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La fuga in Egitto

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - anno A - 30 dicembre 2007

Prima lettura: Sir 3,2-6.12-14 • Salmo responsoriale: Sal 127,1-5
Seconda lettura: Col 3,12-21 • Vangelo: Mt 2,13-15.19-23


La Fuga in Egitto, miniatura. Codice 38 della biblioteca marciana di Venezia, secolo XIII.

La sapienza di Israele

La Chiesa ci invita oggi a fermare la nostra attenzione su una realtà umana fra le più comuni: il nucleo familiare composto di padre, madre, figlio, che può rispecchiarsi in Gesù, Giuseppe e Maria, considerati archetipo, o piuttosto modello, di ogni altra famiglia umana sulla terra. Nonostante la complessità di un simile confronto (che oltretutto gli storici non sarebbero tutti d’accordo nel vederlo realizzato proprio in questi termini nella famiglia di Nazaret), la Chiesa ci invita comunque a partire da quella determinata famiglia per individuare e proporre alcuni valori, assolutamente irrinunciabili, che dovrebbero essere vissuti nei rapporti familiari di tutti i tempi. Per far questo essa attinge a piene mani nella grande sapienza di Israele e individua un testo deuterocanonico, cioè appartenente alla grande eredità ebraica. Si tratta del libro del Siracide, composto appena qualche generazione prima di Gesù (circa 130 a.C.) e considerato ispirato soltanto dalla tradizione della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Da esso sono estratte delle indicazioni pratiche di estrema importanza nei rapporti interni alla famiglia umana e, ovviamente ad una famiglia credente. Ogni indicazione è ricondotta alla volontà di Dio: «Il Signore vuole…» scandisce il nostro testo (Sir 3,2), oppure: «Chi obbedisce al Signore…» (Sir 3,6b). L’intento di far risalire ogni richiamo ad avere buoni rapporti con i propri genitori alla legge stessa del Signore, che fin dai tempi di Mosé aveva stabilito: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12a), è fuori discussione, così come lo sono una serie di conseguenze pratiche augurali, collegate al giusto rapporto che s’intende proporre e stabilire tra figli e genitori. Infatti, come la legge di Mosé aveva collegato all’onore dovuto ai genitori la possibilità che «si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio» (Es 20,12b), così le indicazioni del Siracide promettono accumulazione di tesori, gioia dai propri figli, lunga vita, ricompensa sicura e sconto dei peccati (cf Sir 3,3-14).

La guida dell’apostolo

Nella stessa linea sapienziale si pone anche la pagina del discepolo di Paolo, o di Paolo stesso, presa dal cosiddetto codice familiare della lettera ai Colossesi e proposta a integrazione del testo della tradizione ebraica. Il brano più direttamente attinente al tema dei rapporti familiari è quello finale della pagina, in cui l’autore, rivolgendosi direttamente agli interessati, li esorta a comportarsi sì come viene già suggerito dalla tradizione mediterranea, ma premurandosi di aggiungere una motivazione qualitativamente diversa. Non si tratta, infatti, di comportarsi in un certo modo per ottenere ricompense di ordine umano e mondano, ma di farlo «come si conviene nel Signore» (Col 3,18), oppure perché «ciò è gradito al Signore» (Col 3,20). Il Signore, del quale parla l’autore della lettera, è decisamente il Signore Gesù, a proposito del quale un istante prima aveva detto: «E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre » (Col 3,17). L’integrazione comporta dunque un cambiamento di prospettiva altamente significativo. Il centro, infatti, del buon comportamento all’interno dei rapporti familiari non è costituito più dal «bene-essere» dell’uomo o della famiglia, ma dal proprio «essere nel Signore » o, meglio ancora, «nel nome del Signore Gesù». Poco prima l’apostolo, o il discepolo diretto dell’apostolo, si era augurato: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente» (Col 3,16). Ma adesso è ancora più incisivo, dal momento che si aspetta che il credente, cioè colui che ha accettato di lasciarsi immergere «nel nome», possa dire con tutta verità che la sua vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3) così da poter ripetere anche lui, secondo verità, come l’apostolo: «vivo io, non più io, vive in me Cristo» (Gal 2,20). Le relazioni intra-familiari, nate dalla novità portata dal Signore Gesù nella propria vita, relativizzano fortemente tutte le motivazioni fondate sopra carne e sangue e fioriscono sul rapporto stabilito con quell’unico Figlio che, in lui e per lui, ci ha resi tutti insieme figli di quell’unico Padre «dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15). Dovremmo dire, a questo punto, che il testo più appropriato per fondare le relazioni familiari all’interno di una famiglia di battezzati potrebbe essere rintracciato in quei bellissimi versi del capitolo 8 della lettera ai Romani in cui Paolo canta: «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria » (Rm 8,14-17).

Esemplarità della famiglia di Nazaret

Una simile rilettura dei rapporti familiari ci permette di ricondurre, all’interno della semplice tradizione dell’haggadàh ebraica (metodo esegetico che consiste nel proporre buoni esempi da imitare nella propria vita), la pagina del Vangelo di Matteo che viene proposta. La premurosa attenzione di Giuseppe, che permette a Gesù e a sua madre di sfuggire alla violenza del tiranno, è di un’esemplarità straordinaria. E lo è soprattutto perché caratterizzato da un’obbedienza pronta e totalmente distaccata dai propri interessi, pur di garantire la vita di coloro che gli sono stati affidati. È l’obbedienza tipica di un profeta. Infatti, quando «l’angelo del Signore» appare in sogno e parla (cf Mt 2,13.19.22), non esita neppure un istante a mettersi immediatamente in movimento, perché la parola del Signore sia eseguita: «Destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto» (Mt 2,14); e di nuovo: «Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele» (Mt 2,21). Una famiglia di credenti che voglia davvero prendere a modello di ogni aspetto dei propri rapporti intra- familiari Giuseppe, ha dunque davanti a sé una strada unica e sicura: non comportarsi più seguendo carne e sangue, o aspettandosi premi, rimproveri o cose simili, come se possedesse ancora «uno spirito da schiavi». È arrivato il momento, ed è questo, in cui occorre lasciarsi guidare da quello Spirito che «attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio», come abbiamo appena riconosciuto celebrando il santo Natale del Signore, seguendo in tutto la Parola del Signore, che grida in ciascuno di noi, dal profondo, con l’intensità dello Spirito che è proprio di un Figlio: Abbà, Padre. Innocenzo Gargano  

Per celebrare

ANTIFONA D’INGRESSO

(Lc 2,16) I pastori si avviarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe,
e il Bambino deposto nella mangiatoia.

I pastori, annunciati dall’angelo, corrono e trovano Maria e Giuseppe e il Bambino giacente nella mangiatoia, anticipo simbolico della deposizione nel sepolcro. La celebrazione liturgica della Santa Famiglia si inserisce profondamente nel mistero del Natale. La nascita di Gesù, compresa alla luce della fede pasquale, manifesta in modo singolare il disegno del Padre che chiama gli uomini a formare una sola famiglia: quella dei suoi figli che vivono nella piena partecipazione al suo amore e nella fraterna comunione tra di loro, secondo la grazia dell’alleanza.
Il mistero di Gesù si svela per opera di Giuseppe e per la presenza di Maria, all’interno cioè di un contesto familiare caratterizzato dall’ascolto della Parola del Signore e dall’opera dello Spirito. L’ascolto della Parola guida la Santa Famiglia di Nazaret a superare le prove, la sofferenza e la stessa persecuzione, ad essere il luogo dove il cuore si apre ad accogliere il disegno di Dio, l’ambito dove la vita di Gesù muove i primi passi nella luce della Scrittura e nella fedeltà al Padre. La famiglia cristiana è lo spazio vitale per eccellenza dove si manifesta il disegno di Dio nelle dimensioni profonde della comunione e dell’amore, nella sublime vocazione ad essere santuario del Risorto che, con l’energia dello Spirito, libera i credenti dalle tenebre delle loro paure e dalle catene dei loro egoismi per renderli partecipi della sua gioia e della sua pace. L’ascolto della Parola, in questo contesto, appare fondamentale perché le famiglie dei battezzati diventino ogni giorno ciò che sono chiamate ad essere: luogo in cui il Verbo pone la sua dimora e lo Spirito compie la sua opera.
Il Lezionario odierno (con letture diverse secondo il ciclo triennale), sollecita ad una considerazione della festa più alla luce della Parola di Dio che non delle problematiche contingenti riguardanti la famiglia. In altre parole, non si tratta tanto di fare prediche alle famiglie ma di far prendere coscienza che il Verbo, facendosi carne, ha fatto della famiglia un luogo privilegiato della sua presenza e della sua azione. Per questo si dice che la famiglia è «Chiesa domestica». Con questa consapevolezza genitori e figli sono chiamati ad instaurare i loro rapporti all’insegna della comunione, per manifestarsi a vicenda la presenza del Salvatore. In particolare i genitori sono chiamati a prendere consapevolezza e a mettere in atto la loro missione sacerdotale, solennemente ricevuta con il rito sacramentale del matrimonio, per essere i primi testimoni del Vangelo presso i loro figli.
La mobilità che caratterizza ormai anche le vacanze natalizie non permette certo di radunare in questa domenica un consistente numero di famiglie al completo. Tuttavia, resta significativo caratterizzare questa domenica perché la Messa non si riduca ad un’ulteriore e semplice assemblea eucaristica in tono minore, nel contesto di un periodo in cui il susseguirsi incalzante di feste cosiddette di «precetto » non favorisce un sereno ritmo né spirituale, né pastorale. Con tutto ciò, potrebbe essere opportuno usufruire del rito previsto dal Benedizionale per la benedizione delle famiglie (cf nn 431-433). Queste preghiere di benedizione non devono essere recitate comunitariamente, ma pronunciate da colui che presiede la celebrazione dell’Eucaristia. L’assemblea interviene con l’amen finale. Oggi si potrebbe riservare un posto speciale alle famiglie, i cui figli partecipano all’itinerario catechistico per l’iniziazione cristiana, in quanto stanno vivendo un particolare momento della loro missione profetica, sacerdotale e regale.

PREGHIERA DELLA FAMIGLIA ATTORNO ALLA MENSA

«Signore, benedici la nostra casa perché sia un luogo di amore e di accoglienza. Guarda alla nostra famiglia perché in essa regni la pace. Veglia su ognuno di noi perché cammini sempre nella verità e nella carità. Accogli il nostro lavoro perché ci procuri il pane quotidiano e sia un servizio ai fratelli. Benedici tutti noi perché arriviamo nel tuo regno. Amen». E.V.