La Vita
in Cristo e nella Chiesa

   

 

 

 

 

 

MENSILE DI FORMAZIONE LITURGICA E INFORMAZIONE

 
 

 


Gesù guarisce il cieco di Gerico

30a domenica del t.o. - anno B - 29 ottobre 2006

Prima lettura: Ger 31,7-9
Salmo responsoriale: Sal 125,1-6
Seconda lettura: Eb 5,1-6
Vangelo: Mc 10,46-52

Gesù ridà la vista al cieco nato. Con questo gesto intende sanare tutta l’umanità affinché lo riconosca come unico Salvatore. Icona Apostolato Liturgico (Roma).

 

Interpretare
Vangelo
La guarigione del cieco di Gerico conclude il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Da Gerico (258 metri sotto il livello del mare) si sale a Gerusalemme (800 metri sopra il livello del mare). Dopo questo fatto inizia il capitolo 11 di Marco con l’ingresso di Gesù nella città santa. Pertanto la guarigione del cieco a questo punto non è casuale. Durante tutto il cammino i discepoli dimostrano cecità di fronte ai ripetuti annunci della passione, nonostante la preparazione avuta da Gesù in quasi tre anni di vita comune. Ora ci troviamo di fronte ad un cieco che «vede» e che riconosce in Gesù il «Figlio di Davide», l’erede delle promesse fatte a Davide (cf 2 Sam 7,11ss). In qualche modo il cieco si contrappone anche al giovane ricco che, prigioniero delle sue ricchezze, non è capace di seguire Gesù. Il cieco di Gerico, invece, abbandona quel mantello che per il povero era allora il capo d’abbigliamento più utile e prezioso (cf Es 22,25-26) e segue Gesù. Marco sembra voler presentare questo personaggio, al quale Gesù apre gli occhi, come modello del vero discepolo che è chiamato ad una scelta radicale di vita. Poiché i Vangeli non sono soliti dare un nome ai miracolati, è significativo che in questo caso il cieco abbia un nome: Bartimeo, figlio (in ebr. Bar) di Timeo (nome di origine greca). Questo nome sembra voler essere il simbolo di quei Giudei di cultura ellenistica che all’epoca della redazione del Vangelo secondo Marco (anno 70 circa) apparivano come i più disponibili a riconoscere in Gesù il Messia.
Prima lettura e salmo responsoriale
Questo brano di Geremia è preso dal capitolo 31, che, con il capitolo 32, costituisce i testi detti della «consolazione». Qui, infatti, il profeta descrive il ritorno degli esuli da Babilonia con immagini mutuate dal primo esodo e annuncia una nuova alleanza (cf 31,31). Il riferimento alla pagina evangelica è chiaro: con l’evento pasquale di Gesù ha inizio l’ultimo esodo dove «il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente », cioè persone non in grado di affrontare un cammino, sono, invece, fra i chiamati. Nessun limite umano è in grado di ostacolare la salvezza di Dio. Nessuna miseria umana è esclusa dalla redenzione di quel Dio che è misericordia infinita. Il salmo 125 è un inno di lode per il ritorno degli esuli dalla schiavitù babilonese. Le lacrime della deportazione hanno irrigato il deserto e lo hanno fatto rifiorire: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo». Solo il terreno che è solcato dalla lama dell’aratro diventa veramente fecondo. È il mistero della croce che qui intuiamo a malapena, ma che un giorno ci sarà svelato e per il quale canteremo in eterno a Dio la sua infinita sapienza e misericordia.
Seconda lettura
Scopo della Lettera agli Ebrei non è solo quello di presentare l’originalità del sacerdozio di Cristo, ma anche la sua legittimità, in continuità con il sacerdozio antico. Per questo si afferma che, come il sommo sacerdote del tempio, anche Gesù «è scelto fra gli uomini… per offrire doni e sacrifici per i peccati… Chiamato da Dio come Aronne ». Tuttavia Gesù non ha ricevuto un sacerdozio ereditario come i sacerdoti del tempio che dovevano appartenere alla tribù di Levi. Gesù ha ricevuto l’investitura da Dio
 stesso che gli ha conferito un sacerdozio «alla maniera di Melchisedek », cioè indipendentemente da ogni diritto umano di sangue e di casta (cf Gen 14). Melchisedek, infatti, non era neppure ebreo. Fin dalla prima comunità apostolica i cristiani sono stati consapevoli di questa novità. Per questo orginariamente hanno attribuito soltanto a Cristo il titolo di sacerdote (in greco ierèus) mentre i ministri del culto furono chiamati con una terminologia laica: epìscopi (= sorveglianti, custodi della comunità e della dottrina; presbiteri (= anziani, persone sagge); diaconi (= servitori, addetti al servizio della carità).
Annunciare
Anche nel caso del cieco di Gerico il Vangelo evidenzia ancora una volta che non è il miracolo a generare la fede, ma il contrario. Del resto per chi tende a legare la fede al miracolo, rischia di perderla se non è esaudito. Succede come se il bambino, al quale la mamma rifiuta di esaudire una sua richiesta per ragioni che il figlio non è in grado di comprendere, ripudiasse il proprio genitore. Inoltre il miracolo guarisce solo il corpo fisico mentre la fede rende sana tutta la persona nel tempo e per l’eternità.
Insegnare Il cieco è in qualche modo l’emblema di quanti stanno «nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1,79). Cristo è la luce che permette di vedere oltre le apparenze, oltre gli angusti spazi dei nostri piccoli e talvolta squallidi interessi, oltre i confini limitati di questa vita.
Esortare
Il cieco Bartimeo stava seduto ai bordi della strada fino a quando non udì che passava Gesù di Nazaret. Ha avuto il coraggio di gridare la sua povertà e la sua fede nonostante che «molti lo sgridavano per farlo tacere». Guai se ci fermiamo ad assaporare le nostre tristezze, guai adagiarci nelle nostre delusioni, guai lasciarci paralizzare dai nostri peccati… «Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Ci sono alcune circostanze della vita in cui Gesù ci passa accanto. Bisogna avere il coraggio di alzarci e gridare la nostra preghiera e la nostra fede. E saremo salvi.
Introdurre al mistero Il battesimo non segna la fine, ma l’inizio di un cammino durante il quale anche per noi, come per i primi discepoli, non mancheranno le difficoltà per comprendere, accogliere e accettare. La fede, come l’amore, ha continuamente bisogno di essere rinnovata. Ogni Eucaristia domenicale è il luogo privilegiato dove l’alleanza battesimale è ribadita e rafforzata attraverso l’ascolto della Parola e la partecipazione alla mensa eucaristica.       Silvano Sirboni  


Per celebrare

* Lo Spirito Santo che ci è stato donato nel battesimo e negli altri sacramenti apre i nostri occhi, ci restituisce la vista e dona anche a noi la capacità di gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Come per il cieco nato, così per ogni cristiano, la fede domanda sempre di essere professata-celebrata-vissuta. In particolare, il «viverla» è il modo più forte per «professarla», oltre che il modo più genuino per «celebrarla»: non solo con singoli gesti cultuali, ma con il «culto spirituale» di un’intera esistenza, vissuta in conformità con il Signore Gesù e in coerenza con il suo Vangelo. Il cristiano, diventato «figlio della luce» grazie al dono battesimale della fede, è chiamato a comportarsi come tale. Solo così non smentisce la sua identità! Se la fede definisce l’essere stesso del credente, non può non esprimersi e non attuarsi nella vita quotidiana, nelle scelte e nelle azioni dell’esistenza. I «figli della luce» sono veramente tali quando compiono le «opere della luce», ossia imitano e condividono gli atteggiamenti e lo stile di vita di Gesù. Nella celebrazione eucaristica odierna suggeriamo di fare memoria del dono del battesimo che ci ha resi «figli della luce». Il saluto iniziale del sacerdote potrebbe essere il seguente:
Sac.:
Cari fratelli e sorelle, nel giorno del vostro battesimo foste segnati con il segno della croce perché poteste presto ascoltare la Parola di Dio e professare la vostra fede. Oggi iniziamo questa celebrazione nel medesimo segno di salvezza. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Tutti:
Amen.
Sac.:
Il Signore che ci ha chiamati alla vita e alla fede, sia con voi.
Tutti:
E con il tuo spirito. Dopo l’omelia si fa memoria del battesimo attraverso i segni dell’olio, dell’acqua, della luce e della veste bianca. Seguirà la rinnovazione delle promesse battesimali che sostituisce il Credo.

Presentazione dei segni battesimali

Guida: Vogliamo ora ricordare i segni del nostro battesimo, li presentiamo al Signore chiedendogli di aiutarci a vivere da cristiani nella vita di tutti i giorni.
L’OLIO:
Il sacerdote che ci ha battezzato ha unto le nostre orecchie e le nostre labbra con il sacro crisma, perché potessimo ascoltare e annunciare la Parola di Dio. L’unzione che abbiamo ricevuto è segno della forza di Cristo, che ci aiuta a lottare contro il male e il peccato.
L’ACQUA:
È il simbolo della purezza e della grazia che Dio ci ha donato per mezzo di suo Figlio.
IL CERO:
Quando siamo stati battezzati nostro padre ha acceso la candela al cero pasquale simbolo di Gesù risorto. Questo ci richiama l’impegno a camminare nella luce della fede.
LA VESTE BIANCA:
Abbiamo ricevuto anche la veste bianca. Essa è segno che nel battesimo siamo stati rivestiti di Cristo e, in lui, siamo divenuti una nuova creatura.

Professione di fede

Sac.: Carissimi, per mezzo del battesimo siamo divenuti partecipi del mistero pasquale del Cristo, siamo stati sepolti insieme con lui nella morte, per risorgere con lui a vita nuova. Ora rinnoviamo le promesse del nostro battesimo con le quali un giorno ci siamo impegnati a servire fedelmente Dio nella santa Chiesa cattolica.
Sac.:
Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?
Tutti:
Credo.
Sac.:
Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre?
Tutti:
Credo.
Sac.:
Credete nello Spirito Santo, la santa Chiesa Cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna?
Tutti:
Credo.
Sac.:
Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. E noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore.
Tutti:
Amen.
Al posto della preghiera universale tutta l’assemblea dice: «O Signore, tu che sei la luce del mondo, illumina la nostra mente e il nostro cuore, perché, seguendo te, non camminiamo nelle tenebre, ma abbiamo la luce della vita.
Tu che hai aperto gli occhi al cieco nato, apri anche i nostri occhi, perché riconosciamo in te il Figlio di Dio, ti proclamiamo nostro Signore e Redentore, ti adoriamo e ti rendiamo culto con tutta la nostra vita.
Tu che, con il dono dello Spirito, ci rendi figli della luce e del giorno, fa’ che indossiamo le armi della luce e ci comportiamo come in pieno giorno, coerenti e coraggiosi nel diffondere e difendere la fede, pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza, rispetto e coscienza retta, lieti di soffrire per il Vangelo, con un dono totale di noi stessi, che non teme neppure la morte.
Tu che ci rendi sale della terra e luce del mondo, sostienici nella nostra poca fede e rinvigorisci la nostra adesione al Vangelo, così che viviamo nella storia e nel mondo a servizio del Regno di Dio, la nostra luce risplenda davanti agli uomini, con la nostra vita siamo sempre tuoi testimoni e facciamo vedere te, nostro Signore crocifisso e risorto, unica speranza che non delude, gioia che sola può saziare la fame del cuore di ogni uomo». E.V.
 

 

 

       
       
       

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Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal beato Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro