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Mensile di formazione liturgica e Informazione

 
Benedetta fra tutte le donne

Maria Santissima Madre di Dio
1° gennaio 2008

 

Prima lettura: Nm 6,22-27 • Salmo responsoriale: Sal 66,2-3.5-8
Seconda lettura: Gal 4,4-7 • Vangelo: Lc 2,16-21

 


La nascita di Gesù. Miniatura dal codice 38 membranaceo
del XIII secolo. Biblioteca Marciana (Venezia).

 

«Salve, Madre santa: tu hai dato alla luce il Re
che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno».

Questo «introitus», per grande eccezione nella proposta della liturgia romana, non è un testo biblico. Esso però sintetizza, da solo, ciò che di più alto si potrebbe mai dire di Maria. La Chiesa ha cantato per la prima volta questo straordinario privilegio di Maria nella solenne conclusione del terzo Concilio Ecumenico celebrato ad Efeso, una città dell’Asia Minore (attuale Turchia) nel 431, utilizzando un vocabolo greco «theotòkos» (letteralmente «genitrice di Dio»). Da allora in poi il culto verso la Madre di Dio si è riversato come un torrente in piena in tutte le direzioni del mondo, man mano che i popoli accoglievano il messaggio cristiano. L’annunzio di «Gesù Cristo Signore e Figlio di Dio» non poté più essere separato dall’annunzio della «maternità divina di Maria di Nazaret». Le conseguenze di questo legame indissolubile tra il Figlio e la Madre furono tali che alcuni Padri cristiani medievali arrivarono a concludere che, stante questa straordinaria dignità di Maria, di essa non si potesse dire mai abbastanza: «De Maria nunquam satis». In realtà tutti i doni con i quali il Signore ha gratificato la «piena di grazia» (gratia plena) si riassumono nella sua maternità divina.

Nato da donna
Le letture bibliche di questa solennità dimostrano che Maria è colei sulla quale l’augurio fatto agli israeliti diviene misteriosa realtà colma di benedizioni, secondo le parole sacerdotali: «Il Signore faccia brillare il suo volto sopra di te… ti protegga… ti sia propizio… ti dia pace… ti benedica» (cf Nm 6,23-27), perché «quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge… perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Da qui il canto di acclamazione al Vangelo che, riproponendo l’inizio stesso della lettera agli Ebrei, declama: «Molte volte e in diversi modi Dio ha parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti; oggi, invece parla a noi per mezzo del figlio» (cf Eb 1,2). La maternità divina della donna, richiamata dalla riflessione di san Paolo, ci rivela in realtà un mistero assolutamente straordinario. La strada scelta dal Signore per introdurre tutti noi nella dignità di figli adottivi di Dio è stata proprio quella di Maria. È questa una delle ragioni per le quali molto presto i discepoli di Gesù di Nazaret hanno iniziato a percepire la misteriosa relazione filiale che li unisce a Maria. Accanto all’affermazione molto antica di san Paolo, si può porre la duplice consegna reciproca di Maria al discepolo e del discepolo a Maria, compiuta dallo stesso Gesù crocifisso, nel Vangelo di Giovanni: «Gesù allora - scrive l’evangelista - vedendo la madre e lì, accanto a lei, il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”» (Gv 19,26-27).

Il bambino deposto nella mangiatoia
Luca, nel brano evangelico, narra che «la gloria di Dio avvolse di luce» un gruppo di pastori che guardavano il loro gregge nelle vicinanze di Betlemme. L’angelo annunziò loro con «grande gioia»: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (cf Lc 2,9-11). I pastori «andarono senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro» (Lc 2,16-17). Che cosa era stato detto loro? Che quel bambino, trovato insieme con Maria e Giuseppe, era il «Salvatore che è Cristo Signore». Si tratta di un anticipo profetico della confessione di fede della Chiesa, ma anche una proclamazione che non poteva non destare stupore. Infatti, l’evangelista constata che «tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,18). Tale stupore da allora si è diffuso progressivamente nel tempo e nello spazio fino a contaminare tutti noi. Di che cosa si stupivano? Certamente si stupivano per le parole affermative dei pastori o, per meglio dire, della carica evangelizzatrice che esse contenevano, dal momento che sintetizzavano in modo sublime ciò che più tardi avrebbe costituito il kerigma, cioè la sintesi stessa della fede della Chiesa. Ma si stupivano anche nel constatare che il bambino «giaceva nella mangiatoia » (Lc 2,16), al punto che potevano abbracciare con un unico sguardo Maria, Giuseppe e la mangiatoia nella quale giaceva il bambino. Se accettiamo di fermarci anche noi per un attimo in questa delicatissima contemplazione, lasciandoci orientare e nutrire il cuore da ogni singolo elemento, notiamo alcuni particolari: nella presenza di Maria, la Madre del «Salvatore che è Cristo Signore»; in Giuseppe, suo sposo, il mistero delle nozze che Dio ha ineffabilmente consumato con l’umanità (l’admirabile commercium della letteratura patristica e della liturgia); nel «bambino avvolto in fasce» (Lc 2,12) che giace nella mangiatoia, l’annunzio del corpo di Gesù adagiato nel sepolcro, ma già con i segni della sua risurrezione. Possiamo così vedere anche noi, racchiuso come in un solo raggio di luce, l’intero mistero della nostra redenzione. Scopriamo, inoltre, che nella maternità di Maria si nasconde il messaggio preziosissimo della nostra figliolanza adottiva, della quale ci ha parlato già san Paolo e che nel bambino deposto nella mangiatoia di Betlemme, la città del pane, c’è un pane fragrante già pronto e a disposizione di tutti, che sarà presto spezzato per la vita del mondo. Il contesto liturgico, in cui le letture vengono proposte, completa la nostra contemplazione dandoci la possibilità di raccordare la duplice discesa della Parola nella lectio biblica e nella fractio panis della nostra Eucaristia, celebrata «per noi uomini e per la nostra salvezza». Innocenzo Gargano  

Per celebrare

ANTIFONA DINGRESSO

Salve, Madre santa:
tu hai dato alla luce il Re
che governa il cielo e la terra
per i secoli in eterno.

(Sedulio)

Oggi su di noi splenderà la luce,
perché è nato per noi il Signore;
Dio onnipotente sarà il suo nome,
Principe della pace, Padre dell’eternità:
il suo regno non avrà fine.

(cf Is 9,2.6; Lc 1,33)

Il testo della prima antifona di questo giorno solenne è un saluto alla santa genitrice che partorì il Re universale. I titoli poetici attribuiti a Maria convergono verso l’unico vero titolo biblico e teologico di «Madre di Dio», la Theotòkos.
Oggi dunque la Vergine è proclamata dalla liturgia Madre di Dio, in quanto ha dato carne al Figlio unigenito.
Così canta la liturgia ortodossa:
«Colui che prima della stella del mattino è stato generato dal Padre senza madre, ha in questo giorno sulla terra preso carne in te, senza padre; per questo una stella lo annuncia ai magi, mentre gli angeli cantano con i pastori il tuo parto immacolato». A questo canto l’assemblea liturgica associa la sua voce, stupita da un mistero così grande che porta a pienezza il progetto creazionale di Dio.
La solennità odierna, anche a livello dei testi biblici, include altre due ricorrenze: l’inizio del nuovo anno civile e l’invito a celebrare la pace, attraverso la Giornata Mondiale istituita da Paolo VI nel 1967 e destinata a durare nel tempo. Questa festa, dunque, celebra la parte avuta da Maria nel mistero della salvezza, rinnova l’adorazione al neonato
«Principe della pace» e implora da Dio, attraverso la mediazione di Maria, il dono della pace per tutta l’umanità. Questi motivi risuonano nelle due antifone d’ingresso della celebrazione e gli stessi testi biblici proposti riprendono tali tematiche.
La solennità di Maria Madre di Dio, mentre ci ricorda le altezze di gloria a cui la creatura umana è chiamata, ci esorta a sentirci teneramente figli di lei e a riscoprire in quel santo grembo le ragioni ultime del nostro impegno di costruttori di pace.
Il tema della 41ª Giornata Mondiale della Pace scelto da Benedetto XVI è «Famiglia umana: comunità di pace». Gesù è la nostra vera pace, la pace delle nostre famiglie e comunità, la pace del mondo intero. Chi lo rifiuta non può costruire la pace.
La Chiesa è chiamata ad unirsi nella preghiera per la pace in questo primo giorno dell’anno civile. Il messaggio del Papa potrebbe essere distribuito a tutti perché sia letto in famiglia.
Nella liturgia eucaristica che celebra Cristo Gesù Signore nostro, nato da Maria, la preghiera per la pace potrà essere evidenziata attraverso quattro momenti significativi:
-
l’atto penitenziale, in cui tutti siamo chiamati a chiedere perdono per aver compromesso la pace con le nostre liti, rivalità e contese; questo rito ci riconcilia con Dio e tra di noi, dispone all’ascolto della Parola e alla partecipazione dell’Eucaristia;
-
la preghiera dei fedeli, universale e accorata espressione del nostro grido al Signore perché faccia cessare le guerre e doni pace ai popoli. Ricordiamo che la pace è un dono che viene dal cielo, invocarlo guarisce le nostre ferite, dispone al perdono e perciò ad accoglierne il dono;
-
il Padre nostro è un altro momento importante che ci unisce quali figli dell’unico Padre;
-
la frazione del pane, accompagnata dalla litania dell’Agnello di Dio, come pure la partecipazione all’unico pane sono i segni che ci inducono a vivere la pace, ad averla nel cuore e a invocarla per tutti.
Alle famiglie che ritornano nelle loro case, dopo aver celebrato le meraviglie del Signore, e si radunano attorno alla tavola, suggeriamo una preghiera per benedire la mensa.

PREGHIERA DELLA FAMIGLIA ATTORNO ALLA MENSA

«Signore, insegnaci a custodire la tua Parola come Maria, a farla amare sempre più dal nostro cuore e a lasciarla agire nel mondo attraverso di noi. Dona pace a questa casa, ad ogni spirito inquieto e schiavo dell’odio; distogli i potenti della terra da propositi di distruzione e vendetta. Sii benedetto in eterno. Amen». E.V.  

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal Beato Giacomo  Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro

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