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Oggi è nato per noi il Salvatore
Natale del Signore - 25
dicembre 2007
•
Prima lettura: Is
52,7-10 • Salmo
responsoriale: Sal
97,1-6
• Seconda lettura:
Eb 1,1-6 •
Vangelo:
Gv 1,1-18

Greccio, rappresentazione della Natività, con Maria
che allatta il Bambino Gesù.
Affresco di scuola giottesca risalente al XIV secolo.
Dio parla a noi oggi
per mezzo del Figlio
Le sentinelle gridano dall’alto
delle mura la loro gioia incontenibile «poiché vedono con i loro
occhi il ritorno del Signore in Sion» (Is 52,8). Vogliono
contaminare con la loro gioia la città e il mondo intero «perché il
Signore ha consolato il suo popolo… davanti a tutti i popoli» (Is
52,9) e sono convinti che da qui in poi ormai: «fino ai confini della
terra si vedrà la salvezza del nostro Dio» (Is 52,10). La luce,
esplosa nella notte, percorre con serenità la terra e gradualmente si
estende fino a coprire l’universo intero. Lo canta, quasi invitando alla
danza, il ritornello del salmo interlezionale: «Tutta la terra ha
veduto la salvezza del Signore».
Ma che cosa è accaduto? Lo spiega diffusamente il brano della lettera
agli Ebrei: «Dio che aveva parlato nei tempi antichi molte volte e in
diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ha parlato ultimamente a
noi in questi giorni (ma potremmo tranquillamente dire: oggi, in
questo nostro giorno) per mezzo del Figlio » (Eb 1,1-2). Veniamo
così a sapere, con maggiore precisione, quale sia l’identità ultima del
bambino che, nella santa notte appena trascorsa, è stato partorito a
Betlemme da Maria Vergine. La lettera agli Ebrei si fa ancora più
precisa quando, spiegando ulteriormente di quale identità si tratti,
aggiunge: «A quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio;
oggi ti ho generato? E ancora: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me
figlio? E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo
adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,5-6). Lo sguardo di fede
portato sul bambino di Betlemme non si limita dunque a constatarne la
sua umanità, assunta dalla madre Maria, ma già confessa apertamente la
sua divinità, condivisa da sempre con Dio che lo mostra chiaramente come
Figlio. Questo Figlio, riconosciuto «irradiazione della gloria di Dio
e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3b), viene già visto però dalla
fede della Chiesa, di cui è espressione il testo della nostra lettera,
come colui che «ha compiuto la purificazione dei peccati e si è
assiso alla destra di Dio» (Eb 1,3c) con il conseguente invito
implicito, ma chiarissimo, a comporre in unità indissolubile il mistero
del Natale, inizio della redenzione, con il mistero della Pasqua, suo
perfetto compimento. Infatti, è impossibile toccare la soglia del
mistero dell’Incarnazione senza intravedere in esso già il mistero della
sua morte e della sua risurrezione.
L’uomo al centro di un paradiso di delizie
Il prologo del Vangelo di Giovanni, penetra
ancora più a fondo, con il suo sguardo di fede, nell’identità del figlio
di Maria collegandolo in modo assai suggestivo alla prima pagina dei
libri ispirati, a proposito della quale rivela che, quando «In
principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1) egli «era»
(cf Gv 1,1). Come mai «era»? Risponde Giovanni, perché «In
principio era il Verbo (Verbum in latino, che traduce il
termine Logos del greco e che in italiano si tende a tradurre con
Parola)… Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui
niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,1.3). Veniamo
così a sapere che il figlio di Maria è di fatto la stessa Parola che ha
creato il cielo e la terra. La Parola che ha creato il mondo non si è
limitata soltanto a questo, ma ha continuato a seguire con estrema
attenzione il suo mondo creato, sapendo benissimo che senza di essa il
mondo non avrebbe avuto nessuna possibilità di sussistere e tanto meno
avrebbero potuto sopravvivere gli uomini che gli stavano
tanto a cuore e che aveva posto nel creato, come al centro di un
giardino di delizie. Racconta, infatti, il libro della Genesi: «Il
Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue
narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il
Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo
che aveva plasmato» (Gen 2,7-8). L’evangelista può così ricordare
che «in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv
1,4), ma non può tacere la tragedia che si consumò in quel giardino di
delizie con conseguenze nefaste per l’intero mondo creato, anche se lo
fa in modo molto sintetico, e diremmo quasi laconico, constatando
amaramente che: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non
l’hanno accolta » (Gv 1,5). Dalla constatazione di questa enorme
tragedia tutto ha avuto bisogno di ripartire di nuovo. E Dio non si è
tirato indietro. Troppo grande era stato l’amore con cui aveva dato
origine all’uomo e troppo grande era l’amore e la compassione che ancora
provava per la sua creatura da non poterla lasciare abbandonata a se
stessa, lungo una strada che si sarebbe conclusa inevitabilmente con la
morte. Perciò agì in tutti i modi, così come aveva capito l’autore della
lettera agli Ebrei, appena citata, perché ci fosse la possibilità di un
ritorno (in ebraico teshuwà) e l’uomo potesse godere di nuovo
della pienezza della vita originaria, irrorando di vita nuova anche il
creato.
Diventare figli di Dio
Dopo aver inviato una serie di testimoni di
questa sua predilezione per l’uomo, ultimo fra i quali Giovanni
Battista, che «venne come testimone per rendere testimonianza alla
luce» (Gv 1,7), alla fine egli stesso «venne fra la sua gente»
(Gv 1,11) rischiando di non essere capito, di non essere accolto, di
essere rifiutato, di essere tradito. Avrebbe comunque concesso a quei
pochi che lo avessero ricevuto di diventare primizia, in attesa che
capissero gli altri, tutti gli altri. Infatti, non smise di nutrire
l’intima speranza che anche gli altri sarebbero arrivati a maturazione e
i primi credenti sarebbero stati come i frutti d’estate che sono
anticipo sicuro della raccolta abbondante attesa per la stagione
d’autunno. Scrive l’evangelista Giovanni: «Venne fra la sua gente, ma
i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato
potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11-12). È la grande bella
notizia del nostro Natale perenne. Celebriamo la nascita del figlio di
Maria, ma nel bambino che essa stringe fra le sue braccia intravediamo
già qualcosa che ci esalta e ci stupisce enormemente. Sappiamo infatti
che, se lo accogliamo per quello che veramente è, riceviamo in dono la
sua stessa natura al punto da poterci chiamare ed essere veri «figli di
Dio» (cf 1 Gv 3,1). La ragione ultima della nostra celebrazione del
Natale è dunque questo far memoria della nascita del Figlio di Dio nel
figlio di Maria, ma anche della sua morte e della sua risurrezione che
rende tutti noi contemporanei, destinatari e partecipi ad un tempo del «Verbo
(che) si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv
1,14a) così che «noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito
del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14b). In realtà, tutto
ciò che sperimentiamo con allegrezza in questo giorno, in cui si
realizzano le parole di Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha
rivelato» (Gv 1,18), è già inizio della nostra piena partecipazione
alla natura divina (cf 2 Pt 1,4) che attendiamo tutti pieni di speranza.
Innocenzo Gargano

Per celebrare
ANTIFONA D’INGRESSO
(Is 9,6) È nato per noi un Bambino,
un Figlio ci è stato donato: egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome.
Il periodo epifanico caratterizzato dall’attesa
del Signore che viene in mezzo ai suoi discepoli per rivelare il Padre,
raggiunge l’apice nel Natale. In questo tempo, infatti, la Chiesa
celebra il Risorto nel mistero del suo amore sponsale che congiunge il
cielo alla terra, gli uomini a Dio, i redenti al loro Salvatore. Cristo
Dio viene come umile annunciatore, nasce nella carne ma conserva ogni
prerogativa regale divina. Sulle sue spalle di Bambino nato sta la
sovranità, egli è il Re atteso dalle nazioni, il messaggero del Padre.
Per divina essenza e per umana missione il Bambino partecipa al
consiglio eterno, con il Padre e lo Spirito Santo. Egli è anche il Dio
forte invocato da tutte le liturgie d’Oriente e d’Occidente, è il Dio
onnipotente, è il Principe della pace, autore della pace divina sulla
terra. Nell’umile condizione della carne assunta, il Figlio eterno della
gloria del Padre si fa volontariamente angelo, messaggero e annunciatore
di quel consiglio grande da portare a tutti gli uomini e da realizzare
per essi. Infatti, il culmine di tale consiglio è la croce e la
risurrezione.
Così san Leone Magno esprime il mistero di questo giorno: «Il nostro
Salvatore oggi è nato: rallegriamoci. Non c’è posto per la tristezza nel
giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge il timore della
morte e ci mette dentro la gioia e la speranza dell’eternità. Nessuno è
escluso dal partecipare a questa allegrezza. Esulti il giusto, perché
sta per giungere alla vittoria. Si rallegri il peccatore perché gli
viene offerto il perdono. Riprenda coraggio il pagano, perché viene
chiamato alla vita». La gioia natalizia coinvolge cielo e terra: il
canto degli angeli, la lode dei pastori, il Magnificat di Maria e
l’allegrezza della Chiesa che non può non esultare dinanzi alla gioiosa
notizia, all’Evangelo della nascita del Salvatore. Occorre solo avere
occhi per vedere, orecchi per ascoltare, piedi per muoversi, e andare
incontro a colui che viene. Docili alla divina rivelazione e
all’insegnamento della Chiesa, possiamo entrare in sintonia con la
Parola di Dio, anzi con colui che è la Parola fatta storia.
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La Messa di mezzanotte è diventata la celebrazione più
importante del Natale. In molte comunità questa Messa è preceduta da un
tempo di preparazione con musiche, canti, sacre rappresentazioni. Il
Messale Romano propone la solenne celebrazione dell’Ufficio delle
letture, ma se tale proposta appare troppo impegnativa per una
determinata assemblea si può adottare uno schema di veglia con le
profezie che annunciano la venuta del Messia (vedi i numeri di «La
Vita in Cristo e nella Chiesa» degli anni precedenti). Da qualche
tempo nella basilica vaticana la Messa della notte inizia con il canto
della Kalenda, cioè con l’antico testo del Martirologio Romano
che annuncia la nascita di Cristo. Segue il Gloria, che
almeno in questa notte santa non dovrebbe essere recitato ma cantato. Il
testo della Kalenda potrebbe essere proclamato da un lettore
preparato, accompagnato da un leggero sottofondo d’organo.
«Trascorsi molti secoli da quando Dio aveva creato il mondo e aveva
fatto l’uomo a sua immagine, e molti secoli da quando era cessato il
diluvio e l’Altissimo aveva fatto risplendere l’arcobaleno, segno di
alleanza e di pace; ventun secoli dopo la nascita di Abramo, nostro
padre; tredici secoli dopo l’uscita di Israele dall’Egitto sotto la
guida di Mosé; circa mille anni dopo l’unzione di Davide quale re
d’Israele; nella settantacinquesima settimana della profezia di Daniele;
all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno 752 dalla
fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare
Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, nella sesta
età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre,
volendo santificare il mondo con la sua venuta, essendo stato concepito
per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di
Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo. È il Natale di nostro Signore
Gesù Cristo secondo la natura umana».
Al termine della celebrazione, o nella Messa del giorno, può avere
luogo un momento di venerazione dell’immagine del Bambino Gesù deposto
nel presepe, o con un bacio o con un altro gesto adatto alla sensibilità
della comunità.
PREGHIERA DELLA
FAMIGLIA ATTORNO ALLA MENSA
«Padre, oggi nel Bimbo che contempliamo nel
presepe, tu ci hai dato la più bella notizia che ci riempie di gioia, ci
hai consolato da tutte le nostre sofferenze, hai dato un senso a tutte
le nostre fatiche, hai riacceso la nostra speranza. Grazie, Signore».
E.V.
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