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La domenica dello Sposo divino
8a del t.o. - anno B - 26 febbraio 2006
• Prima lettura:
Os 2,16.17b.21-22
•
Salmo responsoriale:
Sal
102,1-2,3-4,8.10,12-13
• Seconda lettura:
2 Cor 3,1b-6
•
Vangelo:
Mc 2,18-22

Il vino nuovo è simbolo dello Spirito Santo che sigilla il nuovo popolo di
Dio.
Interpretare
Vangelo
Omesso il racconto della cena in casa
di Levi (cf Mc 2,13-17), dove Gesù
si manifesta come medico delle
anime, mandato dal Padre «non per chiamare i giusti, ma i peccatori»,
la liturgia di oggi, proseguendo la lettura del secondo capitolo di Marco,
presenta la controversia di Gesù sul digiuno. Contrariamente a quanto
potrebbe sembrare a prima vista, Gesù non condanna la pratica del digiuno,
che tanto spazio ha nella Scrittura. Il suo atteggiamento e quello dei
discepoli è di carattere profetico, cioè dirompente e provocatorio, per
poter affermare, contro una pratica divenuta assai formale, le
caratteristiche cultuali della nuova alleanza (in spirito e verità) e nello
stesso tempo la propria identità messianica. Egli è lo Sposo, colui che dà
visibilità all’identità di quel Dio che nella Scrittura ama presentarsi
soprattutto come sposo (cf anche la prima lettura odierna). In Cristo si
realizzano le profezie; in lui si compie l’indissolubile alleanza nuziale
fra Dio e il suo popolo. In un rapporto nuziale ciò che conta non è la
legge, ma l’amore. Il vino nuovo che squarcia la pelle rinsecchita dei
vecchi otri è la metafora della nuova alleanza che spezza le catene di una
religiosità divenuta gretta e formale. Il vino nuovo è anche il segno della
nuova umanità, del nuovo popolo di Dio. Non è senza una significativa
ragione che il vino appaia nella Bibbia dopo che il diluvio purificò la
terra da un’umanità peccatrice (cf Gen 9,20). Ed è ancora più significativo
che Gesù, presentando il calice nell’ultima cena, dica: «In verità vi
dico, non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò
nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). Infatti, dopo quella cena lo Sposo
sarà tolto e i discepoli dovranno riprendere a digiunare nell’attesa del suo
ritorno; nell’attesa dell’eterno «banchetto delle nozze dell’Agnello »
(Ap 19,9).
Prima lettura e salmo
Osea è uno dei più antichi profeti (VIII
sec. a.C.). Egli rivolge la sua parola al popolo in nome di Dio in un
momento di grande prosperità, ma anche di grande fascino verso gli idoli
dell’Assiria e dell’Egitto, con conseguente immoralità. In questo contesto
le vicende personali di Osea, al quale Dio ordina di sposare Gomer, una
prostituta, assumono un valore profetico, diventando simbolo del
comportamento di quel Dio che non cessa di amare il suo popolo anche se
infedele e adultero. Dio, attraverso la voce del profeta, si rivolge al suo
popolo come un giovane si rivolge all’innamorata evocando quel deserto dove
Dio «parlò al suo cuore» e concluse la prima alleanza. L’amore di Dio
che oggi, in via ordinaria, ci raggiunge attraverso i sacramenti, è in grado
di ri-creare continuamente l’integrità perduta con l’infedeltà. È con
questa consapevolezza che la liturgia ci fa cantare con il salmo 102 «Il
Signore è buono e grande nell’amore».
Seconda lettura
Paolo continua a giustificare la
rettitudine del suo comportamento di fronte alle critiche da parte di alcuni
della comunità di Corinto. Fra queste anche la visita promessa e poi mancata
alla comunità. E poi c’era sempre chi gli rinfacciava non solo di essere
stato un persecutore, ma anche di non aver conosciuto personalmente Gesù.
Paolo afferma di non aver bisogno di essere difeso o raccomandato da altri.
La sua azione è sufficientemente garantita dai frutti del suo lavoro e dalla
testimonianza delle comunità nate dalla sua predicazione. Le critiche danno
la possibilità a Paolo di elencare, in questa seconda lettera ai Corinzi,
l’identità e la missione del cristiano di ogni tempo. Dopo aver detto che il
cristiano è il «profumo di Cristo» (pochi versetti prima del brano odierno),
qui afferma che è anche ministro di «una nuova alleanza» non della lettera,
ma dello spirito, poiché «la lettera uccide, lo spirito dà vita».
Annunciare
Gesù non condanna il digiuno, ma lo
riporta alla sua finalità originaria. Non si tratta semplicemente di
obbedire ad una legge o ad una tradizione religiosa. Nel contesto
dell’alleanza nuziale, come in ogni autentico rapporto d’amore, il digiuno
manifesta il primato di Dio e dell’altro, sulle esigenze dell’io. Il digiuno
cristiano non è una semplice pratica ascetica come in certe religiosità
orientali, per raggiungere il dominio di sé (anche se ciò costituisce una
finalità insita nella pratica stessa del digiuno). Per il cristiano è una
professione di fede in Dio, fonte di ogni bene, ed anche una confessione
della propria situazione di peccatori, di infedeli. Il digiuno secondo la
Bibbia non ha niente da spartire con un macerato ripiegamento su se stessi
determinato da quello che oggi gli psicanalisti chiamano senso di colpa.
Nella Bibbia il digiuno è unito alla preghiera, all’elemosina e alla
pratica della giustizia (cf Tb 12,8).
Insegnare
Come fra i coniugi, così anche il nostro
rapporto nuziale con Dio non è sempre facile. Ma è certo che l’amore di Dio
è più grande di tutte le nostre infedeltà. È questa la certezza che
impedisce al cristiano di ripiegarsi su se stesso.
Esortare
«Sono giunte le nozze dell’Agnello e la
sua sposa è pronta» (Ap 19,7). A
ragione il Vangelo secondo Giovanni pone all’inizio della missione di Gesù
il racconto delle nozze di Cana, l’acqua delle vecchie giare cambiata in
vino nuovo. È la metafora delle nozze che esprime al meglio il nostro
rapporto con Dio. Come nella vita coniugale, così anche nel rapporto con Dio
non basta aver detto sì una volta. Questo sì deve essere rinnovato ogni
giorno. La conversione è un atteggiamento permanente di tutta la vita
cristiana.
Introdurre al mistero
Nella liturgia, e in modo sommo
nell’Eucaristia, si compie l’incontro più intimo e solenne fra lo Sposo e la
Sposa, fra Dio e il suo popolo, fra Cristo e la sua Chiesa. Nella
celebrazione eucaristica Cristo dona il suo corpo alla Sposa e la Sposa dona
se stessa al punto che i due diventano una sola cosa, una sola carne: il
corpo ecclesiale di Cristo. È questa consapevolezza che dovrebbe evitare
tanta sciatteria e superficialità nella liturgia. Non si tratta di eseguire
dei gesti prescritti, ma di dare ad essi tutta quella pregnanza
significativa che solo l’amore sa dare, rendendo sempre nuovi i gesti di
sempre. Silvano Sirboni

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Per celebrare
Come ogni domenica la Chiesa è
invitata al banchetto nuziale festivo e gioioso che il Padre
imbandisce e dove si rinnova l’alleanza.
Il prefazio X per le domeniche del tempo ordinario così recita:
«Oggi la tua famiglia, riunita nell’ascolto della parola e nella
comunione dell’unico pane spezzato, fa memoria del Signore risorto
nell’attesa della domenica senza tramonto, quando l’umanità intera
entrerà nel tuo riposo».
Possono forse gli invitati a nozze digiunare mentre lo Sposo è
con loro? La sposa è in festa per la presenza dello Sposo e non
può digiunare; ecco perché nella tradizione della Chiesa e
nell’insegnamento dei Padri è severamente vietato digiunare e fare
penitenza in domenica. È il giorno in cui ci raduniamo per il
convito eucaristico messianico e per celebrare il Signore risorto.
Attraverso parole e simboli le letture bibliche odierne esprimono
la novità che in Gesù ha inizio. Egli è il vino nuovo della storia
che richiede di essere contenuto negli otri nuovi che sono i
nostri cuori trasformati, capaci di gustare la novità gioiosa del
Vangelo, nelle nostre mentalità che hanno superato ormai la legge
antica per vivere la sola unica legge portata dal Maestro: quella
dell’amore e del dono.
* Oggi (come del resto dovrebbe essere in ogni domenica) l’aula
liturgica sia pulita e ordinata, vestita a festa per il convito
nuziale. Sull’altare solo la tovaglia... sarà preparato poi il
necessario per la celebrazione prima della processione
offertoriale: il Messale, il corporale (quadrato di
stoffa di lino bianco che viene aperto sulla tovaglia dell’altare
per deporvi sopra il calice e la patena), il purificatoio
(rettangolo di stoffa che il sacerdote utilizza per la
purificazione dei vasi sacri), la palla (quadrato di lino
usato per coprire il calice e la patena).
Tutto deve contribuire a celebrare la Bellezza e nella bellezza;
anche le vesti indossate dal celebrante siano decorose e pulite...
è tutta la persona che celebra e i cinque sensi sono tutti
coinvolti per gustare, sentire, vedere, odorare e toccare.
* Dove il numero dei fedeli lo consente si faccia oggi la
comunione al pane e al calice. Questa modalità viene ultimamente
un poco scoraggiata a motivo di una giustificata preoccupazione di
rispetto e riverenza nei confronti del Santissimo Sacramento. L’Ordinamento
Generale del Messale Romano prevede questa possibilità e ne
indica le modalità (cf nn 281-287). Infatti la comunione fatta
sotto le due specie esprime con maggiore pienezza la sua forma di
segno; risulta così più evidente il segno del banchetto
eucaristico e si esprime più chiaramente la volontà divina di
ratificare la nuova ed eterna alleanza nel sangue del Signore, si
intuisce maggiormente il rapporto tra il banchetto eucaristico e
il convito escatologico nel regno del Padre.
Certamente, dove è possibile fare la comunione sotto le due
specie, è necessaria una previa catechesi ai fedeli affinché
comprendano quello che fanno e soprattutto lo compiano con
delicatezza e riverenza.
«Se il pane nel simbolismo biblico evoca l’assimilazione
vitale, il cibo per il cammino e la convivialità della mensa, il
vino nel linguaggio biblico è immagine della festa, mette in luce
la nuova alleanza ratificata nel sangue di Cristo, annuncia il
banchetto escatologico. Cristo ha scelto pane e vino, cui
corrispondono il suo corpo e il suo sangue, per il rito
eucaristico al quale ha conferito la forma di convito. La
comunione sotto le due specie indica fedele accoglienza all’invito
di Cristo e una più significativa forma di partecipazione alla
mensa eucaristica. Questa è la motivazione teologica e liturgica
su cui si fonda la ripristinata comunione al calice...» (R.
FALSINI, Gesti e parole della Messa, Per la comprensione del
mistero celebrato, Ancora Editrice, Milano 2001, p 181).
Ancora l’OGMR ai nn 322-323 raccomanda: «Il vino per la
celebrazione eucaristica deve essere tratto dal frutto della vite
(cf Lc 22,28), naturale e genuino, cioè non misto a
sostanze estranee. Con la massima cura si conservino in perfetto
stato il pane e il vino destinati all’Eucaristia; si badi cioè che
il vino non diventi aceto e che il pane non si guasti o diventi
troppo duro, così che solo con difficoltà si possa spezzare».
* A volte, i più attenti, ci domandano il significato del
gesto che compie il sacerdote durante la frazione del pane, prima
della comunione quando immette nel calice del vino consacrato un
frammento di pane consacrato. Tale gesto si chiama commistione
(commixtio o immixtio); si tratta di un rito
antichissimo che trova le sue radici in quello del fermentum,
come segno di comunione con il vescovo.
Il fermentum era il frammento di pane eucaristico
consacrato dal Papa e portato ai presbiteri titolari che non
avevano potuto prendere parte alla Messa del Papa, avendo dovuto
celebrare per i loro fedeli. Questo frammento deposto nel calice
era segno di comunione e di unità con il Papa.
Secondo Teodoro di Mopsuestia e la tradizione siriana il gesto
indica la piena unità nel corpo di Cristo risorto. E.V. |
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