| |
L’Amore fino al compimento
Venerdì santo della Passione del Signore - 6 aprile 2007
•
Prima lettura:
Is
52,13-53,12 •
Salmo
responsoriale:
30,2.6.12-13.15-17.25
•
Seconda lettura:
Eb
4,14-16.5,7-9 •
Vangelo:
Gv
18,1-19,42

Gesù in preghiera prima della sua passione.
Rilievo situato nel giardino del Getsemani, accanto alla Church of all
nations (Gerusalemme).
«Di quale persona il profeta dice questo?»
La domanda che l’eunuco della
regina Candace rivolge a Filippo, verso mezzogiorno, sulla strada che
discende da Gerusalemme a Gaza, è la stessa che da secoli gli esegeti si
fanno. Quest’uomo sta leggendo il brano del profeta Isaia, che la
liturgia propone oggi, e domanda a Filippo: «Ti prego, di quale
persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?»
(At 8,34).
L’interrogativo nasce spontaneo perché la descrizione della figura di
questo servo e del suo destino non lascia indifferente il lettore, il
quale si domanda di chi si sta parlando. Anche nel panorama dell’Antico
Testamento questa pagina svetta come una cima isolata, non assimilabile
a nessun altro testo, anche se presenta analogie con l’esistenza di
alcune figure emblematiche della storia biblica, come ad esempio
Geremia, o, per certi aspetti, il re Giosìa. Alla sofferenza di nessun
altro personaggio dell’Antico Testamento però è attribuito valore
salvifico, e ciò rende unica questa figura: «Il giusto mio servo
giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità».
Fin dai suoi inizi, come già detto, la Chiesa interpretò in senso
cristologico la figura del servo, per cui l’interrogativo circa la sua
identità a noi appare un po’ pleonastico, ma non lo è. Il quarto canto
del servo di YHWH presenta numerosi problemi che non riguardano solo
l’identificazione del personaggio, ma che vertono anche sul testo
ebraico, che in più punti risulta difficile, e questo contribuisce a
rendere difficile la comprensione della pericope. Alcune osservazioni
possono comunque essere fatte.
Nel brano prendono innanzitutto la parola diversi interlocutori e
ciascuno di loro dà un giudizio sulla misteriosa figura del servo.
All’inizio e alla fine parla Dio il quale riconosce suo servo questa
persona oppressa dalla sofferenza fino ad esserne schiacciata. In
seguito prende la parola un gruppo non meglio identificato, il quale
invece, interpreta la sofferenza del servo come il segno di un castigo
di Dio. In base alla concezione presente in alcuni testi dell’Antico
Testamento, la sofferenza è il segno di una colpa, per cui, se una
persona soffre tanto, chissà che cosa ha commesso! È l’ipotesi che
sostengono gli amici di Giobbe, i quali, partendo dall’idea che Dio è
giusto e che quindi non punisce un innocente, ritengono che Giobbe abbia
molto peccato per il fatto che soffre in maniera così atroce.
Analogamente il gruppo corale che prende la parola nel brano di Isaia
dichiara la propria presa di distanza da quest’«uomo dei dolori »:
«era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». Eppure quest’uomo
non si è ribellato alla sua sorte, non ha maledetto quelli che l’hanno
ridotto in quello stato, per cui diventa per loro principio di
guarigione: «per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Si
tratta di un’espressione molto strana che forse si potrebbe interpretare
in questo modo: la sofferenza ingiustamente subíta da quest’uomo (che
sia ingiusta lo si ricava dal giudizio che Dio all’inizio esprime su di
lui), che non provoca in lui una reazione speculare, di violenza,
diventa una sorta di specchio. Infatti fa apparire come ingiusta la
sofferenza causata a quest’uomo e la fa comprendere per quello che è,
non la giusta punizione per i peccati da lui commessi, ma il prodotto
della violenza umana. Vedendo gli effetti devastanti che essa ha
provocato, gli uomini riconoscono il male fatto e questo diventa
principio di guarigione, di trasformazione della loro violenza. Quest’uomo
non reagisce al male con il male, ed è l’immagine di quello che la
violenza umana può produrre. Egli diventa così la vittima che denuncia
il male ricevuto e insieme principio di guarigione per i suoi aguzzini,
dal momento che egli intercede per loro.
Nel brano di Isaia non si dice che il male sia una cosa buona o
giustificata, ma che esso può trasformarsi in un principio di bene se
aiuta le persone a capire quali sono le conseguenze devastanti della
violenza che mettiamo in pratica ogni giorno; di conseguenza permette
loro di cambiare atteggiamento, non cercando più giustificazioni
«religiose», o scusanti di sorta per il male che fanno agli altri,
avendo finalmente il coraggio di chiamare le cose con il loro nome:
«oppressione e ingiusta sentenza».
Anche la seconda lettura affronta il tema della sofferenza
dell’innocente: «Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì
preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva
liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio,
imparò l’obbedienza dalle cose che patì». Sono parole difficili da
leggere perché il Figlio non è stato liberato dalla morte, ma l’ha
attraversata e vissuta fino in fondo, senza che nulla gli fosse
risparmiato. Neanche in questo testo si vuole dire che la sofferenza in
sé è buona, anche se può avere un significato, o, meglio, anche se
ciascuno può attribuire un senso a ciò che vive, anche se doloroso.
Quante volte ci è capitato di vivere una situazione difficile, di
incomprensione, di solitudine, di malattia, o quant’altro, e poi,
voltandoci a guardarla dopo averla superata, ci accorgiamo che da questa
esperienza siamo usciti trasformati, se non l’abbiamo semplicemente
subíta, ma le abbiamo dato un senso! Questo non rende bene il male, ma
in senso personale può tradursi in un percorso educativo. Naturalmente
queste considerazioni valgono a livello personale, e già con una certa
difficoltà, mai tale lettura potrebbe essere applicata alla sofferenza
di altri.
Il Vangelo riporta il racconto della passione secondo Giovanni e
quindi ci mette di fronte agli occhi il modo concreto in cui Gesù ha
vissuto la sofferenza e la morte. L’inizio del racconto è molto
illuminante: Gesù si presenta al distaccamento di soldati e per tre
volte si ripete l’espressione «sono io» che risponde alla
domanda: «Chi cercate? », ma che richiama anche la rivelazione
del nome di Dio fatta a Mosè all’inizio dell’Esodo: «Io sono ».
Gesù affronta la passione in modo sovrano, senza lasciarsi trascinare
dagli eventi, senza subirli passivamente, ma partendo dalla
consapevolezza della sua natura divina. Gli altri personaggi che
occupano la scena, Pilato, i discepoli, ecc., sembrano meno padroni di
sé, occupati a difendere se stessi, impauriti, pur possedendo
apparentemente il potere. Gesù invece domina la scena anche senza
parlare tanto; viene presentato dall’evangelista come il re, colui che
giudica gli eventi e le persone, il giudice fatto sedere da Pilato nel
tribunale in una deliberata inversione di ruoli dalla quale emerge la
particolare interpretazione degli eventi che l’evangelista fornisce.
Nonostante il dramma che si sta consumando, la lettura della passione
trasmette un senso di pace, di serenità, soprattutto alla fine quando
Giovanni annota che Gesù fu seppellito in un giardino, unto con una
quantità straordinaria di oli aromatici, come venivano seppelliti i re.
Il significato che l’evangelista vuole comunicarci, raccontando gli
eventi in questo modo, è che Gesù regna dalla croce, che è riconosciuta
la sua identità da alcuni, come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, e che la
sua morte è in realtà una nuova nascita, la quale avviene in un
giardino, come agli inizi della creazione (cf Gen 2). La morte come
nuova nascita, è una lettura paradossale del dramma della passione di
Gesù, paradossale come l’interpretazione che Isaia dà della morte del
servo. O forse dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere le cose?
Donatella Scaiol

Per
celebrare... a partire
dalla Parola
GESTI E ATTEGGIAMENTI
In questo giorno e nel giorno seguente, la
Chiesa, per antichissima tradizione non celebra l’Eucaristia. La
comunione ai fedeli può essere distribuita soltanto durante la
celebrazione della Passione del Signore; ai malati che non possono
prendere parte a tale celebrazione, si può portare la comunione in
qualsiasi ora del giorno.
Nelle ore pomeridiane ha luogo la celebrazione della Passione del
Signore che si svolgerà in tre momenti: la liturgia della Parola
(con la lettura della Passione secondo Giovanni), l’adorazione della
croce, la comunione eucaristica. L’assemblea liturgica è
radunata intorno alla Parola di Dio per ricordare la passione e la morte
in croce del suo Signore, la cui sofferenza e umiliazione nella morte
sono il preludio alla glorificazione. La celebrazione ha inizio in
preghiera silenziosa, il silenzio dell’umanità che conosce il suo
peccato e la sua miseria, il silenzio che prepara a riconoscere le
meraviglie dell’opera di Dio che sa trarre la vita dalla morte. Il
silenzio è il solo canto d’ingresso di questo giorno, un silenzio
ritmato dai passi dei ministri che procedono verso l’altare e si
prostrano per terra. L’altare è spoglio: senza croce, senza candelieri e
senza tovaglia. È già Pasqua!
LA PREGHIERA E IL CANTO
Monizione al salmo responsoriale
In questo venerdì della
Passione del Signore il salmo responsoriale che la liturgia della
Parola pone sulle noste labbra, dopo aver proclamato il quarto canto del
servo di Adonai (cf prima lettura: Is 52,13-53,12) ci
rende partecipi, attraverso la preghiera, del sacrificio redentore di
Gesù. Sant’Agostino, riferendosi a questo salmo dice così: «Quando
Gesù pregava dalla croce il Padre con le parole di questo salmo, portava
in sé noi tutti con le nostre infermità, nella sua voce era la voce
della Chiesa e di tutti gli uomini che dall’abisso del peccato e del
dolore gridavano verso il cielo. Egli, il fratello di ogni uomo, il
sacerdote unico ed universale, parlava in noi, di noi e per bocca
nostra, e noi parlavamo in lui». Lo stesso Spirito che aveva
condotto Gesù nel deserto della prova (cf 1a domenica di Quaresima) lo
conduce ora verso Gerusalemme, cioè verso il cuore della sua obbedienza
filiale al Padre, l’ora dello scontro definitivo e della definitiva
manifestazione dell’amore di Dio, nelle cui mani il Figlio amato
consegnerà il suo spirito. La Chiesa celebra la Passione del Signore
nella certezza che la croce di Cristo è la vittoria della vita sulla
morte, per sempre. Il racconto della Passione secondo Giovanni inizia e
si conclude in un giardino, ad indicare che Cristo ha assunto e
riscattato il peccato del primo Adamo e che l’uomo ha ritrovato la sua
originaria bellezza deturpata dal peccato. Dall’acqua e dal sangue
sgorgati dal costato trafitto del Signore nasce la Chiesa, affidata alla
Vergine Madre. Rigenerata dal battesimo e nutrita dall’Eucaristia, la
Chiesa celebrerà nel tempo la Pasqua del vero Agnello, fino alla
consumazione dei secoli. E.V. |
|