La Vita
in Cristo e nella Chiesa

   

 

 

 

 

 

MENSILE DI FORMAZIONE LITURGICA E INFORMAZIONE

 
 


Testimoni di speranza

Il dono dell’anno liturgico

La tensione verso la seconda venuta del Signore nella gloria, caratterizza le domeniche dell’ultimo scorcio dell’anno liturgico; esse attraversano il mese di novembre ma con l’inizio dell’Avvento, la Chiesa prosegue nell’attesa e nella memoria della prima e dell’ultima venuta del Signore risorto: egli viene, è venuto e tornerà. «Dio ha risuscitato Gesù, e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32). È in qualche modo questa la consegna del Convegno delle Chiese d’Italia che è stato celebrato a Verona. Testimoni del Risorto, si potrebbe dire, è la definizione dei discepoli di Gesù, di tutto il popolo di Dio, pastori e fedeli. La risurrezione ha fatto irruzione nella storia che, da allora, non è più la stessa; la realtà della risurrezione si manifesta nella vita cambiata dei battezzati, nella carità, nella pace, nella solidarietà, nella giustizia.
La realtà più vera, imperitura, permanente, indefettibile è proprio questa: Cristo Signore è risorto! Proprio così salutava i fratelli nell’accoglierli, il mite Serafino di Sarov, il san Francesco russo che viveva in pace con le fiere e sapeva giocare con i bambini: «gioia mia, Cristo è risorto!». «Il culto cristiano è il modo più efficace per insegnare il cristianesimo » (C. Valenziano) e la partecipazione alla vita liturgica della comunità, secondo il documento pastorale dei vescovi italiani «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia », è il luogo privilegiato per la formazione dei giovani, la modalità per rendere la comunità stessa capace di impegnarsi nell’accompagnamento delle famiglie, alimentarne la solidarietà e reperire nuove ministerialità a servizio di esse.
Di qui l’impegno serio e il dovere di celebrare il culto, compiere cioè le azioni liturgiche dove la risurrezione è attiva, tocca e salva l’uomo, con particolare cura, competenza, unzione, fede, carità e speranza. Ciò comporta un serio impegno, una dedizione senza limiti, ascolto e preghiera assidui, cura nel predisporre le celebrazioni affinché nulla sia lasciato all’improvvisazione e al caso perché, per quanto dipende da noi, possa funzionare ed essere appunto un incontro trasformante e salvifico di tutti con il Risorto. Mentre stendiamo queste brevi note a sussidio per vivere correttamente e intensamente le ultime domeniche dell’anno liturgico, va allontanandosi il rombo sinistro di un’altra guerra tremenda e insensata.
Di fronte a tali eventi ci interroghiamo sulle speranze dell’uomo, quale sia la sua vera fame, che lo sappia o meno. In realtà l’uomo è assetato di salvezza, affamato di giustizia, in una parola ha fame e sete di Dio: l’«Oggetto » della sua speranza è Dio! La prima carità dunque è donare, a questo povero uomo, Dio, Gesù Cristo Salvatore! Con lui anche gli altri beni, si intende, ne sono una conseguenza. Il cuore di Gesù Pastore si commuove dinanzi alle folle, pecore senza pastore, e le raduna sfamandole con la Parola e con il pane. L’evangelizzazione è la carità prima e così pure i sacramenti: la Chiesa infatti ha compassione delle folle come Gesù e, «con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio» (Lumen gentium, 65).

Le ultime domeniche dell’anno liturgico

Il 29 ottobre, secondo il ciclo «B» del Lezionario, è la «Domenica del cieco di Gerico» che Gesù guarisce nel suo viaggio verso Gerusalemme dove verrà crocifisso e risorgerà; questo segno vuole aprire gli occhi dei discepoli alla fede, essi lo seguono e fanno fatica ad accettare la sua passione, hanno bisogno di essere confortati e confermati. In questa domenica, ultima di ottobre, nella Famiglia Paolina fondata dal beato Giacomo Alberione, si celebra la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Divino Maestro. Il mandato di Gesù Risorto ai suoi, secondo l’Evangelista Matteo, è proprio questo: «andate, fate discepole tutte le nazioni». Noi chiamiamo il Signore: «Maestro!». Egli ha detto che diciamo bene perché infatti è Maestro e Signore (cf Gv 13,13). Compito della Chiesa è evangelizzare, cioè diffondere la buona e bella notizia che il Signore è morto ed è risorto, comunicando la salvezza che egli è nell’azione liturgica e sacramentale e fare tutti suoi discepoli. Questa solennità non è solo dei Paolini che lo Spirito ha suscitato nella Chiesa per l’evangelizzazione con i mezzi più moderni che via via la scienza tecnologica mette a disposizione; essa è patrimonio di tutta la Chiesa e le parrocchie o le scuole potrebbero proprio iniziare l’anno catechistico o scolastico, ponendo dinanzi allo sguardo di operatori ed alunni la figura di Gesù Maestro. Egli insegna il Padre, è Via, Verità e Vita, è il Primogenito di una moltitudine di salvati i quali, facendosi suoi discepoli, possono giungere alla vita eterna. Tale solennità sta bene accanto a quella che chiude ogni anno liturgico della Chiesa: Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo che quest’anno è la domenica 26 novembre.
I testi dei canti, delle preghiere e il Lezionario permettono questo accostamento e potremmo dire che queste due solennità incastonano le ultime domeniche del tempo ordinario e ne sottolineano la tensione verso la mèta, il cielo, la seconda venuta, gloriosa e salvifica, del Salvatore. Riteniamo sintesi mirabile ed appropriata di tutto ciò l’immagine del «Pantocrator», così come è proposta nell’abside della cappella Palatina a Palermo in un mirabile mosaico; ne prendiamo la lettura dal nostro amico teologo liturgista il p. Pietro Sorci ofm (da Il Pantocrator e l’Etimasia, icona della liturgia cristiana, in Annunciamo la morte del Signore nell’attesa della sua venuta, Edizioni Presenza del Vangelo, pp 10-12). «Cristo Gesù è il principio e il fine di tutte le cose, l’alfa e l’omega, colui che era, che è e che viene.
Questa visione cristocentrica del cosmo e della storia salvifica è espressa dall’iconografia mosaicata sull’abside della cappella Palatina di Palermo intorno all’anno 1140, come nessun’altra enunciazione teorica potrebbe farlo. Sul catino dell’abside rivolta verso Oriente, domina il Cristo Pantocrator con la tunica (Kiton) rossa, colore della divinità, e il manto (Himation) azzurro colore dell’umanità: egli infatti è Dio che si è rivestito della natura umana. Egli occupa esattamente i tre quarti dell’abside, secondo la simbolica dello Pseudo- Dionigi, perché abbraccia tutto l’universo. Porta i capelli lunghissimi che scendono sulle spalle, e la barba, perché è l’antico dei giorni, prima di tutte le cose; ma non è vecchio, perché il tempo non ha alcun potere su di lui: è l’Eterno. Con la mano destra intima il silenzio con il caratteristico gesto bizantino (pollice e anulare uniti), mentre sulla sinistra sorregge l’Evangeliario aperto sulle parole di Gv 8,12 scritte in greco e in latino: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Intorno al capo porta il nimbo con inscritta la croce dorata, mentre ai lati del nimbo stanno le abbreviazioni del nome, Gesù Cristo: egli è il Verbo incarnato e crocifisso che con la risurrezione ha ottenuto il Nome che è al di sopra di ogni altro nome. L’effetto doveva essere ancora più suggestivo quando sotto il Cristo si apriva una grande finestra dalla quale la luce mattutina inondava tutto lo spazio liturgico.
Il Cristo ricapitola tutta la storia salvifica. Infatti da lui si diparte il racconto dell’opera dei sei giorni e della storia dei patriarchi, che partendo da destra percorre tutta la navata ritornando all’abside. In alto sopra il Pantocrator sta l’Annunciazione, che rappresenta il mistero dell’Incarnazione: l’angelo a destra del Cristo, e a sinistra la Vergine con la tunica azzurra e il manto rosso, perché ella è creatura umana che è stata rivestita della divinità. Dall’Annunciazione inizia il racconto della vita di Cristo lungo le pareti della navata centrale (mentre nelle navatelle laterali è raccontata la storia della Chiesa: a sinistra il ciclo Mosaico del Cristo Pantocrator. Catino dell’abside della cappella Palatina (Palermo). di Paolo e a destra quello di Pietro), che converge ancora una volta verso il centro dell’abside.
Qui, sopra il Pantocrator e sotto l’Annunciazione, troviamo il trono vuoto dell’etimasia. Il termine significa letteralmente «preparazione» e nel linguaggio della liturgia e dell’iconologia indica il trono vuoto che attende la venuta di Cristo re e giudice universale, intorno al quale si raduneranno tutti i popoli della terra. La raffigurazione si fonda sui salmi 92,2: «Saldo è il tuo trono sin dal principio», e 88,15: «Giustizia e diritto sono la base del suo trono», che la Bibbia greca dei LXX e la Volgata hanno tradotto rispettivamente etoimos, paratus al posto di «saldo», e al posto di «base», etoimasia, praeparatio, da cui «etimasia ». Il seggio è coperto da un manto regale, su di esso è poggiato il libro con i sette sigilli, di cui è detto che soltanto il leone della tribù di Giuda, ossia la radice di Davide può aprirlo (cf Ap 5,1-5). Il Cristo è colui che porta a compimento il progetto di Dio e nel quale la storia rivela tutto il suo significato. Sopra il libro, con le ali spiegate, domina una colomba, simbolo dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e rende presente in essa il Cristo che era, che è e che viene, e la sua opera. Sullo sgabello dei piedi è poggiato un vassoio con chiodi. Fa da sfondo una croce a due tagli orizzontali: nell’innesto del braccio orizzontale maggiore con palo verticale s’intreccia una corona di spine; al lato sinistro della croce sta una canna con all’estremità una spugna, e al lato destro la lancia. Accanto all’etimasia, a destra e a sinistra due arcangeli in vesti diaconali, che con la mano destra tengono il labaro e con la sinistra invitano all’adorazione. La scritta sottostante ai bordi dell’arco absidale spiega che si tratta di Michele e Gabriele, pronti ad eseguire gli ordini del re: “Parte sta in dextra Michael / Gabrielque sinistra / ut Maiestati sint / deservire parati”. Sul nastro inferiore, immediatamente sotto l’etimasia, su fondo d’argento un’altra scritta recita: “Lancia, spugna, croce lignea, chiodi e corona, da una parte incutono timore, dall’altra costringono al pianto. Piangi, peccatore, alla vista di questi simboli, e adora”. Questa raffigurazione mette dinanzi agli occhi la centralità di Cristo principio e fine di tutte le cose, Signore e giudice dell’universo, per mezzo del quale e in vista del quale tutto è stato fatto, chiave per comprendere le Scritture, rivelatore e realizzatore del progetto di Dio preparato dalle Scritture e celebrato nella liturgia, incontro al quale la storia è in cammino. Tale visione, è icona della celebrazione liturgica, memoria ed epiclesi che ci fa pregustare la liturgia celeste, che viene celebrata nella santa Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del vero santuario, e da dove aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, nostra vita e noi appariremo con lui nella gloria (Sacrosanctum Concilium, 8). È parabola dell’anno liturgico, cammino del popolo di Dio incontro al Signore che viene, corsa della sposa all’abbraccio di Cristo suo sposo. Essa spiega nello stesso tempo che la regalità di Cristo nella storia è all’insegna della passione e della croce: ammonimento severo a chiunque nella Chiesa e nel mondo ha il compito di esercitare il servizio dell’autorità». Tra la solennità di Gesù Cristo Divino Maestro e quella di Cristo Re dell’universo si collocano le domeniche 31a, 32a e 33a. La 31a è la «Domenica del comandamento più grande»: il Maestro racchiude tutta la «Legge» (= Torah, in ebraico, cioè rivelazione come immenso dono ad Israele) nel comandamento primo e nel secondo simile al primo. Israele lo conosce, è la sua professione di fede d’ogni giorno: «Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Poi, Gesù, per noi suoi discepoli aggiungerà: «Amatevi come io ho amato voi» (Gv 15,12). La 32a è la «Domenica della vedova povera» che getta nel tesoro del tempio tutto quanto aveva per vivere. Il culto a Dio non tollera ipocrisia: tutto da lui riceviamo e tutti a lui ci doniamo in un atto di assoluta verità. La domenica 33a è quella che più sottolinea l’attesa del ritorno indefettibile del Signore, è la «Domenica della venuta del Figlio dell’uomo ». La liturgia che ci ha presi per mano nell’Avvento ci ha condotti qui: il Signore viene sempre e tornerà, egli è il «Veniente» e ci riprenderà con sé, nella patria vera che è il seno del Padre, e vi sarà un nuovo cielo e una terra nuova, le cose di prima sono passate. La vita eterna è la mèta unica della nostra vita, essa rischiara e dà senso ad ogni nostro vivere, soffrire, gioire e morire: saremo sempre con il Signore morto e risorto per noi, amato e celebrato, cercato ed atteso, Maestro, Signore risorto, Re e Salvatore. Cristina Cruciani
 

 
       
       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal beato Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro