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Mensile di formazione liturgica e Informazione

 
Gesù entra in Gerusalemme
 

Domenica delle Palme e della Passione del Signore
anno A - 16 marzo 2008
 

• Prima lettura: Is 50,4-7 • Salmo responsoriale: Sal 21,8-9.17-20.23-24
• Seconda lettura: Fil 2,6-11 • Vangelo: Mt 26,14-27,66
 


Processione con rami di palma e di ulivo,
durante la celebrazione della domenica di Passione.

 


Osanna al Figlio di Davide
 

ll colore rosso, prescritto per la celebrazione liturgica odierna che ha inizio con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, prosegue con la proclamazione della Passione del Signore e si conclude con l’Eucaristia, aiuta a riconoscere la doppia valenza della giornata delle Palme, tutta soffusa di gloria.
Questa celebrazione evidenzia anzitutto che la gloria del Signore prende possesso della sua città. Gesù non ricusa di utilizzare i segni di una regalità riconoscibile da tutti coloro che hanno dimestichezza con il linguaggio profetico e non oppongono resistenza all’inaugurazione dell’era messianica con il rinnovarsi del regno di Davide, comportandosi da «semplici di cuore» che intuiscono di essere di fronte al compimento di un evento atteso da intere generazioni di credenti.
L’esultanza, fatta propria dai piccoli, contamina in ogni caso tutti al punto che - racconta il Vangelo -
«La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!” » (Mt 21,8-9).
Lo spontaneo riconoscimento dei piccoli provoca l’inevitabile stupore dei grandi. Infatti,
«Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: “Chi è costui?”. E la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea” » (Mt 21,10-11). Tale convinzione viene confermata e coronata dal canto che accompagna oggi l’ingresso dell’assemblea nell’aula della celebrazione: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria» (Sal 23,7-8).
L’identità profetica di Gesù, chiaramente proclamata dalla folla, e la consapevolezza nella fede della comunità celebrante di essere di fronte al
«Figlio di Davide», «il Signore degli eserciti» e «il re della gloria» divengono lo spartiacque della celebrazione.
Da qui prende le mosse la Chiesa orante per invitare i credenti a riflettere fino in fondo sul modo misterioso con cui il «profeta di Nazaret», acclamato come
«re della gloria» e «Signore degli eserciti», ha scelto di rivelare al mondo la sua identità all’atto di prendere possesso dell’eredità di Davide.
Grande sconcerto genera il confronto fra l’atmosfera trionfante, generata dalla prima parte della liturgia, e il clima particolarissimo creato dalle letture della seconda parte della celebrazione, che termina con la narrazione della Passione del Signore.
Il passaggio è davvero molto ardito, ma è soprattutto forte l’invito con cui le letture della seconda parte della celebrazione spingono a dimenticare i criteri di gloria e di onore, che valgono nei parametri umani, per fare spazio ai criteri, assolutamente diversi, scelti dal Signore per manifestare la sua gloria.

Il servo sofferente di Adonai

La pagina di Isaia, esposta in tutta la sua crudezza, non può fare a meno di sconvolgere. Il credente cristiano vi vede infatti descritta in anticipo, fin nei minimi particolari, la sorte drammatica in cui verrà a trovarsi colui che può dire di sé: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho  presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50,5-6). Tale realismo, perfino eccessivo, permette di cogliere fino in fondo il senso dello «svuotamento » (in greco = kenosis), al quale si sottomette colui che «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,6-8).
L’acclamazione dell’assemblea celebrante nasce dunque da ben altre motivazioni e convinzioni, rispetto a quelle documentate nella prima parte della celebrazione.

La Passione di Gesù secondo Matteo

Dopo aver ascoltato le due letture, congiunte misticamente dal canto del salmo 21, l’assemblea prorompe nel «Gloria e lode a te, o Cristo» che introduce alla solenne proclamazione della «Passio Domini Nostri Jesu Christi secundum Matthaeum».
Mentre la narrazione procede, il credente si ritrova di volta in volta immedesimato con ciascuno dei personaggi del racconto. Avverte di essere tutt’uno con i discepoli, e in particolare con Giuda che tradisce e Pietro che rinnega, ma si ritrova pure in compagnia di tutti coloro che, ciascuno con il proprio ruolo e conseguente responsabilità personale, sono posti di fronte all’oscura volontà di Dio che si sta compiendo nella storia di Gesù di Nazaret.
Preso per mano dall’evangelista il credente ascolta con stupore, nella contemporaneità misteriosa dell’azione liturgica, tutto ciò che lo conduce al momento supremo della croce. A partire dal gesto di Gesù durante l’ultima Pasqua celebrata con i suoi:
«Mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26,26-28 passim), fino al momento supremo in cui «Gesù, emesso un alto grido, spirò» (Mt 27,50).
Il silenzio solenne che accompagna quest’ultimo atto terreno di Gesù, e che l’assemblea osserva con profonda partecipazione, apre di fatto alla contemplazione del mistero, invisibile ma estremamente reale, della novità assoluta che si inaugura nella storia del mondo. L’evangelista invita a riconoscere tutto questo nel
«velo del tempio (che) si squarciò in due da cima a fondo», nella «terra (che) tremò», nelle «rocce (che) si spezzarono», nei «sepolcri (che) si aprirono», nei «molti corpi di santi, che erano morti, (che) risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,51-53).
Il credente è però attratto soprattutto dalla conferma che tutto questo riceve dal centurione e da
«quelli che con lui facevano la guardia a Gesù», i quali «sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”» (Mt 27,54). È una solenne proclamazione della fede che non varranno a scalfire i tentativi fatti dagli uomini per costringere, sotto il peso di una pietra tombale, la forza travolgente della vita. Innocenzo Gargano  

Per celebrare

ANTIFONA DINGRESSO

(Mt 21,9)

«Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che
viene nel nome del Signore: è il Re d’Israele.
Osanna nell’alto dei cieli»

Le nostre assemblee si radunano oggi per commemorare l’ingresso messianico di Gesù Salvatore in Gerusalemme, per la passione, la morte, la sepoltura e la risurrezione. Egli entra come un Re, mite, cavalcando un puledro figlio d’asina, mentre le folle lo acclamano.
L’acclamazione
«Osanna» traslittera in greco l’espressione ebraica Hosia ‘- nah, che significa: «deh, salvaci!», divenuta acclamazione di giubilo festosa.
Ritroviamo il titolo di
«Figlio di Davide» in Mt 1,1; 9,27; 20,30 ed in altri testi. L’espressione «Benedetto colui che viene» ritorna nello stesso Vangelo secondo Matteo (23,39); «Colui che viene» è uno dei nomi divini; così infatti Giovanni il Battista indica Gesù in Mt 3,11. Gesù è il Re! Verrà scritto sulla croce, Re dei Giudei e di tutti perché egli stesso dice: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
L’antifona che raduna il popolo osannante nelle nostre chiese, in questa domenica delle Palme e della Passione del Signore, è un compendio, un’ampia e stupenda professione di fede.
Come in una gioiosa festa delle Capanne, quando il popolo in processione con rami e fronde acclamava il Signore nell’Arca sui cherubini, anche i cristiani hanno in mano rami di ulivo, di palma o altre fronde e, dopo aver ascoltato il Vangelo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, scortano i ministri e riempiono di gioia le nostre aule liturgiche. C’è persino un tocco di primavera, come preludio alla grande festa della «Ri-creazione» che è la Pasqua.
Dovremmo cantare i salmi 23 e 46, canti del Signore Re. Essi sono introdotti da un’altra antifona che caratterizza la commemorazione dell’ingresso a Gerusalemme:
«pueri ebrehorum… » («i bambini degli ebrei») tradotto in italiano: «le folle degli ebrei, portando rami d’ulivo, andavano incontro al Signore e acclamavano a gran voce: Osanna nell’alto dei cieli». Questa commemorazione è seguita, nella liturgia eucaristica, dalla lettura della Passione del Signore che ci fa entrare nella grande e santa settimana dove rivivremo sacramentalmente i misteri della beata passione, morte, sepoltura e risurrezione del Signore. L’anno liturgico trova in questi giorni il suo culmine e il suo vero centro.
La croce che apre la processione della commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme sia «ornata a festa» e poi collocata presso l’ambone o presso l’altare. Sia circondata da rami di palma, che nella tradizione biblica significano la vittoria sulla morte e il possesso della vita senza fine. L’Apocalisse, infatti, descrive i beati nella Gerusalemme del cielo avvolti in vesti candide mentre tengono fra le mani rami di palma (cf Ap 7,9).
Si abbia cura, oggi, delle letture, con particolare attenzione al mirabile brano della Passione secondo l’evangelista Matteo, nella forma integra, escludendo la forma breve. Ogni evangelista, infatti, ha caratteristiche sue proprie che si perderebbero nella lettura incompleta. Il testo della Passione sia ascoltato stando in piedi, mentre si inviti l’assemblea a mettersi in ginocchio, per quanto possibile, facendo un congruo spazio di silenzio quando si proclama la morte di Gesù.
Notificando in maniera chiara le celebrazioni dei prossimi giorni, si invitino i fedeli a partecipare e a recarsi là dove esse avranno luogo.
La Lettera Circolare della Congregazione del culto divino, che regola la celebrazione di questa grande e santa settimana, può essere un valido aiuto per i sacerdoti e per gli animatori.
Il beato Giacomo Alberione diceva che la settimana santa è la «settimana dell’amore», in cui la sposa, cioè la Chiesa, è chiamata ad intensificare la sua relazione con lo Sposo che darà la sua vita per lei sulla croce.
All’inizio della settimana santa non sappiamo se il seme che penetra nei solchi della terra darà vita a un albero o marcirà. Sappiamo però che Gesù ha accettato di morire e ci ha invitato a essere seme che marcisce per dare la vita. Ogni giorno di questa grande e santa settimana diamo spazio alla preghiera, chiedendo a Dio di aiutarci a «morire» in attesa della sua Pasqua. Ci aiuti il Signore ad amare davvero il nostro prossimo, analizzando i comportamenti che escludono e cercando vie nuove per aiutare chi fatica maggiormente, perché ritrovi in sé le risorse per una vita nuova.
C.C. - E.V.

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal Beato Giacomo  Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro

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