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Il dono dello Spirito Santo

Pentecoste - anno C - 27 maggio 2007

Prima lettura: At 2,1-11 • Salmo responsoriale: Sal 103,1.24.29-30.31.34
Seconda lettura: Rm 8,8-17 • Vangelo: Gv 14,15-16.23b-26

«Vieni, Santo Spirito!»

La solennità di Pentecoste, con la quale si chiude il tempo pasquale, offre alla nostra riflessione materiale abbondante che ci consente di entrare nel miglior modo possibile nel significato di questa festa. Come avviene solo in alcuni casi molto speciali, la solennità è introdotta da una liturgia della vigilia, per la quale sono proposte molte letture, sulle quali purtroppo non possiamo sostare, nonostante si tratti di testi molto ricchi.
La liturgia odierna si apre con il racconto della Pentecoste, tratto dal libro degli Atti degli Apostoli. È la lettura prevista per tutti e tre i cicli liturgici (anno A, B e C) e se ne comprende bene la ragione, dal momento che è l’unico testo neotestamentario nel quale si trova una descrizione, per così dire, dell’evento della Pentecoste. In realtà, anche gli altri Vangeli parlano del dono dello Spirito, ma lo fanno in modo diverso. Ad esempio, Giovanni collega il dono dello Spirito con il Risorto che, la sera stessa di Pasqua dice agli apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). La visione del mistero pasquale che Giovanni ci comunica è per così dire, sintetica: tutto è concentrato nell’evento della croce, e nel giorno di Pasqua.
Il nostro calendario liturgico, che distingue l’evento della Pasqua dal suo compimento cinquanta giorni dopo, deriva dalla visione dell’evangelista Luca. Ancora una volta, però, dobbiamo resistere alla tentazione di immaginarci l’evento della Pentecoste riducendo questo fatto a un aneddoto, e seguire invece il percorso che l’evangelista delinea di fronte a noi.
Nella tradizione ebraica esisteva (ed esiste tuttora) la festa delle Settimane, o Pentecoste. Sette settimane dopo la Pasqua si celebra questa festa che anticamente era legata al ciclo della natura, e in seguito venne invece storicizzata. Nel contesto naturalistico di partenza, la festa delle Settimane era legata al raccolto del grano e dell’orzo, era dunque una festa della mietitura, diffusa in tutto il vicino oriente antico a partire dalla notte dei tempi. Israele, a un certo punto della sua storia, collega invece questa festa ad un evento particolare, l’alleanza del Sinai: «Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai» (Es 19,1). Viene così introdotto l’evento comunicativo che regge tutta la storia successiva, l’alleanza appunto.
La festa delle Settimane viene in tal modo collegata all’alleanza del Sinai, che aveva al suo centro il dono della legge, e correlativamente presentava il tema dell’obbedienza di Israele e l’obbligo di osservare tale istruzione. Più volte nel contesto di questi capitoli il popolo dice: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo! » (Es 24,3.7; cf Gs 24,16-24). Nonostante l’impegno solennemente assunto e ribadito, il popolo storicamente viene più volte accusato di essere stato infedele a tale legge, per cui i profeti, soprattutto Geremia ed Ezechiele, parleranno di un dono particolare che Dio, in un futuro non meglio precisato («In quei giorni») farà al popolo. È il tema della nuova alleanza che Geremia collegherà al dono di un cuore nuovo (cf Ger 31,31-34) ed Ezechiele invece allo Spirito (cf Ez 36,25-27).
La festa della Pentecoste ebraica nasce dunque in un contesto naturalistico, viene storicizzata facendo riferimento all’alleanza sinaitica e contiene un’apertura al futuro connessa con il dono dello Spirito. Su questo sfondo si inserisce il racconto della Pentecoste che leggiamo nel libro degli Atti, con l’intento di comunicare al lettore che conosce la Scrittura che il dono dello Spirito, promesso dai profeti, è ora realtà. Lo Spirito è collegato comunque all’alleanza, quindi all’osservanza della legge, che da ora in poi sarà un fatto interiore, non pura osservanza esteriore. Si comprende allora come mai nel racconto di Atti, abbondino i riferimenti alla sezione del libro dell’Esodo in cui si parla dell’alleanza sinaitica: il rombo, il vento gagliardo, le lingue di fuoco, ecc., rimandano al racconto dell’Esodo nel quale leggiamo: «Vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba … Il monte Sinai era tutto fumante» (Es 19,16.18).
Luca intende esplicitamente collegare la Pentecoste all’alleanza sinaitica e ai testi profetici in cui si parla della nuova alleanza, per annunciare il compimento di quella promessa che nell’Antico Testamento era espressa al futuro. La Pentecoste cristiana è la realizzazione del significato escatologico della festa ebraica, si radica in quel contesto dal quale prende senso e significato. Il credente riceve il dono dello Spirito che lo abilita a vivere l’alleanza in modo radicale, partendo da un principio interiore che lo abita, e questo dono è universale.
Nel racconto della Pentecoste vengono elencati un certo numero di popoli, quelli conosciuti nel mondo antico, per dire che l’accesso all’alleanza, cioè alla relazione con Dio, è ora una possibilità per tutti. Lo Spirito non è un dono riservato ad alcuni, a pochi eletti, ma è potenzialmente accessibile a tutti, a coloro che lo accettano e vivono di conseguenza.
L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, indica quali sono le conseguenze di una vita vissuta all’insegna dello Spirito. Egli fa riferimento ad un’alternativa: ci sono alcuni che vivono sotto il dominio della carne, altri dello Spirito. Non ci deve trarre in inganno il linguaggio apparentemente dualistico che usa Paolo, perché egli non fa riferimento a parti distinte all’interno della persona umana (il corpo e l’anima della nostra tradizionale antropologia), ma a due modi globali di essere.
Ci sono alcuni che hanno un’impostazione materialista, totalmente immanente dell’esistenza, altri invece che sono guidati da questa legge interiore che è lo Spirito. Non si tratta di persone eteree, poco portate a confrontarsi con la quotidianità dell’esistenza, ma piuttosto di persone che, grazie allo Spirito, sono in grado di offrire tutta la propria vita, nelle sue manifestazioni più quotidiane, a Dio, mettendosi al servizio dei fratelli.
Coloro che vivono in questo modo sono chiamati «figli di Dio», e, cosa ancora più straordinaria, chiamano Dio «Abbà», papà, il termine confidenziale che i bambini ebrei usavano in famiglia quando si rivolgevano al proprio padre, e, cosa ancora più straordinaria, Abbà è il termine con cui Gesù si rivolge a suo Padre (cf Mc 14,36). Lo Spirito ci abilita ad avere nei confronti di Dio la stessa confidenza manifestata da Gesù, un dato da riscoprire e da valorizzare nella nostra esperienza credente. Troppo spesso, infatti, ci rivolgiamo a Dio chiamandolo «Padre», ad esempio recitando il Padre Nostro, come fosse un dato scontato ed evidente, ma questa lettura di Paolo ci dovrebbe piuttosto aiutare a riscoprire un fatto che per i primi cristiani era importante evidenziare: possiamo rivolgerci a Dio in questo modo solo se lo Spirito ci abilita a farlo, ci muove interiormente verso tale riconoscimento. Possiamo invocare Dio come Padre, anzi, come Abbà, solo su mozione dello Spirito. Non si tratta di una formula di preghiera da recitare in modo automatico, ma di un dono per nulla dovuto né scontato. Secondo il Vangelo, questa possibilità è ancora legata allo Spirito che suscita in noi tale consapevolezza, se solo gli permettiamo di agire: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Lo Spirito è, in un certo senso, relativo al Padre e a Gesù. Egli non ha nulla di proprio da comunicare e da aggiungere, ma svolge la funzione importantissima di «ricordarci», cioè di farci entrare nel senso di quello che Gesù ha già rivelato. Abbiamo già ricevuto questo dono nel battesimo, ma ogni giorno ci occorre per poter vivere da credenti: chiediamolo al Padre, che sicuramente ce lo concederà in abbondanza!    Donatella Scaiola
  

Per celebrare... a partire dalla Parola

GESTI E ATTEGGIAMENTI

Sono passati cinquanta giorni dalla solennità della Pasqua e oggi, con tutta la Chiesa in festa, celebriamo il dono fatto da Gesù: lo Spirito Consolatore che procede dal Padre e che è stato effuso nei nostri cuori perché camminiamo secondo lo Spirito e compiamo le sue opere. Oggi l’assemblea liturgica radunata, come ogni domenica, per l’ascolto delle divine Scritture e per la condivisione del pane eucaristico, fa memoria del Signore risorto che dona lo Spirito Santo, nell’attesa della domenica senza tramonto, quando l’umanità intera entrerà nel riposo divino. Il colore rosso dei paramenti e dei fiori, la presenza di Maria, l’ascolto della Parola, il canto, la comunione al corpo e sangue di Cristo ci permettono di rivivere l’evento della Pentecoste. Siamo rinati dall’acqua e dallo Spirito, siamo stati segnati dalla santa unzione e siamo nutriti del corpo e sangue del Signore morto e risorto, siamo mossi dallo Spirito Santo che essenzialmente dona a noi la filiazione divina e dunque la libertà, la remissione dei peccati, la vita senza fine: egli infatti ci fa credere in Cristo e in Colui che lo ha mandato. In alcuni luoghi la Pentecoste è chiamata «Pasqua delle rose» forse perché è il tempo in cui fioriscono di più, ma anche per l’uso di spargere i petali sull’assemblea a significare le lingue di fuoco (cf Veglia, p 47).
Dove non si è fatta la Veglia e non c’è il conferimento della Cresima, suggeriamo di fare memoria di questo sacramento della nostra iniziazione cristiana. Dopo l’omelia il sacerdote invita i fedeli con queste parole:
Sac.: Carissimi fratelli e sorelle, nella notte santa di Pasqua abbiamo rinnovato le promesse battesimali. In questo giorno di Pentecoste, in cui celebriamo la pienezza dei doni pasquali di Gesù risorto, ricordiamo il sacramento della Confermazione invocando il dono dello Spirito Santo, affinché ci confermi nel nostro impegno cristiano. Breve pausa di silenzio
Sac.: Spirito increato, forza primordiale dell’universo, potenza santificatrice della Chiesa, ravviva in noi la forza del Battesimo e della Confermazione con l’energia del tuo amore.
Tutti: Vieni, Spirito Santo (oppure si canta un ritornello conosciuto).
Sac.: Spirito di vita, soffio di amore, energia scaturita dalla Croce, rinvigorisci nel cuore dei tuoi fedeli l’impegno a vivere come stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato.
Tutti: Vieni, Spirito Santo.
Sac.: Spirito del Padre e del Figlio, disceso su Maria, donato agli Apostoli, anima e feconda la Chiesa con il conforto dei tuoi santi doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore del Signore.
Tutti: Vieni, Spirito Santo.
Sac.: Nello stesso Spirito, ora invocato, professiamo la fede degli apostoli, e diciamo insieme: Credo in un solo Dio...
Oggi potrà essere illuminata, ornata e incensata la custodia degli oli santi dei catecumeni, degli infermi e del sacro crisma, per la cui unzione è donata la consacrazione e l’effusione dello Spirito Santo (cf Veglia, pp 48-50). Essi devono essere custoditi lodevolmente presso il battistero o in altro luogo importante dell’aula liturgica.
La pace è frutto dello Spirito donato dal Risorto la sera di Pasqua. Nella nostra celebrazione il Signore Gesù si fa presente e dona la pace senza misura. Ricolmi dunque di pace, diamola ai fratelli che ci sono accanto non con gesto svogliato, ma con grande accoglienza e amore, la pace che guarisce, consola, scaccia l’odio e le guerre dal mondo. Soprattutto chiediamo pace per Gerusalemme, città di pace, e per i suoi figli di ogni razza e religione.

LA PREGHIERA E IL CANTO

Monizione al salmo responsoriale
Il salmo di questa solenne liturgia inizia con l’invito alla benedizione: «Benedici il Signore, anima mia». La benedizione è una forma caratteristica di preghiera presente in tutta la Bibbia, in tutta la spiritualità ebraica e cristiana. È la preghiera che deve scaturire necessariamente dal cuore dell’uomo quando incontra i benefici di Dio. Egli ci benedice con la vita («se togli loro il respiro, muoiono...») con la salute, con i frutti della terra, con la tranquillità e la pace sociale. C’è tutta una serie di motivi, di benedizioni, di gioie che vengono dal dono del Signore e quando ne facciamo esperienza non possiamo tacere, dobbiamo rispondere a Dio benedicendolo per la grandezza delle sue opere. Al Signore è gradito il nostro canto in questa solennità di Pentecoste che apre il tempo della Chiesa, il tempo dello Spirito. Giunge a compimento il mistero pasquale: la Chiesa, sbocciata da Cristo, riceve il sigillo dello Spirito; con doni e carismi sublimi gli apostoli annunciano il Vangelo a partire da Gerusalemme e fino ai confini della terra.
Una duplice Pentecoste viene presentata dal Lezionario di questa grande solennità cristiana: quella lucana, dipinta nel celebre quadro degli Atti degli apostoli (cf prima lettura), e quella giovannea che coincide con la Pasqua (cf Vangelo). A Babele, città simbolo dell’orgoglio e dell’oppressione, le lingue si erano confuse separando tra loro gli uomini; a Gerusalemme, lo Spirito diventa fonte di armonia e unità tra gli uomini dalle mille lingue, culture e nazionalità. A Babele nessuno comprendeva più la lingua dell’altro, a Pentecoste ciascuno comprende nella propria lingua.
Molteplici sono ormai le lingue della Chiesa ma tutte professano la stessa verità, l’unica fede nel Signore Gesù. Ecco allora che l’assemblea liturgica inneggia con il ritornello: «Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra» ed è invitata a pregare: «Vieni, o Spirito consolatore, e versa l’olio e il vino sulle antiche ferite. O Spirito Paraclito, dono nuziale e fonte d’ogni bene profondo, dà concordia perenne e perfetta letizia alla Chiesa di Cristo».
Oggi è festa missionaria: gli apostoli, spalancate le porte del cenacolo, cominciano ad uscire e predicare la risurrezione e la conversione. Preghiamo allora perché la Chiesa sia coraggiosa e missionaria, non abbia paura dei potenti, raggiunga tutti gli uomini; preghiamo anche per i missionari martiri e per l’unità di tutte le Chiese cristiane.

L’ADDOBBO FLOREALE

Scheda tecnica
«Elevatosi al di sopra dei cieli, e assiso alla tua destra, secondo la sua promessa ha effuso sui figli di adozione lo Spirito Santo» (Prefazio dello Spirito Santo I).
Occorrente
Rose rosse (rosso porpora); fresie multicolori; gladioli rossi, arancio e gialli; qualche rametto di orchidea bianca; rametti verdi ornamentali.
Realizzazione
La piccola composizione posta sulla mensa avrà una linea discendente rivolta al bouquet sottostante, in linea ascendente. E.V.