La Vita
in Cristo e nella Chiesa

   

 

 

 

 

 

MENSILE DI FORMAZIONE LITURGICA E INFORMAZIONE

 
 

 


Gesù servo del regno dei cieli

29a domenica del t.o. - anno B - 22 ottobre 2006

Prima lettura: Is 53,2.3.10-11
Salmo responsoriale: Sal 32,4-5.18-20.22
Seconda lettura: Eb 4,14-16
Vangelo: Mc 10,35-45

Gesù chiede ai discepoli Giacomo e Giovanni: «Potete bere il calice che io bevo?» (Mc 10,38).

Interpretare

Vangelo È sintomatico che durante il suo viaggio verso Gerusalemme per ben tre volte Gesù annuncia la sua passione e morte e per altrettante volte l’evangelista Marco sottolinei l’incomprensione dei discepoli (cf 8,31; 9,31; 10,32). Il brano evangelico di questa domenica si pone immediatamente dopo il terzo annuncio della passione. Quale la reazione dei discepoli? Giacomo e Giovanni chiedono sfacciatamente («Maestro, noi vogliamo…»!) di occupare le due «poltrone» più prestigiose quando Gesù instaurerà finalmente il suo «regno», inteso in chiave totalmente umana. Ancora una volta Gesù ribadisce, con pazienza, che il cammino verso Gerusalemme non è una corsa ai primi posti. Anzi, i posti nel suo regno non vengono assegnati con logiche commerciali o politiche, ma con criteri… dell’altro mondo! Chi vuol essere grande deve farsi servo! Agli aspiranti di questo regno è chiesto di bere lo stesso calice del Maestro e di ricevere lo stesso battesimo. Due immagini molto chiare per ogni ebreo. Per condividere la gloria di Gesù nel suo regno è necessario immergerci nella sua vita, identificarci a lui e condividere con lui un’esistenza che si fa dono (cf Rm 6, 3-5). La grandezza nel regno di Dio, contrariamente a ciò che accade nei regni di questo mondo, è data dall’umile servizio e non dall’arroganza del potere.
Prima lettura e salmo responsoriale
Il canto del servo di JHWH (Is 52,13-53,12) è chiaramente in relazione al brano evangelico dove Gesù annuncia la sua passione. La descrizione profetica del servo sofferente trova piena corrispondenza nella passione di Cristo. È l’interpretazione che ne dà anche il diacono Filippo al funzionario di Candace, regina d’Etiopia (cf Atti 8, 27-38). Isaia annuncia che dalla sofferenza del servo dipende la giustificazione e la salvezza di molti. Gesù istituendo l’Eucaristia dirà: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti» (Mc 14,24). «Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori». Questa espressione non deve trarre in inganno. Il Padre di Gesù non è una divinità sadica che gode nell’infliggere sofferenze ad altri o che esige sacrifici umani. Tenendo conto del linguaggio biblico, ciò significa che Dio ha scelto con benevolenza di realizzare il suo misterioso disegno di salvezza, la piena manifestazione di sé, attraverso l’amore che si dona. Il salmo 32 è una fiduciosa preghiera di abbandono all’insondabile disegno di quel Dio che «veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia» anche quando il cielo viene oscurato dalle tenebre come sul Calvario.
Seconda lettura
La Lettera agli Ebrei continua il confronto fra l’antico sacerdozio e quello nuovo incarnato da Gesù. Gesù non è un semplice «incaricato» per il servizio cultuale. Egli non si è posto di fronte ad un altare, nascosto dietro un velo, come il sommo sacerdote nel tempio di Gerusalemme. Gesù «ha attraversato i cieli» e sta come figlio davanti a Dio portando con sé la nostra umanità, «escluso il peccato» che egli ha lavato non con il sangue di animali, ma con il proprio sangue, con il dono della propria vita. Per questo, pur consapevoli delle nostre colpe «manteniamo ferma la professione della nostra fede (e ci accostiamo) con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia» consapevoli che, se restiamo uniti a Cristo, il nostro culto è perfetto. Il Risorto non solo intercede per noi, ma prega e offre con noi un sacrificio dal valore infinito.   
 
Annunciare

Essere battezzati significa partecipare esistenzialmente alla morte e risurrezione di Cristo, al suo sacerdozio. In altre parole, significa condividere la sua missione che non si esaurisce nell’ambito rituale, ma ci impegna ad essere, come Gesù, servi dell’Evangelo, servi di quell’umanità che è ad immagine e somiglianza di Dio, icona di Dio, anche se talvolta sfregiata e deturpata. Dio non ha forse voluto essere totalmente presente con tutta la sua divinità nell’uomo Gesù (cf Col 2,9)?

Insegnare
L’incomprensione dei discepoli di fronte ai ripetuti annunci della passione riflette anche la nostra difficoltà nell’accogliere un messaggio che ci prospetta una gloria che passa attraverso il mistero della croce. Eppure la nostra esperienza quotidiana ci dice che soltanto chi ha sofferto è in grado di compatire, di comprendere gli altri e di mantenere un cuore di carne capace di amare e farsi servo del prossimo sulle orme del Maestro per condividerne un giorno anche la gloria.
Esortare
La vita ci è stata data per essere donata: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale » (Rm 12,1). Non ripeteremo mai abbastanza a noi stessi che, come Gesù, offriamo veramente un sacrificio gradito a Dio nella misura in cui sul Calvario, fuori dalle mura del tempio e della città santa ci facciamo servi dell’Evangelo, servi del prossimo condividendone le gioie e le sofferenze, le lotte e le speranze.
Introdurre al mistero La ministerialità liturgica non è coreografia, spettacolo, né gratificazione di un semplice desiderio personale, né tanto meno opportunità di mettersi in qualche modo in mostra. Non è neppure semplice servizio funzionale. La ministerialità è azione simbolica finalizzata ad esprimere e ad alimentare l’identità e la missione della Chiesa e di ogni singolo cristiano che consiste nel farsi servi come si è fatto Gesù, il Maestro, fino a lavare i piedi ai suoi discepoli, Giuda compreso. Silvano Sirboni
 

Per celebrare

La liturgia odierna mette in luce l’identità del vero discepolo di Cristo: il servizio. Discepolo è colui che fa servo nella concretezza delle situazioni della vita, imitazione del Maestro che è venuto a dare la sua vita e si è chinato per lavare i piedi all’umanità.
Questo discorso è duro: lo prova l’arrivismo e l’ambizione dei discepoli che discutono tra loro chi è il più grande e ambiscono i primi posti. Ma la Chiesa, per essere fedele al suo fondatore, non ha altra strada da percorrere: quella del servizio e non quella del potere.
Un grande vescovo, quale è stato don Tonino Bello, ha dipinto l’immagine più bella della Chiesa: «La Chiesa del grembiule è il ritratto più bello della Chiesa, quello del servizio. La Chiesa che si piega davanti al mondo, in ginocchio; che diventa povera; povera di potere. Pauper (povero) in latino non si oppone a dives (ricco); si oppone a potens (potente). Perché il grembiule è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo, per Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi».
All’interno della comunità parrocchiale, nell’ambito liturgico, esistono vari servizi e ministeri da compiere, non per metterci in mostra ma per annunciare le meraviglie che Dio realizza attraverso i suoi umili servi.
* Oggi nella Chiesa si celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Siamo invitati a rinnovare lo slancio missionario e a pregare per i missionari che sostengono l’opera di evangelizzazione per tutti i popoli della terra. La preghiera sia davvero universale, può essere fatta nelle diverse lingue, tenga conto delle comunità cristiane ancora perseguitate a causa della fede. Nessuno noi può rimanere tranquillo fino a quando il Vangelo non abbia raggiunto ogni realtà umana. Si potrebbe collocare un mappamondo o una carta geografica all’ingresso della Chiesa, per accogliere i fedeli e aprire il loro cuore alla dimensione missionaria. Il tema scelto quest’anno da Benedetto XVI è in sintonia con la liturgia. «La Giornata Missionaria Mondiale offre l’opportunità di riflettere quest’anno sul tema: “La carità, anima della missione”. La missione se non è orientata dalla carità, se non scaturisce cioè da un profondo atto di amore divino, rischia di ridursi a mera attività filantropica e sociale. [...] La Giornata Missionaria Mondiale sia utile occasione per comprendere sempre meglio che la testimonianza dell’amore, anima della missione, concerne tutti. Servire il Vangelo non va infatti considerata un’avventura solitaria, ma impegno condiviso di ogni comunità. Accanto a coloro che sono in prima linea sulle frontiere dell’evangelizzazione - e penso qui con riconoscenza ai missionari e alle missionarie - molti altri, bambini, giovani e adulti con la preghiera e la loro cooperazione in diversi modi contribuiscono alla diffusione del Regno di Dio sulla terra. L’auspicio è che questa compartecipazione cresca sempre più grazie all’apporto di tutti».

Un corpo con molte membra

Se la famiglia è la comunità domestica, più famiglie attorno ad una Chiesa e a un pastore formano una comunità parrocchiale: comunità che, nel suo significato etimologico vuol dire «co - impegno»» ossia «impegno preso assieme». Varie possono essere le comunità: di lavoro, economiche, civili. Quella parrocchiale è paragonabile ad un corpo con tante membra, articolate e distinte, ma solidali fra loro e unite da un triplice vincolo: simbolico (di fede), liturgico (di culto) e di amore-servizio.
Momento forte di comunione per tutta la «comunità » è la Messa domenicale (cioè il giorno del Signore). È in questa occasione che la grande famiglia della parrocchia si ritrova assieme, nella sua casa, che è appunto la chiesa, attorno ad una stessa mensa, su cui il sacerdote, che è padre, maestro e pastore, in un clima di autentica e fraterna compartecipazione, vive e fa rivivere la realtà del Cenacolo e del Calvario, frutto dell’amore creativo del Signore. Proprio per questo, quando una comunità partecipa alla Messa domenicale, deve rendersi consapevole che attorno alla mensa eucaristica, occorre nasca una nuova realtà, la realtà dell’amore-servizio, come risposta logica e coerente all’amore-servizio di Cristo. «Se abbiamo diviso il Pane celeste - si chiede l’autore della Didaché - come non divideremo il pane terreno?». Se la Messa domenicale viene vissuta in un clima di vera condivisione, se, in essa, i fratelli si ritrovano e si riconoscono tali, se la loro situazione umana si fa presente, se «fare la comunione diventa veramente comunione », allora si realizza davvero ciò che nella stessa Didaché si presenta come auspicio e dono del Signore: «Come il Pane spezzato (l’Eucaristia) era disperso nei monti e, raccolto, diventa pane, così si raccolga la tua Chiesa, o Dio, dall’estremità della terra nel tuo Regno!».    E.V.   Corrado Giorgetti
 

 

 

       
       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal beato Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro