè nel suo e
nostro passaggio dalla schiavitù della morte alla vita senza fine. Un esodo
finale che si realizza attraverso la conversione quotidiana e il perdono dei
peccati, che non è offerto nella misura dei nostri meriti, per riguardo a
noi, ma per l’infinito e gratuito amore di Dio: «Io, io cancello i tuoi
misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati» (Is 43,25).
È alla luce di questo messaggio che la liturgia invita a pregare con il
salmo 40: «Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono». Il salmo anticipa
in qualche modo il brano evangelico assimilando il peccato alla malattia.
Sia ben chiaro, non si tratta di un legame causale (non è il peccato che
causa direttamente la malattia), ma di un legame simbolico: il peccato è la
malattia più grave per la vita spirituale.
Seconda lettura
Inizia con questa domenica la lettura
semicontinua della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, che si interromperà
dopo la prossima domenica per l’inizio della Quaresima. Nel brano odierno,
molto autobiografico come tutta la lettera, l’apostolo si scusa per non aver
potuto mantenere la promessa di ritornare a Corinto. Infatti, dopo aver
scritto la prima lettera (anno 55/56) per appianare alcuni disordini come
quelli che avvenivano durante la cena del Signore all’insegna della
divisione (cf 1 Cor 11), le cose non erano molto migliorate (niente di nuovo
sotto il sole!). Paolo coglie l’occasione per ribadire, nonostante questo
mancato viaggio, la coerenza della propria vita sulle orme di quel Gesù
fedele al Padre fino alla morte di croce. L’amen di Cristo è modello
della risposta che ciascun cristiano è chiamato ad imitare, per quanto
possibile, non contando sulle proprie forze, ma sulla forza dello Spirito
Santo, perché sia ben chiaro che nulla possiamo da soli e la salvezza è
frutto della gratuità di Dio.
Annunciare
Tutto l’Evangelo è annuncio dell’amore di
Dio che perdona. Le parole di Gesù scandalizzano perché mai nella Scrittura
si accenna a un perdono dei peccati dato autorevolmente da un uomo. Ma è
proprio questa la novità che Marco intende annunciare. Il Figlio di Dio non
è stato incaricato di dare spettacolo con strepitosi prodigi; egli è stato
inviato per guarire l’umanità minacciata dal peccato che divide, distrugge,
impedisce di camminare sulle vie del Signore. Non a caso il primo dono del
Risorto ai suoi discepoli è la missione di annunciare e comunicare il
perdono dei peccati (cf Gv 20,23). Questo stesso racconto del paralitico nel
Vangelo secondo Matteo, termina con le parole: «A quella vista la folla
fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli
uomini» (9,8), cioè al plurale! Matteo, infatti, è l’evangelista che
maggiormente sottolinea come la missione e i poteri di Cristo siano passati
alla sua Chiesa.
Insegnare
Nel racconto evangelico Gesù pone
l’accento sulla fede. Il miracolo infatti, non precede, ma segue la fede.
Non sono semplicemente i miracoli che suscitano la fede; essa è
fondamentalmente risposta gratuita al gratuito amore di Dio. Anzi, qualcuno
osa dire che le incontestabili guarigioni miracolose che avvengono oggi
suscitano più dubbi che certezze. Perché alcuni sì ed altri no? Le
guarigioni miracolose non fanno parte del deposito della fede; il perdono
dei peccati sì.
Esortare
Un’antica preghiera suona così
nell’originaria struttura latina: «Deus cui proprium est misereri semper
et parcere... » «O Dio, la cui natura è quella di aver sempre misericordia e
di perdonare...». Alla luce di questa affermazione profondamente
radicata nella Scrittura, il sacramento della penitenza appare nella sua
autentica identità: non semplicemente e primariamente come confessione dei
peccati, quanto piuttosto come confessione fiduciosa e gioiosa dell’infinita
misericordia di Dio.
Introdurre al mistero
Nel cuore della grande preghiera
eucaristica si pronunciano le parole di Gesù: «Questo è il calice del mio
sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in
remissione dei peccati». Nel momento più alto del culto cristiano è
annunciato il perdono dei peccati. Opportunamente ciò è professato anche
appena prima di accostarci alla mensa eucaristica con il canto che
accompagna la frazione del pane: «Agnello di Dio che togli i peccati del
mondo...». Il sacrificio di Cristo, che la celebrazione eucaristica
rende presente, è la radice di tutti i sacramenti che, ciascuno in modo
proprio, annunciano e comunicano la riconciliazione, l’alleanza con Dio. Silvano
Sirboni

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Per celebrare
* Nel giorno del
Signore, Pasqua della settimana, l’assemblea dei fedeli radunata
nel suo nome celebra con «stupore e meraviglia» il convito della
grazia.
Per accostarci al banchetto della vita eterna abbiamo bisogno di
essere guariti dalle nostre paralisi e dal nostro peccato. Come al
paralitico del Vangelo odierno il Signore Gesù, medico delle anime
e dei corpi, ci invita: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e va’
a casa tua», dopo aver perdonato i nostri peccati.
Alzarsi vuol dire uscire da uno stato di prostrazione e di
ripiegamento sterile su noi stessi, essere ricollocati nella
giusta posizione di persone «diritte», che stanno in piedi, ai
quali il Signore Gesù ridona la dignità.
La dimensione fisica e quella spirituale sono intrecciate nel
messaggio del Vangelo: la prima è rappresentata dalla guarigione;
la seconda dal perdono dei peccati. Gesù è attento alla sofferenza
dell’umanità, i suoi atti esprimono la liberazione dal male
fisico. Accanto a questo atteggiamento concreto emerge subito la
dimensione salvifica, tutto l’uomo è liberato da Cristo: il corpo
dalla malattia, lo spirito dal peccato.
Il Signore ci fa dono della salute del corpo per poter servire gli
altri; spesso però ci accorgiamo di avere un corpo solo quando è
malato e di avere un’anima quando magari ci trafigge una
sofferenza morale o spirituale. L’uomo è fatto di corpo e anima,
profondamente uniti: talora la malattia del corpo ammala l’anima,
talora la guarisce.
Così Gesù, guarendo il paralitico, gli perdona anche i peccati,
per dimostrare questa misteriosa unità fra corpo e anima.
Spesso noi per il corpo spendiamo denaro, attenzione e tempo, con
medicine, diete, terapie alternative, ginnastiche estetiche... ma
il più delle volte è il cuore che trasferisce i sintomi del
proprio disagio nella malattia del corpo.
Chiediamo dunque oggi, nella preghiera, di avere in dono la salute
del corpo che viene dalla salute dello spirito e di imparare a
vivere anche la malattia del corpo con quella dignità che viene da
un’anima armoniosa!
* Poniamo attenzione alle parole della colletta che mettono in
evidenza come il perdono da Dio concesso fa di noi persone nuove,
capaci di essere sciolte dalle paralisi per diventare a nostra
volta annunziatori di misericordia: «Dio della libertà e della
pace, che nel perdono dei peccati ci doni il segno della creazione
nuova, fa’ che tutta la nostra vita riconciliata nel tuo amore
diventi lode e annunzio della tua misericordia».
Ci domandiamo quale funzione ha questa preghiera chiamata
colletta che il sacerdote pronunzia a nome di tutti. Essa
inizia con l’invito «Preghiamo ». Tale invito ha
fondamentalmente due scopi: prima di tutto dice che la preghiera
che si fa è di tutta l’assemblea (ecco perché è al plurale) anche
se è solo il sacerdote a dirla.
La seconda motivazione è quella di invitare l’assemblea a pregare.
Per raggiungere questo scopo è necessaria una pausa di silenzio
(anche il silenzio fa parte dell’azione liturgica) che consenta
all’assemblea e a colui che presiede di raccogliersi in preghiera.
La colletta (da colligere) diventa così la
conclusione che raccoglie la preghiera di tutti.
* Oggi nella celebrazione si possono valorizzare alcuni momenti in
cui è più evidente il tema del perdono: l’atto penitenziale,
il Padre nostro, la litania Agnello di Dio durante
la frazione del pane.
Come Chiesa sposa, riconciliata dal sangue dello Sposo versato in
remissione dei peccati, facciamo risuonare con forza e convinzione
il nostro amen nei vari momenti celebrativi, in particolare
lo si potrebbe cantare alla dossologia. Questa piccola ma intensa
parola dice tutta la nostra adesione a Colui che è l’Amen
per eccellenza. Essa proviene da una radice ebraica (= aman),
la stessa della parola «credere». Nella celebrazione
liturgica l’amen esprime il significato di conferma,
ratifica. La prima testimonianza dell’amen come risposta
alla dossologia
«Per Cristo, con Cristo e in Cristo...»
si ha verso la metà del II secolo nella più
antica descrizione della Messa fatta da san Giustino: «Al
presidente dell’assemblea, avendo terminato l’orazione di
ringraziamento, tutto il popolo presente acclama dicendo: “Amen”».
E san Girolamo afferma che l’amen a questo punto
rimbombava come un tuono nelle basiliche romane.
Come afferma il testo della lettera di Paolo (seconda lettura)
Gesù non fu «sì» e «no», ma in lui c’è stato soltanto il «sì».
Egli è il compimento di tutte le cose, l’amen del Padre, in
lui l’adesione a Dio è stata totale e senza incrinature. Così il
cristiano è chiamato ad essere l’uomo del «sì» nel perdono e nella
testimonianza di fede. E.V. |
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