La Vita
in Cristo e nella Chiesa

   

 

 

 

 

 

MENSILE DI FORMAZIONE LITURGICA E INFORMAZIONE

 
 

 


Gesù in cammino verso Gerusalemme

28a domenica del t.o. - anno B - 15 ottobre 2006

Come discepoli seguiamo Gesù che sale a Gerusalemme dove offre la sua vita per amore.

 

Prima lettura: Sap 7,7-11
Salmo responsoriale: Sal 89,12-17
Seconda lettura: Eb 4,12-13
Vangelo: Mc 10,17-30

Interpretare

Vangelo L’incontro con il giovane ricco si inserisce nel cammino verso Gerusalemme dove Gesù porterà a compimento la sua missione offrendo al Padre il massimo atto di culto con il dono della propria vita. Tale evento costituisce anche la chiave interpretativa dell’odierna pagina evangelica. Infatti, il giovane ricco, con la sua domanda sincera, offre a Gesù l’occasione per affermare chiaramente che il rapporto con Dio non è una semplice questione di meticolosa osservanza di comandamenti. Gesù propone un salto di qualità: da un semplice e interessato scambio di «favori» ad un rapporto d’amore gratuito. L’amore non si valuta a peso e misura; è un atteggiamento che coinvolge la persona nella sua totalità e la pone su una strada di cui non si vede la fine. L’amore non ha delle barriere calcolate in anticipo. Si tratta di un «salto di qualità» di vita che è reso difficile dalla zavorra delle ricchezze materiali. Gesù non condanna la ricchezza in sé, ma ne evidenzia i rischi di cui noi tutti facciamo esperienza. «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio». Difficile ma non impossibile perché Dio è in grado di cambiare il cuore dell’uomo se questi accoglie la sua Parola. L’attaccamento disordinato alle ricchezze materiali impedisce di vedere lontano e imprigiona l’uomo in miopi calcoli. Seguire Cristo non significa solo rinunciare, ma ricevere il centuplo già in questo mondo e nel futuro la vita eterna. La sola ricchezza materiale non ha mai reso felice nessuno in questo mondo.
Prima lettura e salmo responsoriale
Il libro della Sapienza è stato scritto in greco verso la metà del II secolo a.C. nel contesto della comunità giudaica di Alessandria, pertanto di cultura ellenistica. Per questo si pone in posizione critica nei confronti di quella saggezza che proviene soltanto dalla filosofia, dalla semplice riflessione dell’umana intelligenza. Le parole della pagina odierna sono poste sulle labbra di Salomone, simbolo di quella sapienza che proviene da Dio. Infatti, dopo aver detto: «Anch’io sono un uomo mortale come tutti, discendente del primo essere plasmato di creta» (7,1), afferma che la sapienza che viene dall’alto vale più di ogni altro bene terreno. In queste parole non c’è alcun disprezzo delle realtà terrene e dell’umana intelligenza. Tuttavia soltanto «lo spirito della sapienza» che proviene da Dio rende capaci di discernere il vero bene poiché è intima comunione con Dio, forza trasformante che fa intuire la verità oltre la congenita miopia della nostra mente. Il salmo 89, l’unico attribuito a Mosè, invoca quella sapienza che insegna a contare i nostri giorni, che conforta le nostre scelte coraggiose e sostiene l’opera delle nostre mani.
Seconda lettura
Il brano della Lettera agli Ebrei conclude l’esortazione a non cadere nelle stesse tentazioni degli avi che nel deserto indurirono il proprio cuore al punto di diventare sordi alla voce del Signore (4,7). Quella voce che non pronuncia parole vuote e compiacenti, ma che mette a nudo, ieri come oggi, tutte le nostre ipocrisie, tutti i nostri compromessi. Una parola esigente che spinge a scelte coraggiose; che non inganna, non illude e libera.

Annunciare
La domanda del giovane che «corse incontro a Gesù gettandosi in ginocchio davanti a lui» esprime l’interrogativo più importante della nostra esistenza: «Cosa devo fare per avere la vita eterna?». Di fronte alla mentalità di molti farisei Gesù chiarisce opportunamente che non è la materiale osservanza della legge che ci permette di raggiungere la salvezza eterna, ma la sequela generosa di Cristo. Non è un invito rivolto esclusivamente a preti e a suore, ma a tutti i cristiani, secondo il loro proprio stato di vita. Tutti i battezzati sono chiamati a vivere lo stesso mistero pasquale: morire al vecchio Adamo «plasmato di creta» per rinascere come uomini nuovi sul modello del nuovo Adamo, quel Gesù che ha donato se stesso per amore, per rivelare il cuore del Padre.
Insegnare La salvezza eterna non è il frutto di un contratto. La buona riuscita di un matrimonio non è scontata per il semplice fatto di aver osservato le norme rituali che lo istituiscono cristianamente o anche solo civilmente. La salvezza non è neppure il risultato di un semplice sforzo ascetico, ma un dono che Dio concede a quanti non lasciano occupare tutti gli spazi del proprio cuore dall’idolatria di sé e delle cose materiali. Alla fine dei conti è sempre e solo l’amore che salva.
Esortare
La pagina evangelica come il brano sapienziale sono una chiara esortazione perché la «religione» non si riduca a cose da fare e da non fare, ma sia un’evangelica e concreta scelta di vita quotidiana sulle orme di Gesù. Orme che conducono i veri discepoli fino a Gerusalemme dove il Maestro offre la sua vita per amore. L’unico modo per ritrovarla in pienezza nella risurrezione.
Introdurre al mistero La liturgia della Parola nella Messa non è una semplice introduzione alla liturgia eucaristica, come purtroppo alcuni intendono ancora, ma elemento costitutivo della celebrazione eucaristica. La liturgia della Parola e quella eucaristica «sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto (Ordinamento Generale del Messale Romano, 28). Inoltre è pure autorevolmente scritto che «alla mensa del pane del Signore non ci si deve accostare se non dopo aver sostato alla mensa della sua parola» (Inaestimabile donum, 1).        Silvano Sirboni  


Per celebrare

* La buona e bella notizia che la liturgia di questa 28a domenica del t.o. fa risuonare ai nostri orecchi è la seguente: seguire Cristo significa lasciare via libera a Dio, a cui nulla è impossibile. Non ci salviamo da soli, non ci salviamo con gli sforzi della nostra buona volontà o l’osservanza dei precetti, né per il numero di Messe a cui partecipiamo. Il salmo responsoriale dell’odierna liturgia ci invita a chiedere la sapienza del cuore, mentre contiamo i giorni che passano, la sapienza preferibile a scettri, troni e ricchezze umane, la sapienza che non tramonta e vale più della salute e della bellezza (cf prima lettura). La Sapienza è Cristo, Parola eterna uscita dalla bocca di Dio, il bacio di Dio all’uomo, e chi ha Cristo (la Sapienza) ha tutto, nulla gli manca: «con essa mi sono venuti tutti i beni».
* Vogliamo riflettere oggi su alcuni termini che spesso utilizziamo nel gergo liturgico più semplice (quello dei «non addetti ai lavori», per intenderci) ma che non sempre rendono l’importanza di quanto si vuole significare.

«Andare» o «partecipare» alla Messa?

 L’uso di un termine piuttosto di un altro, in molti casi, è importante per capire la mentalità e il relativo comportamento che stanno sotto il termine stesso. Facciamo subito un esempio concreto. I verbi comunemente usati in riferimento alla celebrazione eucaristica, specialmente domenicale, sono «andare » o «assistere alla Messa», «prendere la Messa», ecc... Se esaminiamo la motivazione di questa scelta, ci accorgiamo che essa parte dal fatto che la Messa, per la stragrande maggioranza dei fedeli, è considerata come una «cerimonia», cui si deve assistere, un evento religioso in un luogo, al quale si deve andare, un obbligo, spesso subìto, che per tradizione o precetto della Chiesa, non va tralasciato. È chiaro che questi verbi sono tutt’altro che indicativi del vero rapporto che dovrebbe esistere tra fedele e celebrazione eucaristica. Il rapporto è di partecipazione e perciò è il verbo «partecipare» o «prendere parte», che dovrebbe essere usato, sostituendo gli altri. L’assemblea «convocata » interviene alla Messa, non può assistere passiva, come davanti a uno spettacolo, deve sentirsi ed essere coinvolta. Allora il «partecipare» sarà una logica conseguenza. Perché questo avvenga è indispensabile far capire concretamente e far vivere tutte le risorse che la riforma liturgica consente o addirittura consiglia o prescrive. «Meno Messe, più Messa»: è una specie di slogan liturgico, coniato a suo tempo, da mons. Mariano Magrassi, allora arcivescovo di Bari, e frequentemente ripetuto in documenti di pastorale liturgica. A prima vista potrebbe sembrare un po’ «enigmatico» e apparire come una sorta di contraddizione in termini. Però collocato nel giusto contesto il suo significato diventa chiaro e fondato su importanti e obiettive motivazioni teologiche, oltre che pastorali. «Meno Messe»: non è altro che un’opportuna esortazione a non moltiplicare le celebrazioni eucaristiche, anche se con intenzione di facilitare e rendere più comoda la presenza dei fedeli al rito, o di provvedere a richieste di Messe in suffragio dei defunti. In questo modo infatti c’è il rischio tutt’altro che ipotetico, di creare una certa «banalizzazione » della Messa, ma soprattutto si verifica una «frammentazione» della comunità e si contribuisce ad alimentare una mentalità individualistica dell’Eucaristia, contraria alla sua natura, che è quella di aggregare, come centro della vita cristiana, fonte e culmine di comunione. In questo senso va intesa la seconda parte dello slogan «...più Messa», come dire: si faccia in modo che la celebrazione eucaristica, quella domenicale soprattutto, risulti, in tutte le sue parti, momento fondamentale ed insostituibile per l’intera comunità, convocata in assemblea dal Signore.

Tante comunioni, poche confessioni

Da un po’ di tempo sta accadendo dappertutto il contrario di quanto avveniva anche solo alcuni decenni fa, quando normalmente si credeva che non si potesse fare la comunione, se prima non ci si fosse confessati. Per cui tante comunioni, altrettante confessioni. Tale orientamento è dovuto in larga parte ad un persistente influsso giansenistico, in base al quale Gesù, presente nell’Eucaristia, era da temersi e rispettarsi con timore anziché accostarsi a lui con amore. Nonostante l’invito di san Pio X alla «comunione frequente», il precetto della Chiesa di comunicarsi almeno a Pasqua era interpretato in senso riduttivo e restrittivo, non tenendo conto di quell’avverbio «almeno», incluso nello stesso precetto. Oggi, un po’ dovunque, si verifica una grande affluenza alla comunione, specialmente nelle Messe festive o in occasioni di funerali, oppure in manifestazioni ove si celebra la Messa. Questo fatto, se visto nell’ottica della «Messa-convito» può essere giudicato positivamente. Risponderebbe al comando di Gesù: «Prendete e mangiate». Per altro verso, tenendo conto della notevole diminuzione di chi si accosta alla confessione, può destare anche delle forti perplessità, motivate dalle condizioni che si richiedono perché la comunione sia lecita e fruttuosa. Non va dimenticato che il primo requisito è quello d’essere «in grazia di Dio». Va ricordato il monito di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «... Chiunque, in modo indegno, mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e sangue del Signore... Ciascuno pertanto esamini se stesso...». Alla luce di questo monito paolino è doverosa e quanto mai opportuna una costante catechesi su comunione e confessione e relative condizioni richieste.                    E.V.   Corrado Giorgetti  

 

 

       
       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal beato Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro