|
Dopo
un lungo e laborioso confronto, che ha coinvolto le competenze di
numerosi studiosi e soprattutto la responsabilità pastorale
dell’episcopato italiano, un lavoro coronato dall’esame e
dall’approvazione delle competenti autorità della Santa Sede, giunge
in porto la pubblicazione della nuova traduzione in lingua italiana
della Bibbia. Le radici di questo lavoro stanno nella riforma
liturgica avviata dal Concilio Vaticano II, che non poteva non toccare
l’ambito delle traduzioni bibliche, sia nell’aggiornare il testo della
Vulgata
alle esigenze poste dalle nuove acquisizioni della critica testuale
della Bibbia, sia nel promuovere nuove traduzioni nelle lingue
correnti, con cui supportare una liturgia che dava ad esse sempre più
spazio per favorire la partecipazione dei fedeli. Su questa linea si
era mossa la precedente traduzione del 1971-1974 ed ora si fa un
ulteriore passo in avanti per dotare la Chiesa italiana di una
versione della Bibbia di sicura affidabilità per fedeltà ai testi
originali e sforzo di comunicarne i contenuti in forme coerenti con la
lingua odierna, così da collocare all’interno della tradizione
culturale italiana la presenza di un testo autorevole, che
contribuisse a nutrire nella dimensione biblica il profilo culturale
del nostro popolo. Naturalmente la traduzione approntata a cura della
Conferenza episcopale italiana (CEI) è un testo per l’uso liturgico,
che ha quindi anzitutto di mira l’atto della proclamazione. Non si è
voluto però produrre un testo di facile lettura ma un testo che, pur
lasciandosi ascoltare è già dall’ascolto capace di manifestare il
messaggio che racchiude. Non occorre un’ulteriore mediazione di
riflessione, come può accadere quando leggendo ci è possibile tornare
sulla frase appena letta per decifrarne meglio il senso. Il testo
riesce a conservare il tono delle parole originali, così da
facilitarne lo studio e l’approfondimento.
Ciò comporta una costruzione semplice della frase e del periodo, il
ricorso a un vocabolario essenziale, senza tuttavia perdere in
distinzioni e ricchezza. Obiettivo della nuova traduzione, dunque, è
stato quello di offrire un testo più sicuro nei confronti degli
originali, più coerente nelle dinamiche interne, più comunicativo nei
confronti della cultura contemporanea. Al servizio di questi
obiettivi, sono state operate alcune scelte, in particolare: maggiore
fedeltà rispetto agli originali, quelli presupposti dalla
Nova Vulgata,
con valorizzazione della corrispondenza letterale rispetto a quella
contenutistica; maggiore organicità nella traduzione, cercando per
quanto possibile di tradurre sempre allo stesso modo parole ed
espressioni, soprattutto nei testi sinottici. Inesattezze, incoerenze
ed errori della traduzione del 1971-1974 sono stati corretti seguendo
scelte condivise tra gli esegeti e avendo come riferimento, nei casi
dubbi, la Nova Vulgata,
preoccupandosi sempre di rendere il testo in buona lingua italiana,
con modalità espressive d’immediata comprensione e comunicative in
rapporto al contesto culturale odierno, evitando forme arcaiche del
lessico e della sintassi. Nel lavoro di revisione, durato
complessivamente vent’anni, ci si è avvalsi dei suggerimenti forniti
da esegeti specialisti dei diversi libri biblici e il lavoro è stato
costantemente seguito dal Consiglio Episcopale Permanente, anche
mediante un apposito Comitato ristretto. Nel corso di questo lungo e
paziente cammino - mi piace ricordarlo - non sono poi mancati apporti
di carattere ecumenico e interreligioso. In particolare è stato
chiesto un confronto sulla traduzione del Nuovo Testamento alla
Federazione delle Chiese Evangeliche d’Italia; altre osservazioni,
relative alla traduzione del Pentateuco, sono state richieste alla
presidenza dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia.
Ciò non basta a descrivere compiutamente la natura di questa
operazione. È vero infatti che la Bibbia tradotta a cura della CEI ha
come finalità la sua proclamazione nella liturgia, ma di fatto essa è
diventata per tanti anche uno strumento essenziale di nutrimento della
vita spirituale, il riferimento obbligato per la
«lectio divina»
e delle altre forme di meditazione e preghiera con la Parola. Né
possiamo nasconderci il fatto che le persistenti difficoltà ad
accostare i testi biblici nelle lingue originali conducono
concretamente molte persone a utilizzare la traduzione italiana anche
nel momento dello studio biblico, nei vari contesti formativi in cui
esso si realizza. Questa complessità organica di finalizzazioni del
testo se per un verso porta a dover far convivere esigenze diverse, ha
però come corrispettivo positivo il fatto che nella consapevolezza di
fede dei credenti è possibile fare riferimento ad un’unica forma
testuale, favorendo quindi sotto il profilo teologico il recupero
dell’unità dell’esperienza di fede e il recupero della dimensione
storica del cristianesimo, attraverso la dimensione storica della
Parola scritta. Allo stesso tempo, ma su un piano più pastorale, si
tratta di ricollocare la Parola di Dio al cuore della vita della
Chiesa. Possiamo così intravedere, anche per un’umile traduzione come
la nostra, il compito di assumere quel ruolo che la
Vulgata ebbe per
tanti secoli nella cristianità. Da questo punto di vista, il
convergere sulla traduzione della CEI anche da parte di edizioni di
commenti alla Bibbia di varie editrici, contribuisce a ribadire il
primato e l’autorevolezza di questa traduzione, fattore non secondario
di unità nella Chiesa del nostro Paese. Ciò non toglie che quello
biblico, come ogni testo antico, rispecchia un mondo culturale diverso
dal nostro, che può essere fatto conoscere attraverso una semplice
traduzione linguistica in modo soltanto parziale per quanto corretto;
spetta poi all’esegesi e alla predicazione saper cogliere in quel
linguaggio i significati culturali, teologici e spirituali che a loro
volta devono essere posti a confronto con la nostra sensibilità
contemporanea.
Il cammino sempre difficile della comprensione del testo diventa
pertanto possibile grazie al grembo materno della comunità che ne
sostiene la lettura e ne costituisce l’orizzonte di fede, che ne
garantisce la corretta comprensione. Il frutto di questo lavoro viene
ora affidato alla vita delle comunità e all’esperienza dei singoli
credenti, con la fiducia che mediante esso la Parola possa diventare
«saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita
spirituale»
(Dei Verbum, 21).
Giuseppe Betori |