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Mensile di formazione liturgica e Informazione
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Gesù servo obbediente
fino alla morte di croce |
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Venerdì santo della Passione del Signore
21 marzo 2008
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Prima lettura:
Is
52,13-53,12
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Salmo responsoriale:
Sal
30,2.6.12-13.15-17.25
• Seconda lettura:
Eb
4,14-16;5,7-9
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Vangelo:
Gv
18,1-19,42
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Adorazione della croce durante la celebrazione
della Passione del Signore, espressa con la genuflessione e il gesto di toccare.
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Dalle sue piaghe siamo stati guariti
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Fra
le tre parti che costituiscono la solenne celebrazione liturgica del
venerdì santo
«In Passione Domini»
privilegiamo ovviamente la parte dedicata alla proclamazione della
Parola, il cui centro è certamente costituito dalla narrazione della
passione e morte del Signore secondo l’evangelista Giovanni. La
profezia dell’Antico Testamento privilegia uno dei carmi del Servo del
Signore (cf Is 52,13-53,12) che appartiene ai più antichi
«testimonia »
riconoscibili già all’interno del Nuovo Testamento e sviluppati poi
ampiamente nell’esegesi dei Padri ricevuta nei testi liturgici della
Chiesa.
In questo canto, che potrebbe aver influenzato anche i racconti degli
evangelisti, «il servo del Signore» è proposto nella stessa
paradossale esaltazione con cui il Vangelo secondo Giovanni leggerà
l’innalzamento di Gesù sulla croce. La descrizione di Isaia stupisce
per la precisione con cui parla della situazione del servo del
Signore, descrivendolo come chi
«non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non
splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale
ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima»
(Is
53,2-3).
Uno stupore ancora maggiore suscita l’interpretazione che il profeta
dà della sofferenza atroce di questo misteriosissimo personaggio.
Dichiara infatti con estrema sicurezza:
«Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre
iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per
le sue piaghe noi siamo stati guariti»
(Is
53,5). Non potrebbe essere detto nulla di più preciso riguardo a ciò
che il Nuovo Testamento afferma
«in persona Christi»
a
proposito del
«sangue dell’alleanza versato per molti»
(Mc
14,24).
Infine, si resta sgomenti nell’udire le affermazioni conclusive:
«Ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli
empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i
colpevoli»
(Is
53,12).
La
meditatio
proposta dal salmo 30 riprende il sottile filo d’oro della speranza
già individuata dal profeta Isaia che aveva preannunziato:
«vedrà una discendenza, vivrà a lungo. Dopo il suo intimo tormento
vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza. Io gli darò in premio
le moltitudini»
(Is
53,10-11) e lo dipana trasformandolo in grido di preghiera, sotteso da
fiducia infinita:
«In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso
(v
1);
alle tue mani affido il mio spirito; tu mi hai riscattato, Signore,
Dio fedele
(v
6);
Io
confido in te, Signore; dico: “Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono
nelle tue mani”»
(vv
15-16). Tale fiducia è confermata dall’autore della lettera agli
Ebrei; essa è stata ben riposta, dal momento che potrà scrivere, ad
esperienza della risurrezione già vissuta:
«Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e
suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da
morte e, per il suo pieno abbandono a lui venne esaudito»
(Eb
5,7).
Alla contemplazione di questo esaudimento invita il canto che precede
la narrazione evangelica con le parole di san Paolo:
«Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e a una morte di
croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra
di ogni nome »
(Fil
2,8-9).
La Passione di Gesù secondo Giovanni
Introdotta dai testi appena ricordati la Passione di nostro Signore
Gesù Cristo secondo Giovanni riceve la giusta prospettiva da cui
osservarla individuando, passo passo, i momenti in cui la progressiva
esaltazione voluta dal Padre si realizza simultaneamente alla
obbediente discesa del Figlio, fino alla spoliazione totale di sé che
culmina nell’innalzamento del Crocifisso.
Alcuni aspetti fondamentali per la contemplazione cristiana sono:
- l’attimo in cui, nella narrazione di Giovanni,
«Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E
Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”»
(Gv
19,5);
- il momento in cui Pilato fece condurre fuori Gesù, si sedette (o
forse meglio
«insediò ironicamente Gesù»)
sul seggio del tribunale, nel giorno della
Parasceve
della Pasqua,
«verso mezzogiorno»
e
«disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”»
(Gv
19,13-14);
- l’iscrizione fatta porre sulla croce di Gesù dallo stesso Pilato, in
cui
«vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”»
(Gv
19,19).
La vera contemplazione alla quale è invitata la Chiesa, che si
esprimerà con l’omaggio comunitario e personale dell’adorazione
profonda, riguarda il mistero che si nasconde nel gesto di uno dei
soldati che
«con una lancia gli colpì il fianco e subito ne uscì sangue ed acqua»
(Gv
19,34). Questo gesto permise l’adempimento - spiega l’evangelista
- di un passo della Scrittura che dice:
«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto»
(Gv
19,37 = Zc 12,10).
La preghiera universale si pone in perfetta continuità con le parole
dell’evangelista. Infatti essa è compresa fra la narrazione, appena
ascoltata, e l’ostensione della santa croce durante la quale il
diacono proclama solennemente per tre volte:
«Ecco il legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore
del mondo»,
cui risponde la altrettanto solenne professione di fede dell’intera
assemblea che risponde all’invito:
«Venite, adoriamo».
La
santa comunione, ricevuta nel grande silenzio, che sarà rotto
unicamente nella Veglia pasquale della notte santa, è già in se stessa
il segno più appropriato della indicibilità o ineffabilità del mistero
celebrato. Grazie al corpo dato per noi, e grazie al sangue versato
per noi, ci è stato fatto dono di essere
«partecipi della natura divina»
(cf
2 Pt 1,4).
Innocenzo Gargano |
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Per celebrare |
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La
liturgia del venerdì santo ha origine a Gerusalemme. Il
«Diario di viaggio»
della pellegrina Egeria racconta il modo in cui si svolgeva questa
giornata alla fine del IV secolo.
Dopo una notte di veglia sul monte degli Ulivi, all’alba, si scendeva
al Getsemani per la lettura del racconto dell’arresto di Gesù. Di lì
ci si recava al Golgota. Dopo la lettura dei testi relativi al
processo di Gesù davanti a Pilato, ognuno rientrava in casa propria
per un momento di riposo, passando dal monte Sion a venerare la
colonna della flagellazione. Verso mezzogiono c’era un nuovo
appuntamento al Golgota per la venerazione del legno della croce. Si
leggevano per tre ore i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento,
intercalandoli con la recita di salmi e preghiere. La giornata si
concludeva alla chiesa della Risurrezione,
«Anastasis»,
dove si leggeva il Vangelo della sepoltura di Gesù.
•
Gesù, innalzato sulla croce, si rivela come il vivente che dona la
vita in abbondanza a tutti coloro che rivolgono lo sguardo verso di
lui.
In questo giorno e nel giorno successivo, per antichissima tradizione,
la Chiesa non celebra l’Eucaristia. Nelle prime ore pomeridiane le
comunità si riuniscono per la celebrazione della Passione del Signore,
una liturgia colma di silenzio adorante, volta a contemplare il
mistero del Padre che, nel Figlio consegnato, dimostra tutto il suo
amore per l’umana creatura uscita dalle sue mani. Tale realtà sarà
solennemente espressa nel canto dell’Exultet
della Veglia pasquale:
«O
immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per
riscattare lo schiavo hai consegnato alla morte il tuo Figlio».
La
celebrazione della Passione del Signore non va disertata né sostituita
con altre pratiche popolari o devozionali. La croce è, oggi, il luogo
dell’incontro, della professione di fede in Colui che ci ha amati e ha
dato la sua vita per noi e del rendimento di grazie.
La liturgia si svolge in tre momenti:
-
liturgia della Parola:
con al centro la proclamazione e l’ascolto del Vangelo della Passione
secondo Giovanni, al quale ci si prepara attraverso il silenzio, la
preghiera e la proclamazione delle due letture che lo precedono.
-
L’adorazione della croce:
è
l’apice di questa liturgia, un rito profondo che esprime, nella
gestualità verso la croce, quanto l’ascolto del racconto della
Passione ha comunicato.
-
La comunione:
con il pane consacrato nel giorno precedente. Si chiude così questa
celebrazione austera e nello stesso tempo vibrante di speranza, come
esprime l’orazione sul popolo: «Scenda,
o Padre, la tua benedizione sopra questo popolo, che ha commemorato la
morte del tuo Figlio nella speranza di risorgere con lui; venga il
perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la
certezza nella redenzione eterna».
•
Si
raccomanda agli animatori una solida preparazione della liturgia di
questi giorni santi, centro di tutto l’anno liturgico. Il Messale è la
guida sicura per preparare quanto serve per le celebrazioni. Oggi,
nella chiesa priva di ornamenti, l’altare è interamente spoglio: senza
croce, senza candelieri e senza tovaglie. Si preparino i paramenti di
colore rosso, il colore dei martiri.
L’azione liturgica ha inizio in silenzio; tale silenzio è la nota
dominante del venerdì santo. Infatti la processione dei ministri verso
l’altare per la prostrazione viene accompagnata da questo speciale
canto d’ingresso: silenzio dell’assemblea e rumore dei passi degli
stessi celebranti. Il silenzio orante durerà il tempo necessario a
suscitare il raccoglimento profondo. Se si intende dare qualche breve
spiegazione per lo svolgimento della celebrazione lo si faccia prima
dell’ingresso dei ministri.
In questi giorni particolari non si abbia alcuna fretta ma ogni gesto
sia compiuto nella sobrietà e bellezza che si addicono alla liturgia.
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IN PREGHIERA
DAVANTI ALLA CROCE |
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«Quest’albero è per me una pianta di salvezza eterna; di esso mi
nutro, di esso mi pasco. Attraverso le sue radici mi radico e
attraverso i suoi rami mi espando; la sua rugiada mi rallegra e il suo
spirito, come vento delizioso, mi rende fertile. Alla sua ombra ho
innalzato la mia tenda e, fuggendo le grandi calure, vi trovo un
riparo pieno di rugiada. Le sue foglie sono le mie fronde, i suoi
frutti le mie perfette delizie e godo liberamente dei suoi frutti, che
mi erano riservati fin dall’inizio. Nella fame esso è mio cibo, nella
sete mia sorgente e nella nudità mio vestito, poichè le sue foglie
sono lo Spirito della vita. Quando temo Dio, esso è la mia protezione
e quando vacillo il mio sostegno; quando combatto, il mio premio e
quando trionfo il mio trofeo. Esso è per me il sentiero stretto e la
via angusta; è la scala di Giacobbe e il cammino degli angeli, sulla
cui cima poggia veramente il Signore».
E.V.
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La
Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal Beato
Giacomo Alberione nel 1951
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro
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