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Mensile di formazione liturgica e Informazione

 
La nuova traduzione della Bibbia
 

58a Assemblea Generale della Conferenza episcopale italiana,
durante la quale viene offerta al Papa la nuova traduzione della Bibbia.



Dopo un lungo e laborioso confronto, che ha coinvolto le competenze di numerosi studiosi e soprattutto la responsabilità pastorale dell’episcopato italiano, un lavoro coronato dall’esame e dall’approvazione delle competenti autorità della Santa Sede, giunge in porto la pubblicazione della nuova traduzione in lingua italiana della Bibbia. Le radici di questo lavoro stanno nella riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II, che non poteva non toccare l’ambito delle traduzioni bibliche, sia nell’aggiornare il testo della Vulgata alle esigenze poste dalle nuove acquisizioni della critica testuale della Bibbia, sia nel promuovere nuove traduzioni nelle lingue correnti, con cui supportare una liturgia che dava ad esse sempre più spazio per favorire la partecipazione dei fedeli. Su questa linea si era mossa la precedente traduzione del 1971-1974 ed ora si fa un ulteriore passo in avanti per dotare la Chiesa italiana di una versione della Bibbia di sicura affidabilità per fedeltà ai testi originali e sforzo di comunicarne i contenuti in forme coerenti con la lingua odierna, così da collocare all’interno della tradizione culturale italiana la presenza di un testo autorevole, che contribuisse a nutrire nella dimensione biblica il profilo culturale del nostro popolo. Naturalmente la traduzione approntata a cura della Conferenza episcopale italiana (CEI) è un testo per l’uso liturgico, che ha quindi anzitutto di mira l’atto della proclamazione. Non si è voluto però produrre un testo di facile lettura ma un testo che, pur lasciandosi ascoltare è già dall’ascolto capace di manifestare il messaggio che racchiude. Non occorre un’ulteriore mediazione di riflessione, come può accadere quando leggendo ci è possibile tornare sulla frase appena letta per decifrarne meglio il senso. Il testo riesce a conservare il tono delle parole originali, così da facilitarne lo studio e l’approfondimento.
Ciò comporta una costruzione semplice della frase e del periodo, il ricorso a un vocabolario essenziale, senza tuttavia perdere in distinzioni e ricchezza. Obiettivo della nuova traduzione, dunque, è stato quello di offrire un testo più sicuro nei confronti degli originali, più coerente nelle dinamiche interne, più comunicativo nei confronti della cultura contemporanea. Al servizio di questi obiettivi, sono state operate alcune scelte, in particolare: maggiore fedeltà rispetto agli originali, quelli presupposti dalla
Nova Vulgata, con valorizzazione della corrispondenza letterale rispetto a quella contenutistica; maggiore organicità nella traduzione, cercando per quanto possibile di tradurre sempre allo stesso modo parole ed espressioni, soprattutto nei testi sinottici. Inesattezze, incoerenze ed errori della traduzione del 1971-1974 sono stati corretti seguendo scelte condivise tra gli esegeti e avendo come riferimento, nei casi dubbi, la Nova Vulgata, preoccupandosi sempre di rendere il testo in buona lingua italiana, con modalità espressive d’immediata comprensione e comunicative in rapporto al contesto culturale odierno, evitando forme arcaiche del lessico e della sintassi. Nel lavoro di revisione, durato complessivamente vent’anni, ci si è avvalsi dei suggerimenti forniti da esegeti specialisti dei diversi libri biblici e il lavoro è stato costantemente seguito dal Consiglio Episcopale Permanente, anche mediante un apposito Comitato ristretto. Nel corso di questo lungo e paziente cammino - mi piace ricordarlo - non sono poi mancati apporti di carattere ecumenico e interreligioso. In particolare è stato chiesto un confronto sulla traduzione del Nuovo Testamento alla Federazione delle Chiese Evangeliche d’Italia; altre osservazioni, relative alla traduzione del Pentateuco, sono state richieste alla presidenza dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia.
Ciò non basta a descrivere compiutamente la natura di questa operazione. È vero infatti che la Bibbia tradotta a cura della CEI ha come finalità la sua proclamazione nella liturgia, ma di fatto essa è diventata per tanti anche uno strumento essenziale di nutrimento della vita spirituale, il riferimento obbligato per la
«lectio divina» e delle altre forme di meditazione e preghiera con la Parola. Né possiamo nasconderci il fatto che le persistenti difficoltà ad accostare i testi biblici nelle lingue originali conducono concretamente molte persone a utilizzare la traduzione italiana anche nel momento dello studio biblico, nei vari contesti formativi in cui esso si realizza. Questa complessità organica di finalizzazioni del testo se per un verso porta a dover far convivere esigenze diverse, ha però come corrispettivo positivo il fatto che nella consapevolezza di fede dei credenti è possibile fare riferimento ad un’unica forma testuale, favorendo quindi sotto il profilo teologico il recupero dell’unità dell’esperienza di fede e il recupero della dimensione storica del cristianesimo, attraverso la dimensione storica della Parola scritta. Allo stesso tempo, ma su un piano più pastorale, si tratta di ricollocare la Parola di Dio al cuore della vita della Chiesa. Possiamo così intravedere, anche per un’umile traduzione come la nostra, il compito di assumere quel ruolo che la Vulgata ebbe per tanti secoli nella cristianità. Da questo punto di vista, il convergere sulla traduzione della CEI anche da parte di edizioni di commenti alla Bibbia di varie editrici, contribuisce a ribadire il primato e l’autorevolezza di questa traduzione, fattore non secondario di unità nella Chiesa del nostro Paese. Ciò non toglie che quello biblico, come ogni testo antico, rispecchia un mondo culturale diverso dal nostro, che può essere fatto conoscere attraverso una semplice traduzione linguistica in modo soltanto parziale per quanto corretto; spetta poi all’esegesi e alla predicazione saper cogliere in quel linguaggio i significati culturali, teologici e spirituali che a loro volta devono essere posti a confronto con la nostra sensibilità contemporanea.
Il cammino sempre difficile della comprensione del testo diventa pertanto possibile grazie al grembo materno della comunità che ne sostiene la lettura e ne costituisce l’orizzonte di fede, che ne garantisce la corretta comprensione. Il frutto di questo lavoro viene ora affidato alla vita delle comunità e all’esperienza dei singoli credenti, con la fiducia che mediante esso la Parola possa diventare
«saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale» (Dei Verbum, 21). Giuseppe Betori

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal Beato Giacomo  Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro

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