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Il Pane vivo disceso dal cielo
Corpo e Sangue del Signore - anno
C - 10 giugno 2007
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Prima lettura: Gen
14,18-20 • Salmo
responsoriale: Sal
109,1-4
• Seconda lettura:
1 Cor 11,23-26 •
Vangelo:
Lc 9,11b-17

Il dono della
propria esistenza
L’Eucaristia è il centro
dell’esperienza credente, il punto più alto dell’iniziazione cristiana,
un mistero sublime che pure celebriamo quotidianamente.
La liturgia odierna delinea un percorso di avvicinamento a questo
mistero, partendo da lontano, dal principio, dal momento che la prima
lettura è tratta dal libro della Genesi. Ci viene proposto un breve
passo preso dal ciclo di Abramo, in particolare il frammento di un
racconto misterioso, nel quale compare un personaggio: Melchisedek. Di
questo personaggio si dice che «era sacerdote del Dio altissimo»,
ma non si sa qual è la sua origine, dal momento che «era senza padre
e senza madre». Per questo motivo la sua figura verrà ripresa nella
Lettera agli Ebrei e messa in relazione con il sacerdozio di Gesù
Cristo, il quale non poteva essere considerato sacerdote nel senso
tradizionale del termine dal momento che non discendeva dalla tribù di
Levi.
L’autore della Lettera agli Ebrei individua nella figura di Melchisedek
la possibilità di attribuire a Gesù di Nazaret una dimensione
sacerdotale, diversa da quella «ordinaria», ma ugualmente valida, anzi,
superiore ad essa.
Nel libro della Genesi ci si limita a descrivere questo incontro tra
Melchisedek e Abramo: il primo è colto nella tipica attitudine
sacerdotale che è quella dell’offerta e della benedizione. Il secondo è,
in qualche modo, subordinato a lui, essendo oggetto della benedizione,
destinatario di una promessa di vita che viene dal Dio altissimo, ma
passa attraverso la mediazione di un uomo. Viene rapidamente delineato
il senso della vocazione sacerdotale: essere tramite di un dono che
viene da Dio, a prescindere in un certo senso dalla propria virtù,
moralità, intelligenza, ecc.; l’unica condizione richiesta per vivere
tale vocazione è quella di essere uno strumento della benedizione che
viene da Dio, senza frapporre ostacoli di qualsiasi genere a questo
dono.
Anche l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, parla
dell’Eucaristia come di un dono ricevuto senza merito alcuno:
«Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho
trasmesso». Chi celebra l’Eucaristia si inserisce in una lunga
tradizione, che, risalendo nel tempo, arriva fino a Gesù, il quale
«nella notte in cui fu tradito», istituì l’Eucaristia. È molto
interessante, nonché imbarazzante, questo inciso: il Signore Gesù decide
di donare se stesso fino alla fine, proprio nella notte in cui viene
tradito dai suoi, da uno dei discepoli che egli aveva personalmente
scelto e amato, in quella notte nella quale tutti gli altri lo
abbandonarono e Pietro lo rinnegò.
L’Eucaristia è il segno della vita di Gesù data in modo incondizionato e
universale: data per tutti, anche per colui e a colui che l’ha tradito.
Non è dunque il premio dato ai buoni, ma il segno della dedizione
incondizionata del Signore Gesù, che, avendo vissuto una vita per (una
pro-esistenza), dà la vita per tutti, a prescindere dalla risposta
umana, dall’accoglienza del dono, dalla stessa comprensione della logica
ad esso soggiacente. L’Eucaristia non è solo il segno di tale donazione,
ma è in grado di produrre la realtà che significa, cioè ci comunica
interiormente la stessa vita di Gesù, ci dona la capacità di dare la
nostra vita come lui ha donato la sua. Quando riceviamo la comunione e
rispondiamo «Amen», diamo il nostro assenso a quello che
l’Eucaristia significa. Acconsentiamo a vivere come Gesù è vissuto, o,
per lo meno, desideriamo farlo, mangiando il suo corpo e bevendo il suo
sangue. Riceviamo da lui la forza di vivere secondo la sua stessa
logica. Per questo l’Eucaristia non è il premio per i buoni, ma è il
pane che nutre il cammino quotidiano, feriale, che lo sostiene nel
desiderio di dono che esprimiamo tramite il rito. In questo senso e per
questo motivo, non è il pane degli angeli, ma il cibo che ci fa vivere
«finché egli venga». L’Eucaristia non può essere vissuta solo
come rito, non esaurisce le sue valenze esclusivamente nella
celebrazione, ma, al contrario, rimanda alla vita ordinaria, ad ogni
singolo giorno della nostra esistenza.
Il Vangelo è molto istruttivo in questo senso. Luca descrive il
contesto nel quale avviene la moltiplicazione dei pani e dei pesci
facendo riferimento ad un bisogno. I Dodici si avvicinano a Gesù
dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne
dintorno per alloggiare e trovare cibo, poiché qui siamo in una zona
deserta». I discepoli comprendono il bisogno della gente, ma non
pensano nemmeno di poter attivare delle risorse personali per farvi
fronte. L’idea è che la vita, legata al cibo, deve essere in qualche
modo «comprata», non viene dal dono che ciascuno può fare di sé. La vita
è legata implicitamente, dai Dodici, ai bisogni materiali, e quindi,
facendo un discorso che appare molto sensato, essi dicono che non
possono fare niente per rispondere a questo bisogno, non avendo infatti
mezzi. Gesù propone di sostituire alla logica mercantile che regola
l’esistenza, un’altra logica, basata sul dono di sé, non sullo scambio
di beni, magari mediati dal denaro. Gesù dice infatti: «Date loro voi
stessi da mangiare».
Il discorso del Signore appare così «strano» che essi lo
fraintendono, evidenziando però solo la differenza che intercorre tra
due logiche di vita: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno
che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
Apparentemente il loro ragionamento è ineccepibile, però manifesta che
il buon senso umano, che valuta i bisogni, calcola le risorse e alla
fine confessa la propria impotenza solo perché «mancano i soldi», non
funziona.
Gesù propone di entrare in un discorso qualitativamente diverso, quello
del dono di sé, capace di nutrire il bisogno di vita, di senso, di
relazione di tante persone. Il pane moltiplicato in realtà viene
spezzato, cioè condiviso, e questo dono sazia il bisogno, anzi, risulta
sovrabbondante: «Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro
avanzate furono portate via dodici ceste».
Gesù spezza i pani e li «dava» ai discepoli, i quali li davano alla
gente. Il verbo usato per descrivere il gesto che fa Gesù è
all’imperfetto, e indica così un’azione che continua, non che avviene in
modo puntuale. Gesù continua a dare il pane, a spezzarlo per saziare la
fame degli uomini, ma sono i discepoli che lo distribuiscono. I
discepoli, di ieri e di oggi, non sono proprietari del dono, ma hanno
solo il compito di mediarlo per gli uomini. Non si può però scindere il
pane eucaristico dal pane di cui gli uomini hanno bisogno per vivere.
Ciascuno di noi è allora invitato a distribuire il pane donato da Gesù,
ma anche a condividere la vita con gli altri, a spezzare la propria
vita, mettendola a disposizione del variegato bisogno umano che assume
forme sempre nuove. Donatella Scaiola

Per celebrare
Nella celebrazione eucaristica va
recuperato il significato dei gesti.
In Palestina, una tradizione, esistente anche al tempo di Gesù, voleva
che il capo famiglia, in preparazione al pasto comune, prendesse il
pane, lo benedicesse e, dopo averlo spezzato, lo distribuisse ai
partecipanti: azioni che, in tali circostanze, venivano sempre
tassativamente rispettate. Loro finalità era significare la riconoscenza
verso Dio per il dono ricevuto, frutto della terra e del lavoro
dell’uomo e, nel contempo, l’unità dei commensali.
Anche Gesù, nell’ultima cena, istituendo l’Eucaristia, prese il pane,
lo benedisse, lo spezzò, lo distribuì ai discepoli,
partecipanti al convito. In base al comando del Signore: «Fate questo
in memoria di me» nella celebrazione eucaristica il sacerdote prende
il pane (presentazione dei doni), lo benedice (preghiera
eucaristica), lo spezza (frazione del pane) e lo distribuisce
(comunione).
All’interno delle nostre celebrazioni spezzare il pane (fractio panis)
riveste due significati estremamente importanti: simboleggia il corpo di
Cristo offerto per noi ed è segno dell’unità, perché mangiare lo stesso
pane vuol dire diventare e riconoscersi fratelli.
La Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, per favorire nei partecipanti
all’Eucaristia gli «stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù»,
ha invitato a recuperare questi gesti e ha suggerito alcuni mezzi per
farlo.
L’Ordinamento Generale del Messale Romano ai nn 72-73 ricorda: «Nella
preparazione dei doni, vengono portati all’altare pane e vino con acqua,
cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani. Nella
preghiera eucaristica si rende grazie a Dio per tutta l’opera della
salvezza, e le offerte diventano il corpo e il sangue di Cristo.
Mediante la frazione del pane e per mezzo della comunione i fedeli,
benché molti, si cibano del corpo del Signore dall’unico pane e ricevono
il suo sangue dall’unico calice, allo stesso modo con il quale gli
apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso». «All’inizio
della liturgia eucaristica si portano all’altare i doni, che
diventeranno il corpo e il sangue di Cristo. Prima di tutto si prepara
l’altare, o mensa del Signore, che è il centro di tutta la liturgia
eucaristica, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il Messale e
il calice. Poi si portano le offerte: è bene che i fedeli presentino il
pane e il vino; il sacerdote, o il diacono, li riceve in luogo opportuno
e adatto e li depone sull’altare. Quantunque i fedeli non portino più,
come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla liturgia,
tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo
valore e il suo significato spirituale. Si possono anche fare offerte in
denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati
dai fedeli o raccolti in chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto,
fuori della mensa eucaristica». Tutto questo suppone un’adeguata e
ripetuta catechesi ai fedeli, per far loro ben comprendere e condividere
il significato dei gesti.
Monizione al salmo responsoriale
Il salmo 109 fa parte dei salmi regali, legato alla dinastia
davidica, e probabilmente rimanda al rito di intronizzazione del
sovrano. Tuttavia la tradizione giudaica e cristiana ha visto nel re
consacrato il profilo del Consacrato per eccellenza, il Messia, il
Cristo. In questa luce il salmo diventa un canto luminoso innalzato
dalla liturgia cristiana al Signore Risorto, nel dies Domini,
memoria della Pasqua.
Sono due le parti del salmo, entrambe caratterizzate dalla presenza di
un oracolo divino. Il primo oracolo (cf vv 1-3) è indirizzato al sovrano
nel giorno del suo insediamento solenne «alla destra» di Dio, ossia
accanto all’arca dell’alleanza nel tempio di Gerusalemme. La memoria
della «generazione» divina del re faceva parte del protocollo ufficiale
della sua incoronazione e assumeva per Israele un valore simbolico di
investitura e di tutela, essendo il re il luogotenente di Dio nella
difesa della giustizia. Il secondo oracolo ha, invece, un contenuto
sacerdotale (cf v 4). Il re anticamente svolgeva anche funzioni
cultuali, non secondo la linea del sacerdozio levitico, ma secondo
un’altra connessione: quella del sacerdozio di Melchisedek. Nella
prospettiva cristiana il Messia diventa il modello di un sacerdozio
perfetto e supremo. Sarà la Lettera agli Ebrei, nella sua parte
centrale, a esaltare questo ministero sacerdotale «alla maniera di
Melchisedek» (5,10), vedendolo incarnato in pienezza nella persona
di Cristo. In questa liturgia del Corpo e Sangue del Signore possiamo
cogliere un nesso tra la Parola di Dio e quanto viene espresso nel
Canone Romano: «Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il
giusto, il sacrificio di Abramo nostro padre nella fede e l’oblazione
pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote, volgi sulla nostra
offerta il tuo sguardo sereno e benigno».
•
L’Eucaristia è il pane del cammino verso il
regno dei cieli! In questo giorno la celebrazione eucaristica viene
prolungata dalla processione con il santissimo Sacramento. Il
Direttorio su Pietà popolare e liturgia offre alcune indicazioni di
cui vogliamo tenere conto per compiere tale processione.
162.
La processione nella solennità del
Corpo e Sangue di Cristo è, per così dire, la «forma tipo» delle
processioni eucaristiche. Essa infatti prolunga la celebrazione
dell’Eucaristia: subito dopo la Messa, l’Ostia, che in essa è stata
consacrata, viene portata fuori dall’aula ecclesiale perché il popolo
cristiano «renda pubblica testimonianza di fede e di venerazione verso
il santissimo Sacramento».
I fedeli comprendono e amano i valori insiti nella processione del
Corpus Domini: essi si sentono «popolo di Dio» che cammina con il
suo Signore proclamando la fede in lui, divenuto veramente il «Dio-con-noi».
È necessario tuttavia che nelle processioni eucaristiche siano osservate
le norme che ne regolano lo svolgimento, in particolare quelle che ne
garantiscono la dignità e la riverenza dovuta al santissimo Sacramento;
ed è pure necessario che gli elementi tipici della pietà popolare, come
l’addobbo delle vie e delle finestre, l’omaggio dei fiori, gli altari
dove verrà collocato il Santissimo nelle soste del percorso, i canti e
le preghiere, «portino tutti a manifestare la loro fede in Cristo,
unicamente intenti alla lode del Signore», e alieni da forme di
competizione.
Le processioni eucaristiche si concludono ordinariamente con la
benedizione del santissimo Sacramento. Nel caso specifico della
processione del Corpus Domini, la benedizione costituisce la
conclusione solenne dell’intera celebrazione: al posto della consueta
benedizione sacerdotale viene impartita la benedizione con il santissimo
Sacramento.
È importante che i fedeli comprendano che la benedizione con il
santissimo Sacramento non è un forma di pietà eucaristica a sé stante,
ma è il momento conclusivo di un incontro cultuale sufficientemente
prolungato. Perciò la norma liturgica vieta «l’esposizione fatta
unicamente per impartire la benedizione».
•
Suggeriamo una monizione iniziale che può essere fatta, prima di partire
in processione, da colui che presiede.
Sac.: La processione che ci apprestiamo a vivere è il
prolungamento della celebrazione eucaristica e della sosta meditativa e
adorante dopo la comunione.
Ogni processione è il segno di un popolo che è pellegrino sulla faccia
della terra e cammina tenendo lo sguardo fisso sui beni eterni. È il
segno che aiuta a ricordare che Dio ha creato l’uomo per l’eternità e
che Cristo gli ha preparato un posto nel suo regno. La presenza
dell’Eucaristia significa che Cristo Gesù è con il suo popolo, cammina
con lui, è l’Emmanuele, Dio-connoi, lo difende e lo sostiene nell’attesa
dei beni futuri.
Chiediamo allo Spirito Santo di autarci a vivere questa processione con
l’atteggiamento di adorazione, di benedizione e di impetrazione.
Con un canto eucaristico conosciuto si avvia la processione
Guida: Adoriamo il corpo santo di Cristo presente nel segno
sacramentale del pane, l’Agnello di Dio, che per la nostra salvezza si è
offerto a noi.
Lettore: Dal Vangelo secondo Giovanni (6,48.50-51) In quel tempo
Gesù disse: «Io sono il pane della vita. Questo è il pane che discende
dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso
dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io
darò è la mia carne per la vita del mondo».
Pausa di silenzio
Guida: Acclamiamo insieme con il ritornello: Laudate omnes
gentes, laudate Dominum, laudate omnes gentes, laudate Dominum.
- Tu sei una cosa sola con il Padre; tu sei uscito dal Padre e sei
venuto nel mondo; tu ci ha fatto conoscere il Padre; tu sei la parola di
Dio fatta carne; tu sei la porta per entrare nella casa del Padre. Noi
ti adoriamo. Rit.
- Tu sei la via che conduce al Padre; tu sei il buon pastore, e
conosci le tue pecore; tu sei il buon pastore che dà la vita per le
pecore; tu sei venuto a portare il fuoco dello Spirito sulla terra; tu
sei venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. Noi ti adoriamo.
Rit.
- Tu sei la verità; tu sei la luce del mondo; tu sei la risurrezione
e la vita; tu sei il pane che dà la vita al mondo. Noi ti adoriamo.
Rit.
- Tu sei la vite vera e noi i tralci; tu sei in mezzo a noi fino
alla fine del mondo; tu sei nostro Re; tu hai ogni potere in cielo e
sulla terra; tu sei il Primo, l’Ultimo e il Vivente. Noi ti adoriamo.
Rit.
Canto di adorazione
Orazione
Sac.: Preghiamo! Signore Gesù, che nel sacramento del tuo corpo e
del tuo sangue ci fai pregustare la gioia della vita divina, concedici
di trascorrere tutti i giorni della nostra vita nella tua grazia e nel
tuo amore, per poterti contemplare in eterno nella gloria dei cieli. Tu
che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.
Quando la processione è giunta in chiesa, si depone l’ostensorio
sull’altare; il sacerdote incensa il santissimo Sacramento mentre si
esegue un canto adatto. Quindi ha luogo la benedizione eucaristica. Poi
il sacerdote ripone l’Eucaristia nel tabernacolo mentre l’assemblea
prega in silenzio (o ripete alcune acclamazioni). Si conclude con un
canto di ringraziamento o di lode conosciuto dalla comunità. E.V.
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