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Questa
dichiarazione del Prefazio pasquale sintetizza in modo splendido il
senso di questo giorno grande e meraviglioso. Centro della liturgia
della Parola di questo anno A è il testo in cui l’evangelista Matteo
propone il suo racconto della risurrezione del Signore. Con questo
testo, che sarà proclamato nella Veglia pasquale della notte santa,
nutriremo la nostra contemplazione all’interno della divina liturgia
pasquale.
L’evangelista Matteo compie una lettura teologica abbastanza
sviluppata dell’evento accaduto all’alba di quel primo giorno della
settimana. Aggiungiamo che il testo proposto dalla liturgia di oggi
comprende soltanto le prime due parti di un discorso che Matteo svolge
in tutto il capitolo 28, conclusivo del suo Vangelo.
Le due parti selezionate dalla liturgia corrispondono alle prime due
scene descritte da Matteo, che però orientano già alla scena
conclusiva di cui parlerà al termine del capitolo, narrando la scelta
fatta da Gesù di
«farsi vedere»
in
Galilea
«sul monte che Gesù aveva loro fissato»
(Mt
28,16).
La prima conclusione che impone di trarre questa constatazione è che
l’Emmanuele, cioè il Dio-con-noi promesso all’inizio del Vangelo di
Matteo (cf Mt 1,23), trova il suo pieno compimento proprio oggi,
giorno della Pasqua di risurrezione del Signore, nelle parole di Gesù
risorto:
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo»
(Mt
28,20).
Le donne contemplano il sepolcro
Occorre tenere presente tutto questo mentre, presi per mano
dall’evangelista, ci incontriamo con il dramma delle donne che
«dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana… andarono a
visitare la tomba»
(Mt
28,1).
Qui però troviamo la prima difficoltà di comprensione, perché il testo
greco non parla di «visitare», ma di «contemplare» il sepolcro (in
greco
theoresai).
Il termine utilizzato dall’evangelista suggerisce uno sguardo diverso
e più profondo sul dato costituito dal sepolcro in cui è stato deposto
Gesù crocifisso. Le donne desiderano cioè entrare dentro il mistero
che nasconde il sepolcro e non fermarsi semplicemente all’esterno,
come se si trattasse di una tomba qualsiasi.
Nel sepolcro avrebbe dovuto essere custodito infatti colui che esse
avevano già riconosciuto come il Signore, con quello sguardo di fede
che le aveva poste alla sequela di lui e che non era venuto meno
neppure quando tutti gli altri si erano dileguati nei momenti tragici
della esecuzione capitale del loro amato Signore.
L’evangelista Matteo non aveva mancato di notare questa particolarità
che caratterizzava le donne e le distingueva dagli altri, quando, al
termine del capitolo 27, aveva scritto:
«C’erano là anche molte donne che stavano a osservare da lontano; esse
avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di
Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di
Zebedeo»
(Mt
27,55-56).
Lo sguardo di queste donne non era uno sguardo qualsiasi, ma uno
sguardo che intendeva penetrare un mistero. L’evangelista, dal canto
suo, stabilisce, forse volutamente, una contemporaneità fra ciò che
desiderano vedere le donne e ciò che realmente accade.
La teofania pasquale
Scrive Matteo:
«Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti,
sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su
di essa»
(Mt
28,2). Quindi fa seguire una descrizione assai particolare
dell’angelo, del quale dice che
«il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come la neve»
(Mt
28,3). L’insinuazione è importante, per spiegare al lettore che ciò
cui assistono le donne è certamente una
theofania,
simile a quelle di cui si parla spesso nei libri dell’Antico
Testamento.
Le donne sono dunque di fronte a una
theofania,
durante la quale vengono abbagliate dalla presenza di un angelo del
Signore
«il cui aspetto era come folgore»
(Mt
28,3). Egli scende dal cielo, si avvicina alla tomba, rotola la pietra
dell’imboccatura e la pone sotto di sé. Particolarmente significativa
è la frase finale:
«si pose a sedere su di essa»
(Mt
28,2).
Non poteva esserci un modo più sintetico e preciso per dimostrare che
quella pietra tombale, sulla quale avevano fatto affidamento i nemici
di Gesù per farla finita con il profeta di Nazaret, si rivelava
assolutamente inadeguata e veniva adesso addirittura umiliata
dall’angelo del Signore.
L’evento, sconvolgente di suo, spaventa le guardie al punto da
incutere loro una paura mortale (cf Mt 28,4). In tutto questo panico
angosciante le donne si sentono invece rassicurare, come succedeva in
tutte le
theofanie
delle quali si parla nella Bibbia:
«Voi non abbiate paura! »
(Mt
28,5), frase che ritorna sempre nelle narrazioni teofaniche, come
garanzia di autenticità. Infatti il poter restare in vita, ma
soprattutto il sentirsi inondare di gioia, davanti a una simile
accondiscendenza da parte di Dio, aprono il cuore alla fiducia e alla
riconoscenza che spesso sfociano nell’esultanza e nella lode.

«Noli me tangere» (Gv 20,17).
Olio su tela di Chiara Noventa pddm.
La missione affidata alla Chiesa
Segue una missione precisa, segno che Matteo intende restare
all’interno di uno schema (o genere letterario) con cui si racconta la
chiamata o vocazione ad un incarico preciso, ricevuto direttamente da
Dio:
«Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed
ecco, vi precede in Galilea”»
(Mt
28,7).
«Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le
donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli»
(Mt
28,8). L’obbedienza immediata delle donne viene premiata in modo
assolutamente impensabile. Infatti l’evangelista aggiunge:
«Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Shalòm”»
(Mt
28,9a). Si tratta di una visione sconvolgente che riempie ancora più
di stupore per quel che segue e che l’evangelista non può fare a meno
di raccontare, a sua volta stupito:
«Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono»
(Mt
28,9b).
La missione, che adesso aggiunge ai sensi della vista e dell’udito
anche il senso del tatto, viene solennemente confermata:
«Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in
Galilea e là mi vedranno»
(Mt
28,10). Ha così inizio la missione della Chiesa, che da allora in poi
non ha smesso mai di cantare in ogni angolo del mondo:
«Surrexit
Dominus vere, alleluia alleluia alleluia! »,
in
attesa che egli «si lasci vedere» glorioso al suo ritorno, alla fine
dei tempi.
Innocenzo Gargano |
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Nel
giorno di Pasqua le assemblee festose e festive della Chiesa passano
voce della bella notizia:
«Il
Signore è davvero risorto, alleluia!».
Sembra di essere a Gerusalemme in quel
«primo giorno dopo il sabato»,
quando fin dal mattino è tutto un rincorrersi di voci e di notizie
sino a sera, quando, tornati i due che si erano allontanati verso
Emmaus, raccontano di aver visto il Signore e si sentono dire come
affermazione certa, da tutti accettata per l’autorità di Simon Pietro:
«Il
Signore è davvero risorto, ed è apparso a Simone».
Tale annuncio è il compendio della prima evangelizzazione.
L’unica notizia che davvero interessa vitalmente gli uomini di tutti i
luoghi e tempi, la notizia più bella e buona che ciascuno dovrebbe
unicamente amare e desiderare che gli venisse data, è proprio questa:
il Signore è veramente risorto! Per me, per te, per tutti. Se infatti
lui è risorto, siamo anche noi risorti in lui e la morte non c’è più.
La gloria della vittoria dell’Agnello immolato è definitiva, per tutti
i secoli.
Questa antifona potrebbe essere l’acclamazione che ritorna con alcune
strofe del salmo 18, inno di ringraziamento che canta la liberazione
del giusto, servo di Dio; essa si manifesta pienamente nella
risurrezione del Signore Gesù. Si possono scegliere opportunamente
alcuni versetti adatti.
Questo salmo, posto sulle labbra di Davide, che il Signore liberò dai
nemici e da Saul, è la preghiera di Gesù risorto.
C.C. |