| |
Corpo spezzato e Sangue versato
Giovedì santo nella Cena del Signore - 5 aprile 2007
•
Prima lettura:
Es
12,1-8.11-14 •
Salmo
responsoriale:
115,12-13.15-18
•
Seconda lettura:
1 Cor
11,23-26 •
Vangelo:
Gv
13,1-15

Il servizio
dell’amore
Ogni anno leggiamo il racconto
della lavanda dei piedi nel giorno tradizionalmente destinato a
ricordare l’istituzione dell’Eucaristia, il che può apparire un po’
paradossale. L’evangelista Giovanni però ha saputo cogliere il senso più
profondo dell’Eucaristia che non è solo di tipo rituale, ma
esistenziale.
Il Vangelo si apre con una frase molto solenne, presentando Gesù
che «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era
venuto da Dio e a Dio ritornava », cioè sapendo bene chi era e cosa
stava facendo, compie un gesto affidato abitualmente agli schiavi.
Si potrebbe apparentemente interpretare questo episodio come un invito
all’umiltà, dicendo, ad esempio, che se Gesù che è il Signore, lava i
piedi ai suoi, dobbiamo imparare anche noi ad essere umili! Nel racconto
evangelico c’è molto di più e non dobbiamo edulcorarne la portata
ricorrendo a pie considerazioni.
Gesù, Maestro e Signore, sta dicendo ai suoi discepoli che Dio è colui
che si mette al servizio dell’uomo, e che qualsiasi altra
rappresentazione noi abbiamo di lui, essa va modificata e corretta a
partire dalla rivelazione che il Cristo ci consegna. Noi pensiamo che
Dio sia onnipotente, onnisciente, ecc., e facciamo fatica a pensarlo
come servo. Il servizio, la dedizione di sé invece caratterizza la
rivelazione di Dio, non è un tratto che si aggiunge dall’esterno ad
altri, che hanno a che fare con la potenza e il dominio. Non è a caso
che Gesù debba rivelare questo volto di Dio, dal momento che nessuno di
noi l’avrebbe mai immaginato da solo. Da che mondo è mondo infatti gli
uomini hanno sempre associato all’idea di Dio immagini di forza, di
dominio, di potenza, per cui l’immagine di un Dio diverso poteva solo
essere rivelata, ed essa fa comunque fatica ad essere accettata dai
discepoli di ieri e di oggi.
Pietro incarna qui la reazione classica del discepolo che rifiuta questa
rivelazione «Non mi laverai mai i piedi », forse anche perché
capisce che gli toccherà lo stesso destino, come puntualmente chiarirà
Gesù: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche
voi». Ciascuno di noi resiste a questa rivelazione la quale, non
solo richiede un cambiamento di mentalità a livello teologico, cioè per
quel che riguarda l’idea di Dio che abbiamo o che ci è stata insegnata,
ma anche un cambiamento a livello di prassi ecclesiale. Di fatto noi
concepiamo il servizio come una cosa buona, ma un po’ accessoria, un di
più lodevole, ma affidato al volontariato ecclesiale.
Quando si tratta di recensire i cattolici, in genere si fa riferimento
alla partecipazione sacramentale, facendo il conto di quante persone
vanno a Messa la domenica, di quanti battesimi, matrimoni, ecc. vengono
celebrati. Il mettere la propria vita a disposizione degli altri in modo
feriale e concreto sembra riservato solo ad alcuni, i quali hanno
ricevuto da Dio il dono di una vocazione speciale, oppure hanno del
tempo libero da spendere, mentre l’appartenenza ecclesiale viene
valutata con altri parametri. Così facendo in qualche modo ci mettiamo
al riparo dall’idea del Dio che lava i piedi agli uomini, una
rivelazione che con queste parole solo Giovanni ci consegna, ma che con
altre immagini è ampiamente presente in tutta la tradizione evangelica.
L’Eucaristia che celebriamo ci dona la forza di vivere il servizio come
Gesù l’ha vissuto, o perlomeno ci fa desiderare di raggiungere tale
traguardo. L’Eucaristia ci comunica la vita di Gesù, nonché il suo
Spirito che ci abilita a seguire le sue orme. Per questo è il cibo che
nutre chi è debole, che sostiene la fede vacillante, è il «pane del
cammino». Per troppo tempo invece l’Eucaristia è stata oggetto di
venerazione, ma è stata poco assunta, in nome di un giusto rispetto, ma
anche esagerato. L’Eucaristia non è «il cibo degli angeli», ma è il dono
che il Signore ha fatto al suo popolo debole e peccatore per sostenerlo
nel cammino quotidiano. L’Eucaristia non è il premio per i buoni e per i
santi, per coloro che se lo meritano, ma è l’accoglienza della vita di
Gesù che egli ha consegnato nelle nostre mani: «Questo è il mio corpo
che è per voi», vita alla quale noi acconsentiamo dicendo «Amen».
Come dice ancora l’apostolo Paolo nella seconda lettura, anche
lui si limita solo a trasmettere quello che ha ricevuto, e fin
dall’inizio la Chiesa fa questo: comunica il dono che ha ricevuto, senza
meriti particolari da far valere. Anzi, celebrando l’Eucaristia noi
ricordiamo che Gesù donò la sua vita «nella notte in cui fu tradito»
da uno dei suoi discepoli, quando tutti gli altri lo abbandonarono.
Per questo l’Eucaristia non è il premio dato ai buoni, ma l’attestazione
della nostra distanza, incapacità, peccato, che vengono riscattati dal
dono d’amore che arriva alla consegna totale di sé. L’Eucaristia ha la
capacità di trasformare la nostra vita, rendendoci capaci di amare come
Gesù ha amato, liberandoci finalmente dalla schiavitù del nostro
egoismo, e dalla chiusura nei confronti degli altri, dalla tenace
volontà di salvare la nostra vita tenendola stretta. In questo senso
l’Eucaristia si collega alla liberazione dell’esodo, segno della
liberazione più definitiva.
Occorre celebrare questi eventi, riscoprirne il significato e il valore
per noi oggi, ma il rito è solo un punto di partenza, una porta aperta
sul mondo nel quale siamo inviati a tradurre il senso di quello che
abbiamo celebrato. Non siamo necessariamente chiamati a fare scelte
eroiche, ma a spenderci concretamente con le persone che ci stanno
accanto, nella famiglia, sul lavoro, ovunque. Non dobbiamo sminuire il
valore di tale donazione, ritenendo che altri siano chiamati a fare
scelte eroiche, mentre noi ci accontentiamo di un contesto più modesto,
perché la cosa essenziale è dare la vita; il come, il quando e il dove
lo sono di meno. È l’attitudine del cuore che dà valore al gesto, non la
sua eccezionalità che potrebbe anche essere vissuta da noi come
gratificazione personale e con un certo compiacimento: «Guarda come sono
bravo!». L’Eucaristia porta a compimento il dono dell’alleanza, è la
nuova alleanza nel sangue di Gesù. L’alleanza è una metafora centrale
usata nell’Antico Testamento per indicare la relazione tra Dio e il suo
popolo. Essa esprime l’impegno che Dio si assume nei confronti del suo
popolo e anche la risposta che Israele è chiamato a dare a Dio.
L’alleanza è stipulata mediante il rito del sangue che viene sparso sui
due contraenti, Dio e il popolo. Il sangue è simbolo della vita, per cui
il rito del sangue indica che un’unica vita circola tra i due
contraenti.
Gesù riprende questo linguaggio dicendo che il senso dell’alleanza è
portato a compimento attraverso la sua vita. Il dono della sua vita
rende la relazione tra Dio e l’uomo definitiva, non più minata dal
peccato e dall’infedeltà. Questo è ciò che celebriamo, questo siamo
chiamati a vivere ogni giorno nelle nostre scelte concrete!
Donatella Scaiola

Per
celebrare... a partire dalla Parola
GESTI E ATTEGGIAMENTI
Il Triduo pasquale, che
inauguriamo con la celebrazione in «Cena Domini», commemora la
morte e la risurrezione del Signore. Con atteggiamento di gratitudine
entriamo in questi giorni santi, facendo nostra la proclamazione
dell’apostolo Paolo suggerita come antifona introitale: «Di
null’altro mai ci glorieremo se non della croce di Gesù Cristo, nostro
Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di
lui siamo stati salvati e liberati» (cf Gal 6,14).
* Suggeriamo ai pastori e agli animatori di valorizzare, in questo
giorno, il rito dell’accoglienza degli oli santi, al quale forse non
sempre si riserva la dovuta attenzione. Il Rituale, Benedizione degli
oli e dedicazione della chiesa e dell’altare, nelle Premesse
(p 11) dà brevi ma precise indicazioni al riguardo: «Nella Messa
vespertina parrocchiale della Cena del Signore, gli oli santi, benedetti
in cattedrale, saranno accolti dalle comunità come un dono che esprime
la comunione nell’unica fede e nell’unico spirito, e conservati in una
particolare custodia adatta e degna con la scritta “Oli santi” o altra
simile » (cf anche il n 28 del Rituale).
Prima del canto d’ingresso, all’accoglienza degli oli, si può introdurre
il rito con queste parole:
«Questa sera durante la processione d’ingresso accogliamo gli oli santi
benedetti questa mattina dal vescovo in cattedrale e poi distribuiti a
tutte le parrocchie come segno di unità e comunione con il vescovo e tra
di loro. Gli oli santi sono: l’olio dei catecumeni, segno della
forza di Dio che libera dal male quanti riceveranno il battesimo, l’olio
degli infermi, segno della misericordia di Dio che guarisce l’uomo
dal male del peccato e lo solleva nell’esperienza della malattia; il
santo crisma, segno della missione che Dio affida ad ogni
battezzato, consacrandolo re, sacerdote e profeta e rendendolo immagine
viva di Gesù, il Cristo, l’Unto del Signore. Alziamoci ed esprimiamo con
il canto l’unità e la fraternità di questa assemblea».
LA PREGHIERA E IL CANTO
Monizione al salmo
responsoriale
Il salmo 115
è un canto di ringraziamento a Dio per la liberazione da una malattia
mortale. Per questo dono di salvezza il salmista si domanda: «Che
cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?», cioè in che modo
potrò esprimere a Dio riconoscenza e ringraziamento? Ecco allora che
l’orante compie nel tempio un sacrificio di grazie, accompagnato da una
libazione e dall’adempimento di un voto fatto. Probabilmente questo
salmo fu cantato da Gesù stesso al termine dell’ultima cena, dopo aver
bevuto l’ultima coppa con la quale ha istituito la nuova ed eterna
alleanza.
La Chiesa ha inserito questo salmo nella liturgia in «Cena Domini»
del giovedì santo e ci invita a scoprire in esso l’annuncio di tutto
il mistero pasquale del Signore, della sua passione e della sua
risurrezione. Offerta e invocazione si intrecciano nella preghiera
davanti a Dio, fatta in mezzo all’assemblea.
Il giovedì santo è stato denominato anche «Natale del calice»; con il
ritornello del salmo responsoriale l’assemblea liturgica
riconosce il valore del dono salvifico del calice eucaristico così che:
«Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice,
annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta».
* Per la preghiera dei fedeli si può usare il seguente formulario
tratto da Preparare e celebrare il triduo pasquale, Queriniana,
Brescia 2003, p 59.
Sac: Fratelli e sorelle, in questa sera che apre i giorni della
Pasqua, e nella quale il Signore Gesù ci consegna ancora una volta il
comandamento dell’amore, apriamo il cuore alle necessità di tutti gli
uomini. Il Padre ascolti la voce dei suoi figli, dia concordia e unità
alle sue Chiese, la pace al mondo, la risurrezione agli afflitti.
R/. Ascolta, o
Padre, la nostra preghiera.
•
Dio di comunione, rinsalda
l’unità delle tue Chiese e di tutti coloro che si dicono cristiani:
togli lo scandalo delle divisioni. Noi ti preghiamo.
• Dio di fraternità,
che ci chiami a servirti nella tua Chiesa, sostieni i vescovi, i
presbiteri, i diaconi e tutti coloro che svolgono un servizio alle loro
comunità: rendili instancabili e generosi. Noi ti preghiamo.
•
Dio dell’amore che vuoi
invitare alla tua mensa tutti i popoli sul monte della tua gloria:
disarma i potenti, salvaci dalla follia della violenza, provvedi ai
profughi, libera tutti dalla paura della guerra. Noi ti preghiamo.
• Dio,
fonte di ogni dono perfetto che ci regali ancora uomini e donne che
sanno amare: da’ saggezza ai genitori ed educatori, affetto agli sposi,
tenerezza ai giovani, forza agli anziani, pazienza a chi cura i malati,
coraggio a chi dona la vita per gli altri. Noi ti preghiamo.
• Dio che hai mandato
il tuo Figlio a servire e non ad essere servito: cambia il cuore di noi,
che siamo qui questa sera per condividere lo stesso pane e lo stesso
vino: rendici fratelli e sorelle capaci di portare i pesi gli uni degli
altri. Noi ti preghiamo.
Sac.: Ci hai radunati, o Signore, in comunione con tutto il tuo
popolo per celebrare il solenne inizio della Pasqua. Ascolta, benevolo,
la nostra preghiera. Con umiltà ti supplichiamo: purificandoci da ogni
alimento di malvagità, trasforma in una stirpe nuova quanti siedono
insieme alla tua cena, e per tua grazia fa’ che meritiamo in questo
convito di salvezza sia il pane terreno sia il pane del cielo. Poiché tu
sei la vita dei vivi, la salute dei malati, il riposo dei defunti per
tutti i secoli dei secoli. Amen.
E.V. |
|