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È
questo il giorno conclusivo dell’intero itinerario quaresimale, ma
potremmo chiamarlo anche il giorno per eccellenza della Chiesa. È
infatti il giorno in cui la Chiesa di ogni diocesi si raduna intorno
al vescovo nella celebrazione crismale, il giorno in cui la
testimonianza data dal Signore Gesù nel servire i fratelli fino al
compimento dell’amore si fa consapevole impegno, in particolare per
coloro che presiedono nella comunità ecclesiale. È soprattutto il
giorno in cui la cena del Signore si mostra a tutti come fonte e
culmine di ogni altra manifestazione di vita della Chiesa.
Alla luce di tutte le Scritture
La
celebrazione vespertina, in cui viene posta la cosiddetta
«Missa
in Cena Domini »
richiama allo sguardo del credente cristiano la connessione
strettissima esistente fra ciò che hanno vissuto i fratelli maggiori
ebrei nel corso della loro storia guidata dal Signore, e ciò che lo
stesso Signore permette di vivere al presente a coloro che hanno
riconosciuto Gesù come Cristo e Signore.
Per comprendere il meno approssimativamente possibile questo
accostamento è importante qualche accenno al significato del vocabolo
«tipo » che può apparire difficile, ma che è determinante in ogni
celebrazione liturgica cristiana e soprattutto nella cena del Signore,
che è tutt’uno con il mistero della Pasqua del Signore.
L’apostolo Paolo utilizza il sostantivo greco
typos
e
l’avverbio
typikòs (cf
1 Cor 10,6.11). La teologia della Chiesa si appropriò poi del concetto
paolino sintetizzandolo nel termine
«typologia»,
letteralmente «discorso sui tipi», che sarà onnipresente nell’esegesi
biblica dei Padri della Chiesa.
Per capire meglio di che cosa si tratti possiamo fare riferimento al
termine italiano «tipografia», che significa «scrittura con i tipi». I
tipi poi sono delle impronte di lettere dell’alfabeto fuse in piombo
che servono per formare delle parole le quali, collegate fra loro,
formano un discorso impresso (stampato), e dunque leggibile, su di una
pagina.
La Chiesa è convinta, fin dai primordi del Nuovo Testamento, che tutto
ciò che è accaduto in Gesù di Nazaret e intorno alla sua persona, sia
stato già pre-annunziato, pre-detto, pre-figurato, nella Legge e nei
Profeti, cioè in tutti i personaggi e in tutti gli eventi dei quali si
parla nell’Antico Testamento che essa chiama appunto «tipi».
Questa convinzione evidenzia la presenza di una connessione
strettissima degli eventi, sia antichi sia nuovi, fra di loro, al
punto che, nella visione cristiana, né l’Antico Testamento è
comprensibile senza il Nuovo, né il Nuovo Testamento è comprensibile
senza l’Antico. L’unità sostanziale fra Antico e Nuovo Testamento
permette inoltre di superare la barriera del tempo e dello spazio in
modo tale da poter rileggere in modo più chiaro, nella pagina del
Nuovo Testamento, tutto ciò che è stato predetto nell’Antico, perché
l’uno e l’altro fanno parte dell’unico progetto salvifico di Dio
chiamato abitualmente
«mysterium
salutis»,
cioè «mistero della salvezza».
Succede così che eventi e personaggi del passato e del presente si
illuminino reciprocamente, donando a coloro che ne fanno memoria
all’interno della celebrazione liturgica, di essere a loro volta
contemporanei di ciascuno degli accadimenti proclamati ed
esperimentati, mentre si è in cammino verso il compimento atteso alla
fine dei tempi che sarà accompagnato dal ritorno del Signore.
La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana
Tutto questo permette in concreto, nella celebrazione di oggi, di
sentirci anzitutto partecipi della Pasqua ebraica di cui si parla
nella prima lettura tratta dal libro dell’Esodo. E così anche noi,
possiamo dire, come dicono ancora oggi i nostri fratelli ebrei durante
la celebrazione di
Pesach
(Pasqua), che adesso, oggi, insieme con i nostri Padri, siamo
partecipi di tutto ciò che declamiamo.
L’agnello immolato «al tramonto», il cui
«sangue, porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle
quali lo mangeranno»
(Es
12,7), è messo in strettissima relazione con noi oggi, in modo tale
che, insieme con gli ebrei, diventiamo i beneficiari di ciò che
proclama il testo dell’Esodo quando promette:
«Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro
favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi
flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto»
(Es
12,13). Lo stesso principio stabilito dalla
typologia
permette di vivere una particolare contemporaneità, che arriva fino
all’identità «in mistero», sia con l’agnello immolato al tempo di Mosé,
sia con l’agnello che gli occhi del credente cristiano contemplano
immolato sul Golgota nella persona di Gesù di Nazaret, sia con
l’agnello sgozzato che apparirà trionfante alla fine dei tempi secondo
l’Apocalisse di Giovanni.
Il credente cristiano contempla, infine, questa identificazione «in
mistero» quando accosta l’agnello del Golgota, preannunziato
dall’agnello pasquale degli ebrei, al pane spezzato nella celebrazione
eucaristica in cui accade, oggi, tutto questo con noi e per noi. San
Paolo accenna a queste cose quando, dopo aver narrato l’istituzione
dell’Eucaristia giustificata con le parole:
«Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho
trasmesso»
(1
Cor 11,23), aggiunge con solennità:
«Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi
annunciate la morte del Signore, finché egli venga»
(1
Cor 11,26).
La contemporaneità «in mistero» ha dei risvolti pratici che il
credente cristiano riceve come un impegno di vita da trasmettere allo
stesso modo con cui l’ha vissuta Gesù. La forma proposta dalla
liturgia nella lavanda dei piedi è esemplificativa dei gesti che hanno
sostanziato l’intera vita di Gesù, venuto
«non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto
per molti»
(Mc
10,45). Essa indica, perciò, la donazione totale e gratuita che
permette di avvicinarsi il più possibile a quella completezza e
pienezza dell’amore che ha caratterizzato la vita di lui, il quale
«avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine»
(Gv
13,1). La lettura del Vangelo di Giovanni mette in rilievo la risposta
data da Gesù a Pietro che voleva sottrarsi al servizio reso da Gesù e
rivela il fondamento di ogni possibile servizio d’amore del credente.
In quella risposta:
«Se non ti laverò, non avrai parte con me»
(Gv
13,8), ritroviamo la fonte dalla quale ogni credente attinge l’amore
che è chiamato a riversare nei fratelli con la stessa generosità con
cui l’ha ricevuto dal Signore. Il credente viene così invitato a
fondare nell’amore di lui la stessa possibilità di imitarlo nella
totale dedizione di sé. Da qui la prospettiva dalla quale osservare le
esortazioni finali del brano evangelico:
«Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche
voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio,
infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi»
(Gv
13,13-15).
Innocenzo Gargano
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La
sera in cui il Signore veniva tradito, si radunò con i Dodici e con
altri discepoli e discepole per mangiare la Pasqua, perché non ne
avrebbe più partecipato se non nel suo regno.
Quella sera, il Signore, dopo aver conversato a lungo con i suoi dando
loro il comando dell’amore, rivelando che chi vede lui vede il Padre,
raccomandò di restare uniti a lui come i tralci alla vite e, nel segno
del pane e del vino e della lavanda dei piedi, consegnò totalmente se
stesso. Era la sua morte in sacramento, era la croce amata, attesa,
abbracciata, desiderata come compimento dell’amore e dell’obbedienza
al Padre in favore degli uomini suoi fratelli.
Prima che venissero a prenderlo per crocifiggerlo egli si era già
dato, poiché aveva detto:
«Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi
riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso,
poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo»
(Gv
10,17-18).
La croce è l’amore crocifisso, è la vittoria di Dio che sconfigge il
male e la morte, per tutti. La croce è la gloria di Dio, manifesta la
verità di Dio, il suo esserci (cf Es 3,14), il suo modo di amare chi è
ancora nemico, per salvarlo ad ogni costo.
Tutto ciò rende ragione del canto che introduce le nostre comunità,
riunite attorno ai loro presbiteri, alla celebrazione vespertina
«nella Cena del Signore».
È san Paolo, che ha compreso il valore della croce, ad insegnarci che
di null’altro dobbiamo gloriarci all’infuori della croce di Gesù. Egli
è la nostra salvezza, la nostra vita, risurrezione e liberazione.
Come trovare altro canto sostitutivo che introduca con altrettanta
aderenza e verità a quanto viviamo in sacramento la sera del giovedì
santo?
C.C. |