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Osanna al Figlio di Davide

Domenica delle Palme e della Passione del Signore - anno C

1 aprile 2007

 
Prima lettura: Is 50,4-7  • Salmo responsoriale: Sal 21,8-9.17-20.23-24
Seconda lettura: Fil 2,6-11  • Vangelo: Lc 22,14-23,56

 

La morte del Giusto

Con la domenica delle Palme inizia la Settimana Santa che, con molta solennità, introduce il credente nel mistero pasquale, offrendogli con abbondanza materiale su cui riflettere, testi copiosi che da più lati si sforzano di illuminare quello che rimane in parte un enigma, cioè il rifiuto del Giusto, della Vita, da parte dell’umanità.
La liturgia ci invita a sostare sui testi, proponendoci ogni anno gli stessi brani come prima e seconda lettura, mentre solo il Vangelo cambia. Si tratta forse di un discreto invito a non passare oltre, a non scorrere velocemente le pagine sacre (tanto si sa già come va a finire!), scegliendo invece di restare concentrati su parole ostiche, nonostante ci sembrino tanto familiari, come quelle che Isaia, da una parte, e l’inno cristologico della lettera ai Filippesi, dall’altra, ci propongono.
La prima lettura, dunque, ci parla della figura del servo di YHWH, un personaggio anonimo e misterioso, per certi aspetti un po’ inquietante. In questo testo, il servo parla della sua vocazione ricollegandosi all’esperienza dei profeti. La sua vocazione ha a che fare con la parola che egli per primo ha docilmente ascoltato: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati».
Il paradosso della sua esperienza profetica, come peraltro è avvenuto in molti altri casi nella storia di Israele, sta nel fatto che questo servizio della Parola non suscita adesioni e consensi; al contrario, fa emergere la chiusura degli uomini nei confronti della Parola e il rifiuto, anche violento, di colui che se ne fa interprete: il profeta. La sofferenza che il servo patisce viene descritta come violenza fisica con in più l’aggiunta dell’oltraggio, della vergogna: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi». Il motivo di tanto accanimento è sconosciuto, tanto più che questo personaggio non viene descritto come violento, anzi, è un credente che confida soltanto nel suo Dio, senza nemmeno domandare giustizia per sé.
Questa figura del servo è stata interpretata in senso collettivo all’interno del mondo ebraico, e in senso individuale in quello cristiano. La tradizione ebraica ha letto nel destino di quest’uomo l’esperienza del popolo, di Israele, mentre a partire dal Nuovo Testamento e nell’esegesi cristiana successiva, il servo è stato identificato con Gesù Cristo. Si tratta di un’alternativa reale oppure le due letture in qualche modo possono essere mantenute come vere?
Nell’Antico Testamento più volte leggiamo che Israele è chiamato a servire il Signore, ad esempio nel contesto dell’alleanza del Sinai (cf Es 19-24) o nel testo programmatico di Giosuè 24. Questa generale vocazione al servizio di Dio è tuttavia incarnata in modo più radicale da alcune figure emblematiche, come Mosè, Giosuè, Davide, Maria di Nazaret. Essi diventano per il resto del popolo una sorta di modello esemplare che non vivono qualcosa di eccezionale, ma prendono sul serio la vocazione che appartiene a tutto il popolo. In questo senso possiamo anche leggere la vocazione al servizio che ha vissuto in modo ancora più emblematico Gesù, che non è solo un personaggio tra tanti, uno dei servi, ma il Figlio unico, che fa della relazione col Padre il centro indiscusso della sua esistenza. Ha dunque ragione l’esegesi cristiana a interpretare l’esperienza di Gesù alla luce delle pagine di Isaia, il quale però si riferiva probabilmente al popolo d’Israele parlando della figura del servo.
La seconda lettura, tratta dalla lettera ai Filippesi, approfondisce il discorso descrivendo in maniera sintetica, ma estremamente efficace, il cammino di Gesù. In pochi versetti ci viene indicato tutto il suo percorso, dalla preesistenza all’esaltazione finale, passando attraverso la morte di croce. Il cammino di Gesù è stato caratterizzato dall’obbedienza «fino alla morte», cioè dall’ascolto della Parola. «Pur essendo di natura divina», Gesù ha scelto di essere solidale con noi uomini, si è fatto uno di noi, anzi, l’ultimo di tutti, cioè lo schiavo. Il paradosso della scelta di Gesù emerge chiaramente quando si nota l’asimmetria del paragone: il testo non dice che Gesù essendo Dio, si è fatto uomo, ma che Gesù da Dio è divenuto servo, cioè un certo tipo di uomo particolare, senza diritti, inferiore. Gesù ha scelto di essere solidale con l’uomo a partire dagli ultimi, per comprendere tutti nel suo abbraccio redentivo. La sua scelta è stata radicale e irrevocabile, è arrivata infatti fino alla morte. Ma Dio ha approvato la sua scelta e l’ha fatto risorgere. L’ultima parola di Gesù è stata l’accettazione della morte di croce, ma questa non è stata l’ultima parola del Padre, il quale «l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Dio ha riconosciuto nel suo Figlio l’uomo che ha saputo esprimere la sua identità nel servizio del fratello e nell’ascolto della Parola; egli benedice ogni uomo che si pone alla sequela di Gesù, imparando da lui la via dell’amore.
È quanto il Vangelo indica raccontando la passione di Gesù secondo Luca. Tra i molti aspetti che potrebbero essere menzionati, vorremmo fermarci brevemente solo su alcuni punti. Innanzitutto colpisce il riferimento, piuttosto insistito, alla spada. Gesù ne parla in modo misterioso, dicendo ai discepoli: «Chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una». Prontamente i discepoli equivocano il discorso, dicendo: «Signore, ecco qui due spade ». Più avanti, nell’orto degli ulivi, davanti alla turba che porta spade e bastoni, i discepoli di nuovo chiedono a Gesù: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?», ma Gesù rifiuta questa strategia e anzi guarisce il servo del sommo sacerdote che viene ferito da uno dei suoi. Di che cosa parla dunque Gesù? Forse sta dicendo che la passione è una lotta, che bisogna prepararsi a combattere, ma non come noi abitualmente pensiamo di dover fare, cioè prendendo le armi. Il regno di Dio non si stabilisce nel mondo in modo sereno, tranquillo, ma, al contrario, come abbiamo già visto nella prima lettura, il suo annuncio suscita opposizione nei destinatari, i quali reagiscono eliminando fisicamente il testimone di Dio, sia esso un profeta o il Figlio.
La sequela dunque ci permetterà di condividere il cammino di Gesù, la sua esperienza, e non sarà una passeggiata! In questo cammino tuttavia, non saremo soli. Gesù stesso è stato accompagnato e addirittura aiutato da alcuni personaggi, come Simone di Cirene o Giuseppe d’Arimatea, che un po’ per forza e un po’ per scelta, si sono messi dalla sua parte. I discepoli non c’erano: erano tutti fuggiti e si erano nascosti per paura, e solo le donne lo seguivano da lontano. Se decidiamo di prendere sul serio la proposta di Gesù, e vogliamo essere discepoli, dobbiamo prepararci alla lotta, con la consapevolezza però di trovare compagni di viaggio, magari persone che non avremmo mai immaginato di conoscere, non certo persone potenti. Costoro non rischieranno il loro prestigio, non si esporranno, come appunto non fecero né Pilato né Erode, i quali, anzi, pur essendo tanto diversi, da quel momento diventarono amici, perché in fondo tanto simili tra loro. La liturgia odierna dunque ci obbliga a prendere posizione, a decidere da quale parte stare, non presumendo di trovare in noi delle risorse straordinarie, ma confidando nell’amore misericordioso del Padre, il quale certo sosterrà le nostre scelte di bene. Donatella Scaiola
 

 

Per celebrare... a partire dalla Parola

GESTI E ATTEGGIAMENTI

 

«Sei giorni prima della celebrazione della Pasqua, quando il Signore entrò in Gerusalemme, gli andarono incontro i fanciulli: portavano in mano rami di palma, e acclamavano a gran voce: Osanna nell’alto dei cieli: Gloria a te che vieni, pieno di bontà e di misericordia ».

In questa domenica, preludio alla Pasqua del Signore, la liturgia ci invita ad aprire gli occhi per contemplare, con lo sguardo illuminato dalla fede, il grande mistero dell’Amore che si sta compiendo. Per Gesù è giunta la sua ora: tutto è pronto! Lo Sposo fa il suo ingresso nella città amata dove desidera celebrare la Pasqua con i suoi. Alla sera, nella sala alta, lo Sposo rivelerà parole d’amore e stabilirà l’eterna alleanza incisa nel cuore. Imitiamo le folle di Gerusalemme ed entriamo dietro a Gesù nella città santa, per seguirlo sino alla croce ed essere così partecipi della sua risurrezione. È questa, infatti, la prospettiva teologica con la quale celebrare la santa settimana: la croce è la via che porta alla risurrezione.

* Si abbia cura di preparare, per tempo e con l’attenzione dovuta, quanto serve alla celebrazione di questo giorno, di istruire ministri e fedeli allo svolgimento del rito.

* La celebrazione ha inizio in un luogo fuori dalla chiesa dove sono state preparate le palme e i rami di ulivo. Si possono scegliere sei persone che portano le palme grandi, disposte in modo tale che la processione si snodi poi all’interno di esse. Gli altri fedeli e i ministri porteranno i rami di ulivo.

Occorrente: vesti rosse per i ministri (casula, dalmatica se c’è il diacono, stole per i concelebranti); sei palme grandi; rami d’ulivo; turibolo fumigante; navicella (= il contenitore dell’incenso); Messale per le parti riservate a colui che presiede la celebrazione; Lezionario per la proclamazione dell’Evangelo secondo Luca (19,28-40); una conca contenente l’acqua benedetta per benedire i rami che saranno portati in processione e che al termine della celebrazione ciascun fedele potrà portare a casa come segno di fede; la croce astile addobbata con rami d’ulivo, due candelieri o lampade, un buon megafono.

Ministeri: il presidente della celebrazione; gli altri ministri (diacono, concelebranti, accolito... se ci sono); il turiferaio (colui che porta il turibolo e la navicella); il crocifero (colui che porta la croce); coloro che portano i ceri, un ministrante per reggere il Messale e il Lezionario; un ministrante che regge la conca dell’acqua benedetta; i lettori adeguatamente preparati per la proclamazione della Parola di Dio e del Passio.

Ordine della processione: il ministrante con il turibolo fumigante; la croce con accanto i candelieri, il sacerdote che presiede e tutti gli altri ministri, i cantori, i fedeli. Tutti procederanno all’interno del corteo formato dalle sei persone che portano le palme. Giunti in chiesa ognuno prenderà il posto che conviene; le palme saranno disposte o all’ingresso della chiesa o, se lo spazio lo consente, davanti al presbiterio. Poiché il Messale prevede, per colui che presiede, la possibilità di indossare il piviale per la processione, giunto in chiesa il sacerdote, prima della colletta, deporrà il piviale e indosserà la casula, veste propria per la celebrazione eucaristica (cf MR, p 114). La processione si conclude con la colletta; si tralasciano i riti di introduzione e si prosegue poi con la liturgia della Parola.

LA PREGHIERA E IL CANTO

Alle pp 47-50 è proposta la musica del salmo responsoriale (ritornello e modulo) a cura di Donato Falco che, fin dalla prima domenica di Quaresima, abbiamo suggerito di cantare, offrendo anche una monizione introduttiva da farsi o all’inizio della celebrazione o prima del salmo stesso.

Monizione al salmo responsoriale La liturgia di questa domenica, tutta dedicata alla «parola della croce», si condensa nel racconto della Passione secondo Luca. Anche le altre letture bibliche sono tutte protese verso questo racconto La Vita in Cristo e nella Chiesa Aprile 2007 Aprile 2007 La Vita in Cristo e nella Chiesa 11 evangelico. Il Deuteroisaia (cf prima lettura) presenta il terzo canto del servo di Adonai che non sceglie la via del trionfo ma quella della sofferenza per amore nostro. L’inno cristologico di Paolo ai Filippesi (cf seconda lettura) descrive la kénosi del Cristo che, «pur essendo di natura divina... spogliò se stesso... fino alla morte di croce». Il salmo 21 è composto da due parti: la prima parte (vv 2-23) è una lamentazione individuale, la seconda (vv 24-32) è un canto di ringraziamento che svolge i temi della lode e della regalità universale di Adonai. I versetti del salmo non vengono riportati tutti in questa domenica di Passione; li ritroveremo nell’Ufficio delle letture del venerdì santo. Nella prima parte del salmo si riscontra la teologia isaiana del servo di Adonai che dà la vita per la salvezza di tutti. Nel salmo prevalgono due sentimenti fondamentali: la lamentazione per la sofferenza presente e l’incrollabile fiducia in Dio da parte dell’orante. Non si riscontrano nel salmista rimproveri a Dio o sentimenti di vendetta, solo egli si limita ad esporre la sua sofferenza e ad affidarla a Dio. In questa domenica, che ci apre alla grande e santa settimana, chiediamo a Dio nostro Padre, di insegnarci a credere che il suo disegno è per ciascuno di noi un capolavoro d’amore, anche quando sembra contraddire le nostre attese. Chiediamo la capacità di abbandonarci come un bimbo nelle sue mani, sicuri che l’ultima parola non sarà quella della morte, ma la gioia e l’amore trasfigurati.

L’ADDOBBO FLOREALE

La proposta della composizione floreale è tratta dal libro di Denise-Jeanne Rolland, Fleurs et parole, di Médiaspaul 2005, pp 51-52. «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina» (Zac 9,9). «Alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria » (Sal 23,7-9). La composizione floreale si propone di servire la liturgia di questo giorno, evocando l’accoglienza trionfale di Gesù a Gerusalemme. È dunque orientata verso l’Agnello pasquale e, al di là del suo sacrificio, verso il Risorto. Le palme siano disposte sul ceppo della vite, lungo il percorso, in modo tale che formino un cammino che conduce all’altare.

Composizione:
• Bosco (ambiente): ceppo della vite, simbolo di Cristo (Gv 14 ss).
• Pietre: Gesù, pietra angolare (Mc 12,10);
• Palme (Cycas): significano insieme l’accoglienza trionfale, la gloria, i martiri.
• Gigli (amarilli) rossi: emblema regale, perché è il colore della Passione di Cristo e del sangue del martire. E.V.