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Mensile di Formazione Liturgica e Informazione
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Luoghi dello
spirito
meta estiva di famiglie e giovani

Pellegrini davanti al santuario della Madonna di Canneto a Settefrati (FR),
nel Parco nazionale d’Abruzzo.
Intervista a Sua Eccellenza mons.
Luca Brandolini
Eccellenza, perché si va, oggi quasi più di ieri, ai
santuari?
Prima
di entrare nel merito dico subito che do per scontato il significativo
ruolo che, nell’esperienza umana e soprattutto religiosa, hanno i santuari
come luoghi privilegiati del «sacro» e quindi del pellegrinaggio, come
cammino per raggiungerli e sostarvi.
Si tratta di questione complessa che è attestata dalla storia di tutte le
religioni, che assume particolare rilevanza nella Bibbia, libro della
Rivelazione del Dio che si è fatto conoscere all’uomo per attirarlo a sé e
comunicargli la sua vita; il fenomeno tuttavia ha assunto dimensioni vaste
e diversificate nel tempo con aspetti antropologici, sociali e non solo
religiosi.
Mi preme qui rilevare qualche dato che tocca la pastorale di oggi, e,
mentre suscita interrogativi e rivela istanze forse anche ambivalenti, può
offrire qualche buona opportunità, da valorizzare con sapiente
discernimento ai fini della comunicazione e dell’esperienza della fede,
della celebrazione dei divini misteri, dell’incontro e della comunione
ecclesiale, come pure della fraternità e del servizio.
Molto dipende proprio dal cercare di scoprire il «perché» si va oggi in un
santuario come pure dall’«offerta » che viene messa a disposizione, da
parte di chi ne ha la responsabilità, a coloro che vi si recano.
Recentemente il nuovo arcivescovo di Malines-Bruxelles, intervistato da un
giornalista circa la preoccupante diminuzione dei cattolici belgi
all’Eucaristia domenicale, ha sottolineato, con soddisfazione e speranza,
che cresce invece notevolmente il numero di quelli che frequentano i
santuari specialmente in estate.
Tenuta presente la diversità anche significativa della situazione
italiana, pure da noi il fenomeno sembra subire un incremento. Questo
risulta, tra l’altro, anche a me personalmente. Nella Diocesi di
Sora-Aquino-Pontecorvo, di cui sono da qualche mese emerito, nel versante
laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, a 1010 metri di altitudine, sorge
un santuario di una delle tante «Madonne nere» esistenti nella nostra
Penisola, denominato «Maria Santissima di Canneto» (una denominazione che
ricorre in diversi altri territori). A questo santuario convergono
popolazioni del Lazio sud, della Campania e dell’Abruzzo.
Nei sedici anni di episcopato, particolarmente nella settimana 15- 22
agosto, ho visto arrivare decine di migliaia di pellegrini, in numero
sempre crescente. La maggior parte sono famiglie, ma anche gruppi
organizzati in «Congreghe» o «Compagnie » che provengono da vari paesi,
che hanno una loro organizzazione e un’attività anche spirituale, nelle
rispettive parrocchie o diocesi; in queste, durante l’anno liturgico, il
rettore dello stesso santuario si reca spesso per tenere i contatti e fare
incontri di catechesi o celebrazioni varie.
I giovani che partecipano ai pellegrinaggi sono sempre più numerosi,
specialmente in quelli che si svolgono a piedi; questi poi sono i più
frequenti e sono sempre guidati non solo dai parroci, ma anche da
rappresentanti delle autorità civili del luogo.
Pensando al Santuario di Canneto devo proprio escludere che alla base dei
numerosi pellegrinaggi che vi si compiono, ci sia un motivo di semplice
turismo religioso, c’è piuttosto una «ricerca» religiosa, da scoprire e
valorizzare.
L’ambiente in cui sorge il santuario è semplice, molto suggestivo sotto il
profilo panoramico, le strutture di accoglienza modeste ma funzionali; non
c’è spazio per diversivi e divertimenti di alcun genere né per traffici o
commerci.
Ritengo di poter affermare con certezza che il movente sia esclusivamente
religioso.
Anche nei giorni di maggiore affluenza di pellegrini, la struttura e lo
spazio circostante offrono possibilità di silenzio, di raccoglimento, di
preghiera e di distensione. Questo però va di pari passo con l’istanza
assai avvertita, almeno nel Centro-Sud d’Italia, di far seguire ai momenti
religiosi, quelli della fraternità, dell’incontro conviviale e della
festa. Non essendovi che un piccolo ristorante, i momenti del pasto si
svolgono in genere all’aperto. Anche questa comunque è una esperienza di
valorizzazione, particolarmente sotto il profilo sociale e comunitario,
nel clima di solitudine, di diffidenza, di smarrimento che si respira non
solo nelle grandi metropoli ma ora anche nei paesi.
Quanto e come investire per
l’evangelizzazione e la liturgia nei santuari? In base alla sua esperienza
anche come vescovo, quali aiuti e suggerimenti per i rettori o comunità
che curano i santuari?
Anche se la motivazione del
pellegrinaggio e della visita al santuario è generalmente non per
soddisfare la curiosità, per godere esclusivamente di un po’ di svago e
evasione, ma per colmare un’istanza religiosa, questo non può lasciare
soddisfatto un pastore d’anime. Credo che occorra anzitutto intercettare
la eventuale e più profonda «domanda di senso» che si racchiude spesso
dentro un vago sentimento di fede ovvero in un gesto di tradizione o di
costume paesano. Nasce appunto l’interrogativo: quanto e come investire
per un più forte annuncio di fede e per una più coinvolgente esperienza di
comunione con il Signore; per un’espressione più pura e più matura di
culto verso la Vergine e i Santi e fare così del pellegrinaggio e della
sosta in santuario un momento di Chiesa, ma anche di carità, di
condivisione e di servizio?
Per rispondere vorrei dare solo qualche indicazione necessariamente
sommaria e rapida.
• Ritengo fondamentale, anzitutto,
che si debba dedicare la massima cura all’accoglienza-attenzione nei
confronti dei pellegrini che giungono al santuario perché avvertano di
essere considerati «non ospiti e stranieri », ma familiari di Dio, sia
come singole persone che come gruppi.
Come vescovo, nei giorni di maggior afflusso, mi sono trasferito
stabilmente al santuario riservando per ciascuno parole incisive di saluto
e dando anche le prime indicazioni per vivere con autenticità e con frutto
l’esperienza. Questo contatto, che in molti casi si è sviluppato in
dialogo interpersonale, ha avuto frutti consolanti.
I pellegrini non si sono sentiti semplici visitatori ma subito a casa
propria, sperimentando così il vescovo come «pastor bonus in populo».
• Se nel santuario si crea un clima adatto, anche nei giorni di maggior
afflusso, l’evangelizzazione può offrire e offre non poche opportunità. In
genere ogni anno, si propone un «tema portante» sulla base o in
coincidenza con tematiche proposte dal Papa o dai vescovi italiani. Viene
approfondito, in vari momenti e con catechesi adatte in modo che se ne
colga la ricchezza e tutte le implicazioni sia spirituali che pastorali e
vitali. Cura particolare si dedica all’omelia che nella celebrazione,
soprattutto eucaristica, è il momento più idoneo per proporre e
attualizzare il messaggio biblico, in rapporto all’assemblea che si ha
dinanzi. Nei santuari, specialmente nel nostro centro-sud, creare il clima
di silenzio di riflessione e ascolto, durante le celebrazioni
particolarmente quelle - e sono le più frequenti - affollate può essere
un’impresa. Occorre tuttavia insistere anche per una partecipazione
autenticamente interiore e attiva. Con il passare degli anni ho avuto,
sotto questo profilo, grandi soddisfazioni. C’è bisogno di avere una
grande avvertenza per distanziare le celebrazioni eucaristiche una
dall’altra, lasciando il tempo necessario per lo sciogliersi e il
ricomporsi delle assemblee di pellegrini, ma anche per offrire loro
qualche possibilità di preghiera personale e di sosta per la riflessione e
per celebrare il sacramento della penitenza.
• La qualità delle celebrazioni dipende molto da una adeguata animazione
che stimoli l’assemblea a partecipare, motivi i riti con brevi didascalie,
dia suggerimenti per i movimenti e i gesti da compiere, ad esempio, la
processione alla comunione. Occorre per questo un animatore capace,
discreto, che sappia unire il rispetto delle persone e dell’azione
liturgica con la chiarezza e la forza necessaria, particolarmente in
alcune occasioni. Un impegno serio e appassionato va posto particolarmente
per il canto nelle celebrazioni. È fondamentale la scelta dei testi, che
tenga conto della conoscenza-capacità delle assemblee e il necessario
legame con l’azione liturgica e i vari suoi movimenti, sapendo valorizzare
anche espressioni o forme popolari e locali. La fortuna di avere un
rettore e un’altra persona sensibile e capace per questi delicati compiti,
garantisce ottimi risultati e soprattutto un grande cambiamento nei
comportamenti.
• Una riflessione attenta e un impegno particolare merita la celebrazione
del sacramento della riconciliazione, a cui si è fatto cenno e la cui
importanza nel santuario è decisiva, come ben sappiamo. Il cammino di
conversione, destinato a sfociare nella celebrazione, dovrebbe cominciare,
come previsto nel rituale del pellegrinaggio, prima ancora di
intraprendere il pellegrinaggio stesso; cosa che purtroppo avviene
raramente. Se il percorso si fa a piedi, ma anche in pullman, il tempo che
viene impiegato è da valorizzare saggiamente da chi guida, non esaurendo
tutto nel canto, soprattutto se profano, o in letture di vere o presunte
rivelazioni e visioni più o meno storicamente fondate. A parte ciò, è
fondamentale che il santuario abbia un luogo idoneo per la celebrazione
della riconciliazione, particolarmente per la preparazione da farsi,
possibilmente, comunitariamente, valorizzando anche i mezzi tecnici e
audiovisivi oggi a disposizione. In questo caso il clima da favorire è
quello dell’ascolto della parola di Dio, dell’esame di coscienza, come
pure della preghiera personale e comunitaria. Per consentire l’ascolto
delle confessioni è fondamentale un numero adeguato di sacerdoti; anche
perché nel santuario molto spesso i penitenti desiderano poter avere un
minimo di dialogo con il confessore per l’importanza reale che la
celebrazione acquista in un luogo così significativo. Anche il vescovo
dovrebbe volentieri coinvolgersi. Una sottolineatura: spesso la scarsità
di preti a disposizione induce a servirsi di preti stranieri per il
ministero della riconciliazione. Non raramente questo costituisce un
problema a causa della scarsa conoscenza della lingua che rende difficile
quel dialogo che, in questo sacramento, e particolarmente in situazioni
come queste, si desidererebbe più agevole e che comunque ha una rilevante
importanza ai fini di una conversione sincera e duratura. È una
preoccupazione da avere e un’attesa da non vanificare.
• Voglio riservare, infine, una parola ai giovani, spesso numerosi come
già accennato, che frequentano i santuari. L’azione pastorale e l’impegno
educativo hanno a riguardo alcune opportunità da raccogliere e
valorizzare, particolarmente se ci si trova di fronte, come avviene quasi
sempre, a «gruppi» giovanili più o meno istituzionalizzati e coesi anche
spiritualmente. Il santuario è chiamato a fornire accoglienza e ascolto,
come pure a offrire occasioni di dialogo, di scambio, di verifica, di
preghiera, con celebrazioni rispondenti alle loro aspettative. A volte
queste sono da suscitare. Spesso si tratta di giovani accompagnati da
sacerdoti e animatori; ma il santuario deve poter disporre anche di
persone adeguate e capaci, come pure di ambienti idonei. Contemperare la
partecipazione dei giovani a grandi assemblee, anche offrendo
l’opportunità di compiere in esse particolari servizi, sia liturgici che
d’ordine o di carità, è utile tra l’altro per abbattere pregiudizi e
chiusure nei confronti del mondo degli adulti, specialmente se anziani! e
favorire così integrazione anche nelle espressioni di preghiera… Tuttavia
occorre prevedere anche momenti a loro riservati, come incontri di
catechesi, di ricerca vocazionale, di silenzio e di adorazione, anche in
forme e luoghi a loro più congeniali. Le varie occasioni in cui sono stato
personalmente coinvolto, mi hanno dato stupende opportunità: non solo per
farmi conoscere come pastore e per meglio far conoscere il messaggio di
Cristo e la Chiesa, la sua realtà, i suoi bisogni e progetti; ma mi hanno
suggerito spunti e stimoli per il miglior espletamento del mio servizio
episcopale nella realtà socio-culturale in cambiamento; come pure vie per
meglio discernere le aspettative del mondo giovanile, valutare le
condizioni della loro vita, interpretare le loro attese e speranze e
quindi per promuovere una pastorale a ciò rispondente. Per tutto questo,
avere un santuario nella propria diocesi è davvero una grande opportunità
pastorale!
+ Luca Brandolini vescovo
emerito di Sora-Aquino-Pontecorvo

Mons. Luca Brandolini amministra il sacramento
della Confermazione nel santuario
mariano di Canneto, in occasione degli annuali pellegrinaggi e feste.
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