| |
Il Signore è veramente risorto
Domenica di Pasqua - 8 aprile 2007
•
Prima lettura:
At
10,34a.37-43 •
Salmo
responsoriale:
Sal
117,1-2.16-17.22-23
•
Seconda lettura:
Col 3,1-4
oppure
1 Cor 5,6b-8
•
Vangelo:
Gv 20,1-9

La vittoria dell’amore
L’evento
della risurrezione non ha avuto spettatori, ma testimoni. A nome di
tutto il gruppo degli apostoli Pietro, nella prima lettura,
ripercorre brevemente il cammino fatto da Gesù, dal battesimo di
Giovanni fino alla risurrezione. Pietro attesta di aver fatto esperienza
di Gesù in un modo solo: egli fece del bene, anzi, «passò beneficando
e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché
Dio era con lui».
Come si dice a proposito del Dio dell’Esodo, la cui immagine non può
essere fissata una volta per tutte in un simulacro, dal momento che egli
cammina davanti al popolo, guidandolo verso la libertà, così di Gesù si
attesta che egli «passò ». La tradizione evangelica ci consegna
infatti il racconto di Gesù che vive un’esistenza «nomade», perché
«le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il
Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Questa scelta di non
«accasarsi » probabilmente è dovuta all’urgenza di vivere nella maniera
più piena possibile la propria missione, che consisteva nel fare il
bene. Così facendo, cioè attraverso un agire caratterizzato in modo
univoco dalla incondizionata dedizione di sé, Gesù attesta che condivide
le stesse scelte di Dio, il quale «fa piovere sui giusti e sugli
ingiusti». Dio si rende presente dove il male è vinto, e i segni
della presenza del male sono la malattia, la morte, la solitudine,
l’emarginazione, ecc. Gesù combatte contro tutto questo, testimoniando
che questa è la volontà di Dio.
Paradossalmente questa scelta di bene non suscita consensi, approvazione
indiscussa, anzi, «essi lo uccisero appendendolo a una croce »,
addirittura progettando che tale gesto venisse compreso come una sorta
di sconfessione della pretesa di Gesù. Infatti Dio non può lasciar
morire il suo Figlio, dunque, se egli muore sulla croce, è un impostore
e coloro che l’hanno rifiutato possono rallegrarsi della propria
chiaroveggenza. «Ma Dio lo ha risuscitato», cioè Dio si è
dimostrato ancora una volta fedele alla sua promessa di vita, solo che
in questo caso non è intervenuto «prima», impedendo la morte del Giusto,
come ha fatto al tempo di Abramo, al quale l’angelo del Signore fermò la
mano nel momento in cui stava per uccidere Isacco, o quando ha diviso in
due il mar Rosso, permettendo a Israele di attraversare il mare a piedi
asciutti. Questa volta egli dà la vita «dopo» che la morte è stata
assaporata, ma la vita che egli restituisce non è come quella persa; si
tratta invece di una vita qualitativamente nuova, non più soggetta alla
dimensione creaturale, quindi non più mortale, bensì «eterna». Non si
può dimostrare scientificamente tutto questo, come la prova matematica
non può essere applicata a tanti settori del nostro vissuto: i
sentimenti, l’arte, le emozioni, la letteratura, ecc., e questo non
perché non si tratti di cose serie, ma perché l’evidenza matematica non
ha un valore assoluto e non può essere applicata in modo pertinente a
tutti i settori dell’esistenza.
Pietro attesta quello che lui ha vissuto e sa che anche «tutti i
profeti gli rendono questa testimonianza». Le Scritture annunciano
il senso dell’evento umanamente inimmaginabile della risurrezione. Quali
Scritture? Pietro si limita a dire in maniera laconica: «Tutti i
profeti», e noi vorremmo saperne di più, capire a quali testi egli
si riferisca per poter a nostra volta rifare il suo stesso percorso. Non
ci è dato saperlo, però, e questo ci dovrebbe stimolare a riprendere in
mano il Libro, a leggere e cercare di capire, per arrivare a quell’intelligenza
che può sostenere la nostra fede. Anche per noi, come per le generazioni
di credenti che ci hanno preceduto, l’accesso alla fede avviene passando
attraverso la parola dei testimoni e la Scrittura letta alla luce dello
Spirito, sapendo che non è poca cosa, anzi, è addirittura una via
migliore di quella percorsa da coloro che sono stati fisicamente
presenti agli eventi. Come dice l’evangelista Giovanni: «Beati quelli
che pur non avendo visto, crederanno».
Il Vangelo ci descrive infatti la fatica che hanno fatto i
discepoli «il primo giorno dopo il sabato». Le donne che di buon
mattino si sono recate al sepolcro, e si tratta nella recensione lucana
di Maria di Magdala, di Giovanna e di Maria di Giacomo (anche se la
testimonianza delle donne non aveva valore legale, è importante sapere
che non si tratta di personaggi mitici, ma di figure conosciute nella
comunità), hanno avuto una teofanìa, cioè hanno visto due uomini in
vesti sfolgoranti. Usando il linguaggio tipico dell’Antico Testamento,
nel quale il bianco è il colore della trascendenza, viene riportata
un’esperienza difficile da tradurre in altro modo. Coerentemente col
genere letterario, di fronte ad una teofanìa esse si impauriscono, cioè
provano un timore reverenziale che deriva dalla percezione dello scarto
che esiste tra il mondo di Dio e quello dell’uomo.
La reazione all’incontro numinoso può essere espressa in altri modi
simili: Mosè si toglie i sandali davanti al roveto ardente, poi si vela
il viso; Isaia percepisce in maniera dolorosa il suo peccato a contatto
con la santità di Dio, ecc. I personaggi angelici rivolgono innanzitutto
una domanda alle donne: «Perché cercate tra i morti colui che è
vivo?».
Questo dovrebbe permettere alle donne di fare chiarezza circa le
proprie motivazioni, che possono essere buone, ma fuori luogo, dal
momento che egli è risorto. Si potrebbe obiettare che loro non potevano
certo saperlo, ma ciò non è del tutto esatto. Gli angeli infatti
invitano le donne a «ricordare» le parole che Gesù aveva pronunciato in
passato, e solo allora le donne comprendono. Nel momento in cui si
ricordano delle parole di Gesù, capiscono il senso di quello che avevano
sotto gli occhi e che restava per loro muto. In quel momento diventano
missionarie e vanno ad annunciare tutto questo agli Undici e a tutti gli
altri. Lasciano il sepolcro, questo luogo di morte che non può certo
contenere l’autore della vita, abbandonano gli aromi, ormai inutili, e
si aprono alla vita annunciando la risurrezione. Non più i riti di
morte, lodevoli, ma inutili, bensì la celebrazione della vita. Ed è il
ricordo delle parole di Gesù, come nella prima lettura si era
trattato del riferimento alle parole dei profeti, che permette loro di
stabilire il collegamento tra i fatti e il loro senso.
Quando non si fa questo percorso, si condivide il cammino di Pietro che
in questo momento si reca al sepolcro, vede le bende, ma non capisce
ancora. Per incontrare il Risorto non basta dunque mettersi in cammino,
occorre seguire le tracce che egli ha disseminato lungo la strada, in
primo luogo riprendendo in mano le Scritture che gli rendono
testimonianza. Donatella Scaiola

Per
celebrare... a partire dalla Parola
IL GIORNO DEL GRANDE
SILENZIO
Il sabato santo è il giorno del grande silenzio, perché il Re
dorme. In questo giorno si celebra la Pasqua-passaggio nella sua fase
discendente, l’abbassamento nella morte. Il Figlio di Dio è posto nel
grembo della terra. Nella nostra tradizione liturgica non esistono
assemblee particolari per questo giorno; vi è tuttavia l’opportunità di
celebrare la liturgia delle ore che, soprattutto nell’Ufficio delle
letture, sviluppa con inni, antifone, salmi e letture, il mistero di
questo giorno. La Chiesa sosta presso il sepolcro del suo Signore,
meditando la sua passione e morte, la discesa agli inferi e aspettando,
nella preghiera e nel digiuno, la sua risurrezione. In questo giorno
possono essere esposte nella chiesa, per la venerazione dei fedeli,
l’immagine del Cristo crocifisso o la deposizione nel sepolcro o
un’immagine della sua discesa agli inferi che illustra il mistero del
sabato santo. Oggi la Chiesa si astiene del tutto dal celebrare il
sacrificio della Messa. La santa comunione si può dare soltanto in forma
di viatico. Si rifiuti la celebrazione delle nozze e degli altri
sacramenti, eccetto quelli della Penitenza e dell’Unzione degli infermi
(cf Lettera circolare, Preparazione e celebrazione delle feste
pasquali, nn 73-76).
LA GRANDE VEGLIA
Per antichissima tradizione questa è «la notte di veglia in
onore del Signore» (Es 12,42). I fedeli, portando in mano la lampada
accesa, assomigliano a coloro che attendono il Signore al suo ritorno,
in modo che, quando egli verrà, li trovi ancora vigilanti e li faccia
sedere alla sua mensa.
«Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo
dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra
all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi. (...) O notte
beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo
è risorto dagli inferi. (...) O notte veramente gloriosa, che
ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore» (Exultet).
È la notte più santa di tutte le notti! La Chiesa è chiamata a
vegliare senza preoccuparsi di guardare l’orologio. L’atteggiamento di
chi veglia non può essere quello della fretta e della superficialità.
Questa solenne celebrazione, centro di tutto l’anno liturgico, richiede
calma e profondità per entrare nel ritmo in crescendo della Veglia
stessa. Essa si svolge in quattro parti: liturgia della luce (o
lucernario), liturgia della Parola, liturgia battesimale, liturgia
eucaristica. I segni di questa notte: il fuoco, il cero
pasquale, l’Evangeliario, il fonte battesimale, il
pane e il vino.
•
La liturgia della luce
prevede la benedizione del fuoco nuovo, la processione con il
cero (anch’esso nuovo e di cera vera, non di plastica, per non
contraddire la verità del segno) con la triplice acclamazione Lumen
Christi. Il fuoco pasquale sia preparato in modo tale che divampi,
una bella fiamma alta sul sagrato della chiesa. Il cero verrà collocato
vicino all’ambone (soluzione ottimale), oppure al centro del
presbiterio. Lo si accenderà in tutte le domeniche di Pasqua, fino a
Pentecoste. Chiude il lucernario l’Annuncio pasquale (Exultet)
che per sua natura esige di essere cantato. Se non c’è il diacono lo
canta il sacerdote, oppure può essere affidato a un cantore.
•
La liturgia della Parola è
estremamente ricca e abbondante: 7 letture dell’Antico Testamento, 7
salmi responsoriali, 8 orazioni, l’espistola, il salmo 117, il Vangelo (quest’anno
secondo Luca). «Le letture della sacra Scrittura descrivono gli
avvenimenti culminanti della storia della salvezza che i fedeli devono
poter serenamente meditare nel loro animo attraverso il canto del salmo
responsoriale, il silenzio e l’orazione del celebrante. Pertanto tutte
le letture siano lette, dovunque sia possibile, in mdo da rispettare
completamente la natura della Veglia pasquale, che esige il tempo
dovuto» (PCFP 85). È opportuno l’uso dell’Evangeliario che in questa
notte non sarà portato nella processione d’ingresso, poiché in essa
l’attenzione è rivolta al cero, ma verrà preparato prima e disposto
sull’altare. La processione dall’altare all’ambone esprimerà meglio che
l’annuncio evangelico è il vertice della liturgia della Parola.
• Proponiamo
una monizione introduttiva alla Veglia, tratta dal sussidio Preparare
e celebrare il Triduo pasquale, (a cura di Daniele Piazzi)
Queriniana, Brescia 2003.
Monizione introduttiva «Stringiamoci attorno al fuoco e
disponiamoci alla preghiera con il silenzio e il raccoglimento. Tra
qualche istante inizierà la celebrazione della Veglia. Saranno posti
alla nostra attenzione quattro segni: la luce, la Parola di Dio, l’acqua
battesimale, il pane e il vino, memoriale della Pasqua. Dopo la
benedizione del fuoco e l’accensione del cero pasquale, simbolo di
Cristo risorto, luce del mondo, entreremo in processione in chiesa,
dietro al cero e al sacerdote che presiede la celebrazione. La candela
che ci è stata consegnata andrà accesa alla fiamma attinta unicamente
dal cero pasquale».
•
Poiché non tutto può essere
detto su queste pagine, per preparare la solenne Veglia pasquale (e
anche tutte le altre celebrazioni) suggeriamo agli animatori di
riferirsi sempre ai libri liturgici (il Messale, il Lezionario...).
Altri sussidi preziosi, citati in precedenza, sono: la Lettera Circolare
della Congregazione per il culto divino Preparazione e celebrazione
delle feste pasquali, il sussidio a cura di Daniele Piazzi,
Preparare e celebrare il Triduo pasquale.
PASQUA DI RISURREZIONE
Monizione al salmo responsoriale
Il salmo 117
faceva parte dell’Hallel nella cena pasquale dell’Antico
Testamento. Esso ricordava agli ebrei i giorni in cui Dio era
intervenuto per liberarli dall’Egitto, i giorni gloriosi nei quali la
destra del Signore aveva operato prodigi. La Chiesa prega questo salmo,
con particolare significato, nel giorno in cui celebra la vittoria di
Cristo sulla morte e la rinascita dell’umanità ad una vita nuova. Il
ritornello del salmo, cantato in questo giorno «primo ed ultimo,
giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo », risuona senza
interruzione per tutta l’ottava di Pasqua. Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso insieme agli antichi padri; accanto al
sepolcro vuoto invano veglia il custode: il Signore è veramente Risorto!
La vittoria cantata nel salmo 117 è quella del popolo di Dio che, nella
risurrezione di Gesù, è entrato in possesso della libertà e della
salvezza definitiva. La Pasqua è per eccellenza il «giorno del Signore»,
poiché in esso Dio ci ha dato la manifestazione suprema della sua
potenza risuscitando Cristo dai morti. Egli, pietra scartata dai
costruttori, ora è pietra angolare, in nessun altro c’è salvezza: questa
è l’opera mirabile compiuta davanti ai nostri occhi. Questo è il giorno
dei giorni, attorno al quale converge tutto l’anno liturgico e che ogni
domenica celebriamo come «giorno del Signore». L’assemblea liturgica
celebra il Signore che ha fatto meraviglie; nutrita dalla Parola e dal
Pane che ha in sé ogni dolcezza, si fa carico del mandato: «Andate e
portate a tutti la gioia del Signore Risorto». Con stupore e
meraviglia sempre nuova può affermare senza alcuna esitazione: «Sì,
ne siamo certi: Cristo è davvero risorto».
L’ADDOBBO FLOREALE DEL
CERO PASQUALE

La composizione è pensata per decorare e onorare, come si conviene,
il cero, specialmente nella veglia pasquale. Può anche essere eseguita
in qualsiasi momento del tempo pasquale o in circostanze che ne
rievocano o ne chiedono espressamente la presenza (battesimo, esequie,
altri sacramenti).
Occorrente: 12 tulipani gialli; 8 calle bianche; 5 lilium
gialli; 5 gigli bianchi; mazzetti di fresie profumate e colorate oppure
piretro bianco e giallo; 10 grandi foglie di felci; rametti di alberi da
frutto in fiore a primavera: mandorlo, pero o pesco; un rametto di
edera; qualche pietra decorativa; coppe molto basse e larghe; spugna o
altro materiale per reggere i fiori.
Preparazione: alla base del piedistallo che regge il cero,
disporre le coppe o i piatti con le spugne, delimitati dalle pietre, che
hanno solo funzione decorativa e di rifinitura della base. Sistemare i
vari fiori cercando di equilibrare le qualità e i colori. (Nel disegno,
i lilium gialli sono indicati più scuri rispetto ai gigli
bianchi). In questa composizione, i colori scelti sono il bianco e il
giallo, come richiamo alla gloria della risurrezione; evidentemente
possono scegliersi altri colori, ma sempre complementari.
Alla base, disporre i rametti di piretro bianco e gialli (oppure
sostituirli con alcune fresie). Nella coppa del cero (se esiste)
dissimulare una spugna per reggere un giglio bianco. L’edera,
che parte dal vaso attorniando il cero, sarà fissata con piccoli spilli
nei punti essenziali e meno visibili. Se il piedistallo del cero fosse
sprovvisto di coppa oppure non fosse possibile avere l’edera o i gigli
bianchi, il tutto potrà essere sostituito con rametti di albero da
frutto disposti in un vaso alto e trasparente, posto dietro la
composizione, in modo che visivamente il cero emerga dai rami fioriti.
E.V. |
|